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Isola di pace in un paese martoriato

· Radio Sirirì dal 1995 nella Repubblica Centrafricana ·

«Come puoi stare tranquillo a casa tua e non far niente, quando la casa del tuo vicino sta bruciando?». È un proverbio africano, applicabile alla situazione di molti paesi del continente, a cominciare dalla martoriata Repubblica Centrafricana, dove Papa Francesco, a Bangui, il 29 novembre 2015 aprì il Giubileo della misericordia. «Negli ultimi sette anni — scrive il cappuccino padre Agostino Bassani, da trenta missionario qui — ci sono stati saccheggi e distruzioni di case, di villaggi, di scuole, di chiese e migliaia di morti, tra i quali alcuni sacerdoti locali. In questo marasma la Chiesa è stata sempre presente non solo come punto di riferimento e di incoraggiamento morale e materiale, ma riuscendo a tenere aperti e funzionanti ospedali, dispensari e soprattutto le scuole, indispensabili in una nazione in cui il 50 per cento della popolazione ha meno di vent’anni e necessita di istruzione umana, intellettuale, civica e spirituale».

Grazie al coraggio del clero indigeno e dei missionari stranieri, nonché all’aiuto di tanti benefattori, molte parrocchie sono riuscite a non chiudere le scuole, comprese quelle di arti e mestieri (falegnameria, edilizia, cucitura, informatica) frequentate da migliaia di alunni. «Si è potuto salvare perfino qualche centro culturale, con comprensibile vantaggio di tanti giovani sfuggiti alla mattanza», sottolinea Bassani. Un bell’esempio da aggiungere a quelli innumerevoli che vengono da tutto il mondo: le case bruciano e la Chiesa, vicina a esse, vive e interviene.

Dall’immane massacro, grazie all’intraprendenza dei missionari, si è salvata anche l’emittente Radio Sirirì (Radio Pace) a Bouar, «voluta dall’allora vescovo Armando Umberto Gianni, che voleva farne un mezzo in grado di raggiungere tutti fedeli della sua diocesi, con programmi di formazione umana e cristiana, di informazione e di preghiera», come ricordava padre Jean-Marius Toussaint Zoumalde, missionario cappuccino centrafricano e dirigente della radio, ucciso da ignoti aggressori all’alba del 20 marzo scorso sulla frontiera tra Repubblica Centrafricana e Camerun, mentre stava tornando nella sua parrocchia di Baibokoum, in Ciad.

La radio iniziò le trasmissioni il 20 gennaio 1995 con la recita dell’Ave Maria in francese e in sango (la lingua locale) dal monastero delle monache clarisse di Bouar, aperto nella campagna tra un mosaico di piccole coltivazioni di mais, boschetti di banani e fiamme rosseggianti di poinsettie, per affidare alla Madonna, «Stella dell’evangelizzazione», l’emittente cattolica affinché diventasse uno strumento di pace e di unità. Fu un evento. La gente credeva che fosse un sogno, avveratosi perché Radio Sirirì, quasi senza volerlo, è diventata una radio ecumenica, grazie ai suoi cinque collaboratori che provengono da altrettante diverse chiese protestanti, impegnati nelle due ore di trasmissione che copre un’area di cinquanta-sessanta chilometri quadrati.

È una piccola, grande ricchezza, che i frati cappuccini di Bouar cercano di gestire al meglio, con la certezza che la Parola di Dio, annunciata dai microfoni, riporta e rapporta il bene al male in una specie di celeste ambivalenza. La gente che si sintonizza quotidianamente sulle frequenze dell’emittente cattolica si associa alla loro fiducia, augurandosi che la radio sia uno strumento di pace (Sirirì) in un paese che ne ha davvero bisogno.

di Egidio Picucci

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