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Istantanee
dal carcere

· Una nuova edizione della Passione di Vibia Perpetua e Felicita ·

La Passione di Perpetua e Felicita — documento di uno straordinario realismo — narra il martirio sostenuto a Cartagine, nel 203, da un gruppo di catecumeni (oltre alle due sante cui il testo è intitolato, conosciamo i nomi di Revocato, Saturnino, Secondolo e Saturo, che si consegnò volontariamente in un secondo tempo poiché al momento dell’arresto non era con gli altri), tra i quali emerge la figura di Vibia Perpetua, ventiduenne di raffinata educazione e cultura, madre di un bambino non ancora svezzato. Di essa Anna Carfora — associata di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi — offre ora, dopo un ampio studio introduttivo, una nuova versione italiana (La Passione di Perpetua e Felicita. Donne, martirio e spettacolo della morte nel cristianesimo delle origini, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2018, pagine 192, euro 15,90).

Anonimo,  «Perpetua e Felicita» (xx secolo)

Il testo, in seguito cucito insieme da un anonimo redattore, si compone di diverse parti: al prologo e a un’introduzione redazionale si succedono il diario redatto da Perpetua degli avvenimenti che la videro protagonista fino alla vigilia del martirio e delle visioni da lei ricevute (3-10), quindi, dopo un’introduzione del redattore (11,1), lo scritto di Saturo con la visione ch’egli ebbe (11,2-13,8), infine la narrazione conclusiva del redattore (14-21) con il racconto del martirio che ebbe luogo nell’anfiteatro di Cartagine, durante i giochi gladiatori indetti in onore di Geta, figlio dell’imperatore Settimio Severo.

Ho definito la Passio un documento di straordinario realismo e ciò è vero per l’insieme del testo: non è forse tale il racconto della vita nel carcere, con la candida confessione di Perpetua che ammette il proprio sgomento, perché mai prima di allora le era capitato di sperimentare un buio tanto fitto e l’insopportabile calura generata dal sovraffollamento, il tutto in un clima reso ancor più pesante dalle guardie che tentavano di ricattare i carcerati? «Infine — scrive — ero torturata dalla preoccupazione per il mio bambino». E non è ancora una pennellata realistica la notizia che i diaconi Terzio e Pomponio, i quali si prendevano cura del gruppo dei cristiani imprigionati «pagarono le guardie perché nel giro di qualche ora» fossero trasferiti «in una zona migliore»? Lì Perpetua riuscì finalmente ad allattare il suo bambino, che quasi moriva di fame. «Ho trascorso — riconosce ancora la santa martire — molti giorni in preda a queste preoccupazioni finché non riuscii ad ottenere che il bambino restasse in carcere con me; a questo punto mi risollevai» (3,5-9, p. 148).

Anche dalla narrazione conclusiva del redattore emergono squarci di un vissuto che non può essere liquidato come un’amplificazione agiografica. Felicita partorì in carcere, «e siccome soffriva molto per il travaglio, cosa normale in caso di parto all’ottavo mese, uno dei carcerieri le disse: “Se adesso soffri in questo modo, che farai quando sarai esposta alle fiere che hai considerato con sprezzo quando ti sei rifiutata di sacrificare?”. Lei rispose: “Adesso sono io a soffrire quello che soffro; in quel momento ci sarà un altro che soffrirà per me, poiché io subirò il martirio per lui”» (15,5-6, p. 159).

Realistici, poi, sono tutti i particolari che emergono qua e là sulle modalità dei giochi circensi, che tanta attenzione hanno suscitato tra gli studiosi.

E realistico — in definitiva — appare anche il rovescio delle parti, quel continuo ribaltarsi dei ruoli che la Passio testimonia: i ripetuti assalti del padre di Perpetua, che tenta di far capitolare la figlia con ogni genere di pressione — dalla violenza fisica al ricatto morale — perché sacrifichi agli dèi, in ultima analisi non producono altro che il suo cadere ai piedi di colei che non chiamerà più figlia, ma padrona; Perpetua affronta inoltre a viso aperto il tribuno che li maltrattava riuscendo a farlo arrossire; alla vigilia del martirio, i candidati, mentre «prendevano quell’ultima cena che chiamano libera, dimostrando tutti la stessa franchezza, provocavano a parole la folla, minacciando il giudizio di Dio» (17,1, p.161); Saturo si beffa addirittura di quegli spettatori, che alla fine se ne andarono attoniti; giunti che furono sull’arena avrebbero voluto costringerli a mascherarsi, ma fu ancora una volta Perpetua a resistere per tutti e a vincere; Revocato, Saturnino e Saturo minacciavano gli spettatori. Insomma, erano i ruoli normalmente subalterni a farla da padrone, i vinti a vincere, i condannati a emettere sentenze!

C’è poi il sigillo della gioia a pervadere il testo, che si sostanzia pure di una visione della vita nella quale il gioco e l’allegria hanno il loro posto: dopo la sentenza di condanna, tutti tornano allegri in carcere (6,6, p. 152), poi, il giorno in cui procedono dalla prigione all’anfiteatro, avanzano «allegri e con un portamento dignitoso, trepidanti sì, ma per l’intensa gioia, non per la paura» (18,1, p.161), tanto che, flagellati, si mostrano «lieti di essere sottoposti a una delle torture subite dal Signore durante la sua passione» (18,9, p. 163). «Andate e giocate», si sente dire Saturo dagli anziani che sono alla sinistra del trono (12,6, p.158), mentre Perpetua vede il fratello Dinocrate, protagonista della sua seconda visione, ormai guarito, «giocare divertendosi con l’acqua come sono soliti fare i bambini» (8,4, p.154).

Di questo testo straordinario — che vede già il seme di nuovi cristiani nella persona di Pudente, il sottufficiale che in carcere aveva il compito di sorvegliarli, al quale Saturo bagna l’anello con il proprio sangue (21,4-5, p. 165) — Anna Carfora mostra le ricchezze nascoste, studiandolo dal punta di vista storico e letterario, sociologico e antropologico, confrontandosi con la storiografia di genere per sottolinearne, infine, la storicità. In definitiva, si tratta di un’opera che ha esercitato una grande influenza sulla letteratura successiva: basta osservare il tema della scala (di ascendenza biblica) che domina la prima visione di Perpetua, ripreso nei secoli da tanti altri personaggi illustri come Chiara d’Assisi e Beatrice di Nazareth, solo per fare alcuni nomi. Un testo, dunque, che val sempre la pena leggere e meditare.

di Felice Accrocca

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21 ottobre 2019

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