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Quel sottile discrimine

· Efficacia (o meno) dei trattati internazionali di sanità pubblica ·

I trattati internazionali riguardanti la sanità pubblica sono efficaci? I risultati di uno studio pubblicato nei giorni scorsi nell’«American Journal of Public Health» (Ajph) sono poco incoraggianti. Gli autori hanno passato undici tra i più rilevanti trattati mondiali riguardanti problemi di sanità pubblica al vaglio di quattro criteri di efficacia. Tra i trattati presi in considerazione vi sono, per esempio, la “Convenzione quadro sulla salute globale” e il “Trattato sul trattamento delle persone anziane”. I risultati non lasciano spazio a dubbi: nessuno dei trattati esaminati risponde contemporaneamente a tutti i quattro criteri. 

I quattro criteri, che nello studio sono descritti in modo approfondito, meritano di essere citati: sono, infatti, molto espliciti sulle caratteristiche che i trattati dovrebbero avere. Il primo criterio riguarda la natura del problema. Secondo gli autori, i trattati, per avere successo, devono riguardare problemi con una marcata dimensione transnazionale: devono cioè, riferirsi a problemi che coinvolgono varie nazioni, che trascendono i confini nazionali e i cui effetti, in termini di rischi e benefici, si propagano da una nazione all’altra. Il secondo criterio riguarda la natura della soluzione. I trattati prevedono che gli Stati adottino obbligatoriamente alcuni provvedimenti: è quindi necessario che vi siano adeguati motivi per giustificare una simile imposizione. Ciò significa, tra l’altro, che le soluzioni previste dai trattati non devono essere gestibili dagli Stati singolarmente. Il terzo criterio riguarda la natura degli effetti che i trattati intendono conseguire: devono esservi ragionevoli probabilità di raggiungere il beneficio auspicato. Il quarto criterio riguarda l’attuazione: i trattati devono essere progettati in modo da consentire il raggiungimento dei risultati voluti a costi inferiori rispetto a qualsiasi opzione alternativa (per esempio: dichiarazioni politiche, contratti, etc.).
Lo spietato risultato dello studio pubblicato nell’Ajhp sembra in linea con l’esito di un altro studio metodologicamente molto accurato, pubblicato nel 2009 in «The Lancet» (la rivista di medicina probabilmente più prestigiosa al mondo). Nello studio del 2009, però, si analizzavano non i trattati in sé, bensì le conseguenze che la loro ratifica ha determinato sulla salute delle popolazioni.
Gli autori presero in considerazione sei tra i principali trattati delle Nazioni Unite (tra cui il “Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali”, il “Patto internazionale sui diritti civili e politici”, la “Convenzione sui diritti dell’infanzia”) rispondenti a specifiche caratteristiche, ed in particolare: essere vincolanti e contenere articoli riguardanti la salute. Gli autori selezionarono poi 170 nazioni (che rispondevano a particolari requisiti, come, ad esempio: aver ratificato almeno uno dei sei trattati; avere una popolazione di almeno 100.000 abitanti; disporre di dati sanitari, demografici, socio-economici) e 11 indicatori, sia sanitari (mortalità infantile e materna, aspettativa di vita, e altri), sia socio-economici (indice di corruzione, sfruttamento del lavoro giovanile, etc.). Mediante complesse analisi matematiche, gli autori analizzarono, per ciascuno Stato, le variazioni dei parametri da prima a dopo la ratifica dei trattati. Il risultato? Leggiamolo dalle parole degli stessi autori: «Secondo la nostra analisi, la ratifica dei principali trattati sui diritti umani non è associata a un cambiamento delle condizione di salute e non è correlata in modo significativo a un miglioramento degli indicatori sociali». I medesimi autori, tuttavia, notano anche che i parametri studiati sono complessi e, talvolta, difficilmente quantificabili. Essi stessi, inoltre, evidenziano alcuni innegabili progressi che, a seguito della ratifica dei trattati, si sono verificati, per esempio nell’acceso ai servizi sanitari.
Da entrambi gli studi emergono anche considerazioni economiche: i trattati internazionali sono, in genere, più costosi rispetto ad altri strumenti (come le dichiarazioni politiche, i codici, le risoluzioni). Infatti, essi non solo richiedono meetings, viaggi aerei, spese legali, ma spesso comportano anche l’istituzione di nuove strutture governative, segretariati, focal points nazionali.
I trattati internazionali su temi sanitari sono allora inutili? Sono addirittura dannosi? Certamente no. Affinché siano utili occorre però che i progetti di trattati siano sottoposti a un rigoroso “test mezzi/fini”, come propone Lawrence O. Gostin (uno dei maggiori esperti di diritto applicato alla sanità pubblica) nel volume Public health law. Power, duty, restraint (2008): si deve cioè dimostrare, mediante dati scientifici, che vi siano ragionevoli probabilità di raggiungere gli obiettivi di sanità pubblica auspicati.
Da ultimo, una postilla. Nei trattati sanitari internazionali vi è anche il rischio di paternalismo: a volte gli accordi sono dettati dagli Stati più ricchi e potenti sulla base dei risultati che essi hanno già raggiunto, cosicché i nuovi requisiti stabiliti dai trattati ricadono soltanto sui Paesi più poveri, che devono uniformarsi. Anche questo fatto sbilancia i risultati.

di Carlo Petrini

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