Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Invecchiare bene

· ​Quell’abbraccio quasi materno ·

Una versione più ampia di questo articolo esce su «La Rivista del Clero italiano».

Il Nunc dimittis è il breve inno che la Chiesa fa pregare a compieta, alla fine del giorno, come ultime parole di fede prima di entrare in quel sonno che è simbolo della morte. È anche il canto della sera della vita, pronunciato da un Simeone ormai prossimo alla morte, ed è per noi memoria dell’«ora della nostra morte», come recita l’Ave Maria. Si tratta dunque di un atto, pregare il Nunc dimittis, che rientra nell’ormai scomparsa arte di prepararsi a morire. E prepararsi, se mai ci si può preparare a quell’evento della morte che sempre ci contraddice e sorprende, nella fede.

La grandezza di Simeone è nella sua umiltà. Nella semplicità dei suoi occhi che vedono la salvezza nella carne di un neonato, di una nuova vita da poco sbocciata, nella tenerezza del suo abbraccio al piccolo, nella disponibilità a fare spazio ad altri, nella prontezza a farsi da parte, a cedere il passo, a lasciare il posto, a diminuire perché altri cresca. Contento che altri cresca. Proprio come Giovanni Battista: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» ( Giovanni, 3, 30).

Nessuna traccia di quella gelosia spesso tipica degli anziani nei confronti di chi viene dopo di loro, nessun sospetto e diffidenza, nessuna invidia, ma la gratitudine, la gioia serena e pacata. Simeone è invecchiato bene.

«C’era un uomo a Gerusalemme di nome Simeone». Così inizia il nostro breve racconto. Anzi, il testo inizia con quell’«ed ecco» che nel terzo vangelo introduce spesso una rivelazione, esprimendo l’invito a fare attenzione, a guardare con attenzione per vedere nell’opacità del quotidiano lo straordinario di Dio. Ovvero, per fare ciò che sa fare Simeone, il quale riconosce nel bambino il messia di Israele, la salvezza di Dio. «C’era un uomo a Gerusalemme». Chi era quest’uomo? Il suo nome, Simeone, rinvia all’ascolto, shamà in ebraico. E l’ascolto di cui Simeone si è mostrato capace per tutta la vita è stato senz’altro anzitutto l’ascolto delle Scritture. Le profezie di Isaia echeggiano nelle parole dell’anziano: «Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» ( Isaia, 52, 10); «Si rivelerà la gloria del Signore e ogni carne la vedrà» ( Isaia, 40, 5); «Io ti renderò luce delle genti perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» ( Isaia, 49, 6). Questi, ma anche diversi altri testi veterotestamentari stanno dietro le parole di Simeone e dicono di una fede forgiata negli anni sulle Scritture fino a scolpire nel cuore di Simeone una speranza salda, una fede solida. Che non si lascia mettere in scacco nemmeno dalla morte.

L’ascolto delle Scritture poi per Simeone è stato ascolto che ha creato un ponte con la vita, con la sua vita, è stato un ascolto che gli ha consentito di sentire la promessa profetica delle Scritture, la promessa di Dio come rivolta a sé: lui stesso vedrà la salvezza di Dio. Isaia diceva che ogni carne vedrà la salvezza di Dio, ma perché la veda ogni carne, la deve vedere quella carne che io stesso sono. E Simeone vede, vede perché ha ascoltato. Simeone ascolta, ma ascolta con fiducia, egli crede che ciò che la Scrittura dice è parola di Dio rivolta a sé: egli crede alla promessa di Dio. Ecco l’ascolto efficace: l’ascolto che crede. E suscitando fede, crea un corpo e una mente aperti, accoglienti, ospitali. Ciò che ha consentito a Simeone di invecchiare bene è stato anzitutto l’ascolto, la capacità di fare spazio alla parola e alla presenza di un Altro, ma anche di altri. Tanto che alla fine della vita egli riesce ad accogliere anche fisicamente, nelle sue braccia, il bambino in cui riconosce la salvezza di Dio. La capacità di ascolto si manifesta in capacità di accoglienza. E così è l’intero suo corpo che viene scolpito dall’ascolto e diviene non geloso, non timoroso, non angosciato, non ripiegato su di sé, ma accogliente, capace di ospitalità. Non sulla difensiva, ma aperto all’altro.

Di Simeone si sottolineano gli occhi e le braccia: i suoi occhi anziani sono ancora capaci dello stupore di chi guardando vede nell’altro non un rivale, non una minaccia, non uno che prende il suo posto e gli toglie spazio e libertà, non un nemico, ma un sacramento della salvezza. Noi siamo salvati attraverso gli altri, grazie agli altri. Spesso gli altri sono per noi motivo di lamento e di stanchezza e di frustrazione, ma in verità, la salvezza ci raggiunge attraverso gli altri. Noi vediamo la salvezza grazie agli altri. Il suo sguardo di anziano non è sospettoso, diffidente, pauroso, ma tenero. Ha saputo sviluppare quella dote di tenerezza che è così preziosa e rara. Soprattutto nei maschi. E questo si manifesta anche in quell’abbraccio quasi materno con cui egli accoglie il bambino, quasi cullandolo, con dolcezza.

Il corpo di Simeone non è rigido, chiuso, respingente, ma luminoso, caldo, accogliente. Cercando di immaginare Simeone vien da pensare alla figura del kalógheros della tradizione orientale, l’anziano “bello”, scavato e plasmato da una vita di obbedienza, di fede. Un corpo che è Vangelo, che è narrazione evangelica. Non è un evangelizzatore, ma un uomo divenuto Vangelo. Un po’ come Francesco di Assisi, di cui si dice che era non tamquam orans, sed oratio factus («non come uno che prega, ma divenuto preghiera»).

di Luciano Manicardi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE