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Intrappolati in Libia

· Storie di profughi ·

Thimothe ha sessant’anni, ha lo sguardo paziente e fiducioso. Quando apre la porta di casa sua, alla periferia di Tripoli, Libia, apre il suo cuore e consegna le sue speranze di un futuro migliore.

La famiglia di Thimothe è composta da lui, sua moglie e i suoi tre figli, due ragazze di 15 e 12 anni e l’ultimo figlio, di dieci. Thimothe e la sua famiglia sono scappati dalla Repubblica Democratica del Congo più di cinque anni fa, quando alcuni membri della loro famiglia sono stati uccisi. Avrebbero voluto raggiungere l’Europa. Thimothe avrebbe voluto garantire ai suoi ragazzi la possibilità di studiare e costruire un futuro migliore di quello che avrebbero potuto avere nel paese di origine.

Migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana a Tripoli (Reuters)

Ma il viaggio delle loro speranze si è fermato in Libia.

Nel 2011 Thimothe era riuscito a garantire la fuga dei suoi due figli maggiori, per evitare che fossero arruolati come bambini soldato. Oggi sono in Francia, uno dei due ha sposato una ragazza francese e ha un bimbo piccolo.

Thimothe non ha ancora conosciuto quel nipote. «Se penso al Congo — dice racconta, seduto a terra, circondato da tutti i documenti messi da parte negli ultimi anni — penso alle mie ragazze che andavano a scuola, erano stimate, apprezzate da tutti gli insegnanti e avevano grandi sogni. Oggi nessuno dei miei figli può frequentare la scuola. La Libia non è un posto sicuro per noi e non li lascio neppure uscire di casa».

La famiglia di Thimothe ha viaggiato trentasei mesi attraverso la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica del Congo, il Camerun e il Niger prima di arrivare in Libia alla fine del 2013. Il viaggio è stato duro, difficilissimo e pieno di insidie. Ma l’arrivo in Libia è stato anche peggiore.

«Al nostro arrivo abbiamo subito di tutto, violenze, molestie, discriminazioni. I soldati libici ci hanno arrestato e ci hanno portato nel centro di detenzione di Zawya. Mia moglie e la mia figlia maggiore sono state spogliate dai soldati. Non riesco a dire altro e mia moglie non ha ancora superato quel trauma a distanza di anni».

Mentre Thimothe parla sua moglie gli siede accanto, al ricordo della detenzione muove nervosamente la mani, ha lo sguardo fisso a terra. Sembra spaesata.

«Quando abbiamo deciso di raggiungere la Libia — dice ancora — non ho mai pensato di mettere in pericolo la vita della mia famiglia su un barcone per attraversare il Mediterraneo, io avrei voluto trovare un lavoro, un posto a scuola per i miei figli, una casa decente e fare tutto il necessario per ottenere i documenti e arrivare legalmente in Tunisia. Ma la Libia è fuori controllo e il nostro destino è incastrato alle sorti di questo stato».

Dal 2014 il caos politico e militare non sembra trovare una soluzione. In Libia ci sono attualmente tre governi e centinaia di milizie armate contrapposte. Gli scontri armati sono all’ordine del giorno. Come i rapimenti. Il denaro contante è un miraggio e le code alle banca per ottenere un po’ di soldi sono lo specchio della rabbia e contemporaneamente della rassegnazione del paese.

Thimothe lavora come aiutante in un’officina meccanica. Il suo datore di lavoro lo ospita in un piccolo appartamento. La casa è fredda, la stufa è accesa nell’unica camera da letto, dove tutti e cinque dormono assieme.

Il frigorifero è vuoto. Thimothe ha una forte dignità, ma è povero e non ha vergogna di dirlo. «Vorrei fare molto di più, ma non posso e non chiederò mai ai miei figli di lavorare per portare soldi in famiglia. Conosco troppe storie disperate di bambini e bambine sfruttate. Non importa essere poveri, importa che i miei figli mantengano la purezza dell’infanzia che il destino sta cercando di rubare loro».

Christelle è la figlia maggiore di Thimothe. Ha grandi occhi scuri e un sorriso gentile. «Per noi che abbiamo la pelle scura — dice — la vita in Libia è molto difficile. All’inizio, tre anni fa, a Tripoli eravamo aiutati dalla Chiesa: siamo cristiani e per noi è stato molto importante sapere di poter contare su di loro. Ma piano piano la situazione è diventata così pericolosa che non possiamo spostarci da casa nostra in periferia per arrivare in chiesa. Una volta ho provato ad andare e degli uomini mi hanno fermato in strada, volevano che mi prostituissi, mi insultavano. Così mio padre ha deciso che per me e mia sorella era meglio non uscire mai da sole».

Christelle avrebbe voluto studiare informatica, era il suo grande sogno. Ricorda con malinconia i giorni di scuola in Congo, ricorda i suoi quaderni, i complimenti delle insegnanti per la sua caparbietà e la sua costanza negli studi. Poi il viaggio, la violenza, il buio.

«Nella prigione i soldati non ci davano acqua e cibo a sufficienza, hanno separato me, mia madre e mia sorella da papà e da nostro fratello. L’umiliazione che abbiamo subito non riuscirò mai a dimenticarla. Mi sono sentita sola e disperata. Ero piccola, guardavo mia madre piangere, mia sorella piangere e pregavo Dio che ci facesse uscire vivi».

Le parole della giovane Christelle sono spesso interrotte dalla commozione, accanto a lei su un materasso a terra sono seduti sua sorella e suo fratello. Condividono ricordi troppo pesanti per dei bambini. «Siamo stati fortunati a uscire di prigione — afferma — ma non riusciamo a lasciare il paese ed è come essere detenuti di nuovo. Perché non possiamo uscire di casa. Non possiamo studiare. Non abbiamo parenti e non abbiamo amici. Il solo nostro conforto è essere in tre, poter condividere ricordi ed emozioni, ma ci sentiamo molto soli e vorremmo che il mondo non dimenticasse tutte le vite sospese in Libia»,

«I bambini di Timothe — dice Ghassan Khalil, rappresentante speciale di Unicef in Libia — sono privati del loro diritto all’istruzione. Quando ho parlato con Christelle, lei mi ha descritto il suo amore per la scuola e quanto le manchi studiare. A ogni bambino deve essere garantito il diritto allo studio e tutti noi dobbiamo impegnarci e trovare una soluzione per le migliaia di bambini intrappolati in Libia».

da Tripoli Francesca Mannocchi

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