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Invecchio dunque vivo

· La terza e quarta età secondo Marc Augé ·

Sono in aumento i libri sulla terza e quarta età della vita. Di carattere medico, per forza di cose, visto che l’ultimo tratto dell’esistenza è più di altri assediato da malattie che sovente si cronicizzano; di taglio sociologico, dal momento che nei Paesi occidentali i conti non tornano, non riuscendo la scarsa natalità a compensare l’infittirsi della popolazione anziana; dal punto di vista psicologico, per via delle degenerazioni cognitive che accompagnano l’inevitabile declino fisico; di tenore filosofico ma anche spirituale, per mettere ordine in un tempo nuovo determinato dall’allungamento delle aspettative di vita, un tempo che non è però senza interrogativi, anche radicali. Si pensi all’espressione tanto diffusa quanto elastica fino a essere equivoca di «qualità della vita».

 Paul Cézanne,«La vecchia col rosario» (1900-1904)

Sul tema della vecchiaia è intervenuto recentemente l’etnologo e scrittore francese Marc Augé con il suo Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste (Milano, Raffaello Cortina 2014, pagine 104, euro 11), anche se il titolo originario dell’opera suona diversamente Une ethnologie de soi. Le temps sans âge. Da tempo l’etnologia non ha più a che fare solo con popolazioni lontane e culture esotiche, ma è applicabile ai comportamenti sociali e culturali di ogni aggregato umano considerati a partire dagli interessi dell’osservatore. Fino all’auto-osservazione, una sorta di etnologia fatta in casa. «Prima o poi, ognuno è condotto a interrogarsi sulla sua età, che sia sotto un aspetto o un altro, e dunque a diventare l’etnologo della sua propria vita».

I primi osservatori di noi stessi — anche se non sempre imparziali — siamo proprio noi, e capita a tutti, per un motivo o per l’altro, di fermarsi, di guardarsi allo specchio, di fare bilanci sul tempo passato e che passa, di svegliarsi di soprassalto esclamando: «Ho quaranta, cinquanta, sessant’anni!». Che non vuol dire, subito, pensarsi o venire inquadrati come più o meno vecchi, perché se Augé racconta di essere rimasto lusingato allorché per la prima volta, non ancora quarantenne, in Costa d’Avorio, è stato chiamato «vecchio» (parola che in quel contesto esprime innanzitutto rispetto e considerazione), si è un poco risentito, molto tempo dopo, quando in una metropolitana europea un giovanotto si è alzato per cedergli il posto. E a questa avvertenza ne va subito aggiunta un’altra, vale a dire il fatto che non dappertutto si invecchia alla stessa età, essendo quest’ultima determinata dal luogo d’origine, dal ceto sociale, dall’attività svolta, e molto altro. «La speranza di vita — puntualizza l’autore — è anche un segno di ineguaglianza tra continenti e un indicatore di sviluppo».

Una cosa che il libro cerca di fare è espungere dal linguaggio quella retorica dell’età — che Augé definisce «casa di riposo semantica» — che attribuisce alla vecchiaia qualità il più delle volte presunte, come l’acquietamento dei sensi e l’acquisizione stabile di quote di saggezza. Basta arrivare nei paraggi dell’anzianità per rendersi conto che non è proprio così, anche per il fatto che mentre in passato accedere all’età anziana era cosa del tutto eccezionale, fortuna di pochi che meritava di essere decantata, oggi essa rientra nei ranghi della normalità, forse anche della banalità.

Non è più il tempo di esorcizzare l’avanzare degli anni facendo l’elenco dei favori che ne deriverebbero, e neppure di insistere troppo sul diniego che porta ad argomentazioni già dall’esordio troppo prevedibili: «Sono vecchio, ma», oppure «Sono vecchio, e proprio per questo». Vale piuttosto la pena di entrare nella propria pelle, negli anni che portiamo e che ci portano, nel tempo che ora ci spetta.  

di Ugo Sartorio

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22 ottobre 2019

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