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Investire
nell’agricoltura sostenibile

· Intervento di monsignor Chica Arellano alla 41ª sessione della Conferenza della Fao ·

È importante «promuovere una visione dell’economia e della società eticamente fondata». Solo in questo modo sarà possibile «formulare decisioni e intraprendere azioni in rispetto di quel principio di solidarietà che si trova alla base della coesistenza giusta e pacifica tra le nazioni» e, di conseguenza, offrire «un nuovo vigore al sistema multilaterale», il cui ruolo «è imprescindibile per raggiungere uno sviluppo sostenibile e integrale che ponga al centro la persona umana». Attraverso questa impostazione la Fao potrà continuare «a essere un punto di riferimento per le sfide che deve affrontare il settore agroalimentare», ha assicurato l’osservatore permanente, monsignor Fernando Chica Arellano, intervenendo mercoledì 26 giugno alla 41ª sessione della Conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

Il prelato ha sviluppato il tema del dibattito generale «Migrazione, agricoltura e sviluppo rurale», sottolineando come al centro delle problematiche di grande attualità non ci siano cifre o statistiche, ma persone segnate dal dolore e dall’amarezza. Infatti, si tratta di «esseri umani, ma che si vedono obbligati ad abbandonare le loro terre e le loro case per scappare della povertà, i conflitti, la persecuzione, gli effetti dannosi del cambiamento climatico e i disastri naturali». Purtroppo, ha fatto notare, il loro numero è in continua crescita. Si mettono in cammino non per libera scelta, ma mossi dallo scoraggiamento e dalla disperazione spesso dettati dall’impossibilità «di avere quel pane quotidiano che è parte integrale del diritto fondamentale alla vita». A dieci anni dalla data limite stabilita dall’Agenda 2030 — con i suoi obiettivi attraverso i quali la comunità internazionale si è impegnata a creare un mondo in cui nessuno soffra la fame — e dopo alcuni anni caratterizzati da dati incoraggianti, purtroppo continua ad aumentare il numero di persone che non hanno da mangiare. Si tratta, ha sottolineato il prelato, di «una situazione drammatica e scandalosa, davanti alla quale le nostre coscienze non possono rimanere insensibili e indifferenti; al contrario, è indispensabile lasciare da parte la retorica e passare all’implementazione di misure urgenti, coordinate e precise». Riguardo a ciò, ha spiegato monsignor Chica Arellano, la delegazione della Santa Sede non pretende di «presentare soluzioni tecniche», ma piuttosto di «offrire un orientamento che contribuisca a imprimere iniziative efficaci che tengano in conto le necessità della persona umana, specialmente se quest’ultima si trova minacciata da condizioni di vita che compromettono la sua dignità e la sua esistenza».

A giudizio del prelato, le analisi delle questioni relative al circolo vizioso della fame, della migrazione e della povertà non possono ignorare la centralità dell’agricoltura. Essa svolge un «ruolo cruciale nella dinamica dello sviluppo sostenibile di un Paese, costituendo uno dei principi catalizzatori attraverso i quali altre attività economiche e sociali possono trovare un impulso effettivo». Pertanto, ha affermato l’osservatore permanente, è imprescindibile investire nell’agricoltura sostenibile. In questa prospettiva è necessaria una maggiore integrazione di strategie agricole sostenibili, compresa l’agroecologia, nelle future attività di pianificazione della Fao. Al riguardo, non è secondario che l’organizzazione continui a lavorare per promuovere la trasformazione delle aree rurali attraverso «la creazione di infrastrutture adeguate, dell’uso della tecnologia e innovazione, della valorizzazione delle risorse locali e dello sviluppo di strategie che abbiano un impatto positivo sulle popolazioni». Le attività rivolte allo sviluppo agricolo, ha aggiunto monsignor Chica Arellano, potranno intendersi come un contributo per implementare il diritto a rimanere nella propria terra. Non bisogna tuttavia cadere nell’errore di pensare allo sviluppo semplicemente come «uno strumento utile per diminuire la migrazione, quando in realtà essa è un diritto innegabile di ogni essere umano». Non è quindi possibile sottrarsi all’obbligo di «accogliere, proteggere e integrare quanti giungono quotidianamente da Paesi in via di sviluppo cercando un’esistenza più degna e serena». Al riguardo, sono preoccupanti le frequenti e numerose testimonianze di immigrati vittime di traffici illegali, ai quali non si garantiscono i diritti più basilari e fondamentali. Essi si vedono spesso costretti ad accettare condizioni di lavoro realmente inumane e offensive della loro dignità.

Situazioni di sfruttamento e abuso, ha sottolineato il prelato, si individuano allo stesso modo nell’ambito della pesca, includendo «un numero significativo di casi che arrivano al livello di tratta di esseri umani». Si è di fronte a un panorama drammatico e lacerante, che purtroppo riguarda, in particolare, i giovani migranti provenienti da aree molto povere del mondo e che si trasferiscono in altre zone del pianeta per necessità dettate dall’industria peschiera. Spesso, vengono obbligati a imbarcarsi su mezzi di navigazione dove soffrono alcune delle peggiori e più brutali forme di violazione dei diritti umani, venendo sfruttati dal punto di vista del lavoro in maniera iniqua e spietata.

Non bisogna poi dimenticare, ha aggiunto l’osservatore permanente, le persone che migrano da un punto all’altro del proprio Paese e che in realtà sono la maggioranza dei migranti a livello numerico. Si tratta di uomini e donne che spesso si trasferiscono dalle zone rurali a quelle urbane. Mancando della necessaria preparazione o di particolari abilità professionali, sono costrette a rimanere nel circolo vizioso della povertà. Se si offrono loro i mezzi adeguati, non solo si potrà dare impulso con forza all’economia rurale ma anche favorire la sicurezza alimentare delle zone urbane.

Un ulteriore elemento da non dimenticare, infine, è la situazione dei giovani che appartengono alle comunità indigene. Spesso sono forzati ad abbandonare le loro terre: una triste realtà che li porta a vivere completamente sradicati dalle loro origini.

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