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Intrappolati
tra due fuochi

· Drammatica la condizione dei civili ad Aleppo mentre continuano i combattimenti ·

Aleppo è ormai una città spezzata in due, in balia degli scontri tra i soldati governativi leali al presidente Assad e i ribelli. Il settore nord e quello occidentale sono sotto il controllo governativo; mentre le zone meridionali e orientali restano in mano dei ribelli accerchiati dai soldati di Assad supportati dai russi. E, dall’una e dall’altra parte, migliaia di civili ridotti ormai allo stremo, tra cui bambini e donne costretti a pagare il prezzo più alto del sanguinoso conflitto.

Una donna col suo bambino a Manbij, città vicina ad Aleppo, controllata dai governativi (Afp)

A confermare questo terribile stato di cose ci sono i dati forniti da diverse ong e organizzazioni internazionali. Secondo l’Onu, nella parte assediata dai governativi rimangono circa 300.000 persone intrappolate con scorte di cibo e medicinali ridotte al minimo: potrebbero essere sufficienti a garantire la sopravvivenza per meno di un mese. E, come ricorda l’Unicef, più di un terzo sono bambini. Sempre secondo Unicef, nella parte occidentale sotto controllo governativo ci sono circa 25.000 sfollati, provenienti dalle zone bombardate, che hanno trovato rifugio in moschee, università, campus e giardini pubblici. Mancano praticamente di tutto: dal cibo ai servizi igienici fino alle forme più elementari di assistenza medica. In quest’area, secondo i media russi e governativi siriani, si registrano diversi casi di civili uccisi e feriti da colpi di artiglieria sparati da insorti della parte orientale.
Pochi giorni fa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha fatto sapere che la situazione «umanitaria e sanitaria ad Aleppo ha raggiunto livelli critici: fino a 250.000 persone nella parte orientale della città attualmente non hanno accesso a cibo sufficiente e alle cure mediche». E si prevede che «le scorte alimentari rimaste saranno sufficienti al massimo per un mese». Dal 7 luglio scorso, ricorda l’Ufficio regionale dell’Oms, è ferma anche la consegna di forniture mediche nella parte orientale della città.
In precedenza un’altra ong, Usa Physicians for Human Rights, aveva denunciato che nell’ultima settimana sono stati bombardati «indiscriminatamente sei ospedali ad Aleppo e nei suoi dintorni. Si tratta del bilancio più drammatico dall’inizio del conflitto nel 2011». Da quell’anno, l’ong conta in Siria 373 attacchi contro 265 strutture mediche.

Sul piano militare, il timore è che ora possa aprirsi un nuovo fronte. Il gruppo Ahrar Al Sham (ex Fronte Al Nusra, poi slegatosi da Al Qaeda, ndr) e altre formazioni che rientrano nelle fila dei ribelli hanno annunciato ieri di aver spezzato l’assedio governativo che durava da tre settimane. Tuttavia, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (voce dell’opposizione in esilio a Londra), gli scontri non sono terminati ed è ancora troppo pericoloso per i civili cercare di fuggire. I media governativi siriani, da parte loro, smentiscono che l’assedio sia stato spezzato. Così si legge in un comunicato ufficiale: «I gruppi terroristici (dicitura con la quale Damasco indica i ribelli, ndr) stanno subendo ingenti perdite e non sono stati in grado di rompere l’accerchiamento dei quartieri orientali». L’esercito siriano «in coordinamento con le forze alleate continua a combattere a sud di Aleppo» riporta ancora il comunicato, secondo cui almeno dieci civili sono rimasti uccisi in bombardamenti dei ribelli in due distretti controllati dal Governo. Per l’Osservatorio siriano per i diritti umani, circa 700 combattenti di entrambe le parti hanno perso la vita negli scontri dallo scorso 31 luglio, la maggior parte dei quali sarebbero ribelli uccisi nei raid aerei.

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