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Iochebed, Miriam, Zippora:
la scelta tra il potere
e la vita

· La fortezza nei testi sacri ·

Nella Bibbia

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica la fortezza è la virtù morale che nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La tradizione biblica assegna specificamente alle donne questa virtù, che consente di attraversare le contingenze dell’esistenza senza smarrire il percorso e di raggiungere l’obiettivo buono a beneficio di tutte le persone coinvolte, alla luce di un discernimento integrale, che pone il vero Bene al centro della riflessione etica.

Aleksey Tyranov, «Mosè deposto nelle acque del Nilo» (1839-1842)

Per comprendere l’operatività di questa virtù nella vita e nella storia risultano interessanti gli esempi che ci vengono dalle donne che accompagnano la vicenda di Mosè nel contesto dell’Esodo: a ciascuna di esse, che intervengono a suo vantaggio in modo diverso e ugualmente importante, egli deve la conservazione della sua stessa esistenza e dunque la possibilità di compiere integralmente la missione che Dio gli ha affidato.

Si tratta di tre donne legate a Mosè da vincoli di parentela: la madre Iochebed, la sorella Miriam e la moglie Zippora. A esse si aggiungono, nel prologo della storia, le levatrici degli Ebrei, Sifra e Pua (Es 1, 15-21): due donne forti e piene di timore di Dio che, di fronte al decreto del faraone secondo il quale esse avrebbero dovuto sopprimere tutti i bambini maschi appena nati, hanno il coraggio di contravvenire all’ordine in nome di un valore morale che riconoscono come prioritario e che individuano come bene superiore da salvaguardare e perseguire, quello della protezione della vita, anche di quella più indifesa e minacciata.

Alla luce di questo stesso valore si comprendono le azioni compiute da Iochebed e Miriam nei confronti di Mosè appena nato (Es 2, 1-9). Di fronte all’ordine di abbandonare al fiume ogni neonato maschio, cui da sole non possono contravvenire senza esporsi a ritorsioni e pericoli, le due donne individuano una via per evitare la morte del bambino: lo collocano nel Nilo dentro una cesta, in modo tale che si trovi abbandonato al fiume, ma possa sopravvivere. Poi è la stessa Miriam a seguire la cesta lungo la corrente, a verificare che essa è stata raccolta dalla figlia del faraone, a presentarsi a quest’ultima, con coraggio e fortezza, per proporle di far nutrire il neonato da una balia ebrea in cambio di un salario, assicurando alla sua famiglia un ulteriore sostentamento e al bambino la possibilità di essere allevato in mezzo al suo popolo, secondo le tradizioni dei suoi padri e alla luce della sapienza israelitica. Una volta cresciuto Mosè si recherà nel deserto, dove incontrerà il Signore e comprenderà la sua vocazione: in quel contesto troverà moglie, e sarà questa donna, Zippora, ad agire con fortezza a favore della propria famiglia, in una situazione complessa narrata in Es 4, 24-26, ove grazie alla prontezza di lei è assicurata la circoncisione, e conseguentemente la salvezza della vita, a uno degli uomini della sua famiglia, non è chiaro dal testo se allo stesso Mosè o a uno dei suoi figli.

Simile coraggio dimostrano, nei racconti biblici, numerose altre donne, quali, per fare solo alcuni nomi, Debora, la profetessa, l’indomita Giaele, Ester, Giuditta: donne tutte che la Bibbia riconosce come sapienti, e la cui sapienza si manifesta concretamente nell’esercizio della virtù della fortezza. Peculiare accanto a esse è la figura di Abigail, moglie di Nabal, sposa saggia di un marito insipiente (1 Sam 25): è lei che con coraggio si fa incontro a Davide, offrendogli quanto ingiustamente il suo sposo gli ha negato, ed evita in tal modo un danno maggiore per la sua casa, ottenendo addirittura, una volta morto Nabal, di diventare moglie del futuro re di Israele. Questi ne loderà il senno, l’intelligenza, segno della presenza di Dio in lei e nelle sue scelte, e dunque, propriamente, manifestazione di una virtù, quella della fortezza, che viene dallo Spirito del Signore.

di Laura C. Paladino
Storica e biblista, docente presso le Università pontificie Gregoriana e Regina Apostolorum

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22 novembre 2019

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