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Io stesso un rifugiato

· Il presidente della Federazione luterana mondiale a Trump ·

«Le scrivo dalla santa città di Gerusalemme in uno spirito di preghiera. Prego perché la sua presidenza sia fruttuosa. Prego affinché sotto la sua guida gli Stati Uniti d’America continuino a sostenere i propri valori, consacrati da tempo alla diversità, all’uguaglianza, alla ricerca della felicità, alla libertà e alla giustizia per tutti». Ha il tono di una preghiera la lettera aperta che Munib Younan, vescovo della comunità evangelica luterana di Giordania e Terra santa, nonché presidente della Federazione luterana mondiale (Flm), ha indirizzato al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Al centro della riflessione l’atto esecutivo che dal 27 gennaio ha chiuso le frontiere degli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana. Misura che, come è noto, ha immediatamente suscitato la viva reazione contraria di larga parte dell’opinione pubblica non solo americana e di numerosi leader religiosi, tra cui l’episcopato cattolico statunitense. «Sono preoccupato — sostiene il presule luterano — perché per quasi 250 anni, il mondo ha guardato al suo paese come un esempio di come diverse razze e nazionalità possono avere un’unica identità americana. Il suo paese ha aperto la strada alla promozione dei diritti civili, dando sempre ascolto al principio della parità di cittadinanza, della libertà e giustizia per tutti. Questa è la ragione per cui così tanti profughi e immigrati hanno guardato agli Stati Uniti come un faro di speranza».
Younan aggiunge di essere molto preoccupato per le conseguenze dannose che i divieti avranno soprattutto per i cristiani arabi, che nella regione mediorientale, hanno una lunga storia di convivenza con i musulmani. «Noi respingiamo qualsiasi tentativo di dividere la società araba secondo linee religiose». Infine, il presidente della Flm fa un riferimento alla sua storia personale e scrive di essere preoccupato, «perché io stesso sono un profugo, e so in prima persona le difficoltà che devono affrontare le famiglie di rifugiati. Allo stesso tempo, come vescovo luterano, so che allontanare i rifugiati di ogni religione contraddice il messaggio di Gesù Cristo. Gesù stesso è stato un rifugiato, che ha cercato rifugio e salvezza con la sua famiglia in Egitto. Nel corso della sua vita, attraverso il suo insegnamento e le sue azioni, Gesù si è preoccupato dello straniero e degli emarginati».
Per Younan, insomma, accogliere lo straniero non è un optional per i cristiani e — citando il documento «Accogliere lo straniero: affermazioni dei capi religiosi» sottoscritto nel 2013 da buddisti, cristiani, indù, ebrei, musulmani — afferma che il prendersi cura dei rifugiati non è esclusiva di una religione, ma è il cuore di ogni tradizione religiosa. «Come vescovo luterano di Gerusalemme, come rifugiato, e come cittadino del mondo — si conclude la lettera — il mio appello è che lei riconsideri le sue recenti decisioni in materia di rifugiati e immigrati. La esorto a riflettere sui valori fondamentali degli Stati Uniti e di Gesù, e di cercare un percorso diverso che miri a raggiungere il duplice obiettivo di garantire sicurezza e opportunità nella terra della libertà».
Tra le reazioni fortemente critiche nei confronti del provvedimento della Casa Bianca si registra anche quella di Open Doors, l’organismo che ogni anno pubblica la World Watch List, la lista dei cinquanta paesi nei quali è più pericoloso oggi essere cristiani. «Riteniamo cruciale — ha affermato David Curry, presidente di Open Doors Usa — che sia garantito ai profughi cristiani e alle altre minoranze in Medio oriente un canale sicuro per ottenere rifugio negli Stati Uniti. Ma siamo fermi nel difendere un approccio che tratti ogni fede in maniera equa. Non possiamo sostenere l’idea di test di appartenenza religiosa negli Stati Uniti o in qualsiasi altro Paese. Politiche del genere porterebbero a un’orrenda persecuzione dei cristiani da una parte all’altra del mondo». 

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