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Intervista a Cartesio

· Le verità di una metafisica ·

Descartes sembra amare scenari solenni per dare un senso alla sua opera e al suo stesso impegno speculativo, chiamando anche in causa grandi interlocutori. Appena ventitreenne, «pieno di entusiasmo» per avere trovato «i fondamenti di una scienza meravigliosa», ha avuto tre sogni (era la notte fra il 10 e l’11 novembre 1619), decisivi per il suo destino: sogni, secondo la sua stessa interpretazione, «venuti dall’alto» nei quali si sentiva conteso fra il «cattivo genio», il diavolo, e lo «Spirito di verità» o «Spirito di Dio» che infine scese su di lui come fulmine «per possederlo». Poco più di un decennio dopo, propone il grande scenario degli «spazi immaginari» per avere la possibilità di costruire la sua «favola del mondo»: «Lasciate — ha scritto — che per un poco il vostro pensiero esca da questo mondo per venire a vederne un altro nuovissimo che farò nascere negli spazi immaginari. I filosofi ci insegnano che questi spazi sono infiniti [...] supponiamo che Dio crei di nuovo intorno a noi tanta materia che ovunque la nostra immaginazione si estenda non scorga più alcun luogo vuoto [...]».

Frans Hals, «Ritratto di René Descartes» (1649)

Al principio degli anni Quaranta, presentando le «Meditationes de Prima Philosophia» al decano e ai maestri della facoltà teologica di Parigi, lei evoca lo scenario — assai vivace in quel tempo — della polemica contro empi, atei ed «esprits forts» (secondo la traduzione del Duc de Luynes): in questo scenario lei si propone come paladino della gloria di Dio e della causa della religione, armato di argomenti certissimi ed evidentissimi per dimostrare l’esistenza di Dio e «la reale distinzione dell’anima dal corpo»; dopo le sue prove nessuno, scrive, «vorrà revocare in dubbio» tali verità. E aggiunge che con le sue «Meditationes» intende attuare il mandato del v concilio Lateranense (1513) di confutare coloro che negano l’immortalità dell’anima individuale. Un suo obiettante si stupirà di tanta sicurezza nella propria missione e nella verità del proprio pensiero: «Quasi tu fossi sicuramente — scriveva — il solo metafisico e teologo naturale» e insinuerà che lei cercasse l’appoggio dei teologi della Sorbona per instaurare una nuova «tirannide degli ingegni».

Si dica quel che si vuole. Io sono comunque convinto di avere portato prove dell’esistenza di Dio e della separazione dell’anima dal corpo (da cui deriva l’immortalità dell’anima) di assoluta evidenza, quindi incontrovertibili e tali che «tutti gli errori che mai furono comunque commessi su tali questioni saranno in breve tempo cancellati dalle menti degli uomini». Dirò di più, ritengo che nessuno prima di me abbia dimostrato, così chiaramente, che il vero Dio non può essere ingannatore.

Dunque la sua metafisica, con l’esistenza di Dio non ingannatore, è fondamentale anche per la sua fisica, e anzitutto per la reale esistenza di un mondo esterno al cogito conforme alle idee chiare e distinte del cogito stesso.

Non avrei potuto trovare i fondamenti della mia fisica se non nella mia metafisica: non solo le leggi di natura sono stabilite da Dio come tutte le altre cosiddette verità eterne, ma sono da me dedotte dall’idea stessa dell’immutabilità divina. Per questo sono entrato in crisi quando, sul finire del 1633, mentre stavo rivedendo il mio trattato sul mondo per la pubblicazione, ebbi notizia della condanna romana del copernicanesimo. Tutta la mia fisica — ove il moto della Terra è parte essenziale — è tanto legata alla mia metafisica che ebbi come l’impressione che mi si potesse accusare di avere costruito un sistema fallace, pur essendo convinto di avere rigorosamente seguito l’evidenza delle dimostrazioni, in un discorso tutto deduttivo, a priori. Debbo anche confessare che non voglio fare l’eroe, andare contro l’autorità della Chiesa: preferisco lavorare in pace, facendo mio il motto bene vixit, bene qui latuit.

Non tutti i suoi seguaci saranno disposti a perseguire il suo ideale di scienza universale “a priori”, ma le sue tre leggi della natura — a cominciare dal principio di inerzia — costituiscono un pilastro della scienza moderna. Purtroppo la dissociazione che è avvenuta tra la sua fisica e la sua metafisica ha fatto perdere la grandiosità del suo progetto di scienza universale.

Credo comunque — sapendo bene che la conoscenza della natura è legata all’accumulo di esperienze — che alcuni aspetti della mia «favola del mondo» potranno diventare obsoleti. Ma ritengo che le leggi cui lei ha fatto cenno, con la fisica meccanicistica che ne deriva, conserveranno la loro validità; e sono anche convinto che tutta la mia costruzione della «macchina del corpo», la riduzione cioè di tutti i corpi che appaiono dotati di qualche forma di vita a macchine o automi (corpo dell’uomo compreso), sia destinata a costituire uno schema interpretativo di grande fecondità. Non possono rinunciare all’idea, coerente con tutta la mia fisica, che il corpo dell’uomo non sia altro che una statua o macchina di terra che Dio forma espressamente per renderla il più possibile simile a noi; sicché non solo le dà esternamente il colorito e la forma delle nostre membra, ma colloca nel suo interno tutte le parti richieste perché possa camminare, mangiare, respirare, imitare infine tutte quelle nostre funzioni che si può immaginare procedano dalla materia e dipendano solamente dalla disposizione degli organi. Così come vediamo orologi, fontane artificiali, mulini e altre macchine che hanno la forza di muoversi da sé in più modi, anche il corpo umano può essere concepito come una macchina, i cui ingranaggi possono spiegare tutte le funzioni che solitamente riferiamo a principi vitali: inutile quindi ricorrere a un’anima vegetativa o sensitiva, bastano le leggi della meccanica.

Questa è senza dubbio una sua grande proposta, frutto dei suoi attenti studi di anatomia. Ed è anche, mi sembra, il presupposto della sua dimostrazione dell’immortalità dell’anima.

Lei indica uno dei punti essenziali del mio pensiero: la dimostrazione della radicale distinzione fra sostanza pensante e sostanza estesa, delle quali abbiamo idee chiare e distinte. La veracità divina ci assicura che tutte le cose che noi concepiamo chiaramente e distintamente sono vere come noi le concepiamo.

Possiamo dunque concludere che tali sostanze sono realmente distinte fra loro, e che quindi la res cogitans, l’anima razionale, è realmente distinta dalla res extensa, èimmateriale e immortale.

Che poi abbia avuto dei problemi per spiegare il rapporto fra l’anima (res cogitans) e il corpo (res extensa) lo so bene e immagino che sarò criticato per la soluzione da me proposta da quanti non presteranno sufficiente attenzione alle mie dimostrazioni.

Del resto, lasciare un’eredità significa porre problemi e forse anche permettere interpretazioni diverse, persino opposte (vedo addirittura fra i miei seguaci serpeggiare tesi tendenzialmente materialistiche). Mi auguro solo che, per capire la mia opera, si tenga fermo il rapporto tra la mia fisica e la mia metafisica, assolutamente essenziale. Le ricordo che l’albero del sapere ha come sue radici la metafisica, come tronco la fisica, come rami e frutti la meccanica, la medicina e la morale.

La centralità di Dio — e non solo del problema di Dio — nel suo pensiero, l’originalità delle sue riflessioni sul Dio creatore delle verità eterne, sul Dio «sui causa», l’utilizzazione del concetto di «potentia Dei absoluta» per motivare le forme più radicali di dubbio, Le hanno assicurato un posto determinante nella storia dell’ontoteologia alle origini della modernità (una modernità, da questo punto di vista, ben protetta dal «Deus qui potest omnia»). Conferma anche la sua fedeltà all’impegno assunto nella dedica delle «Meditationes» ai dottori di Sorbona?

L’impegno assunto con i dottori della Sorbona di difendere la causa di Dio e della religione è stato sempre la mia guida, come anche la mia fedeltà alla Chiesa cattolica: tanto che, come è noto, rinunciai a pubblicare il mio trattato sul mondo — di impostazione chiaramente copernicana — per rispetto della condanna di Roma. Sicché mi sono molto stupito e indignato delle accuse di ateismo mosse contro di me nelle Province Unite da parte dei riformati ma poi anche altrove dai cattolici [le opere di Descartes furono messe all’Indice dei libri proibiti nel 1663, poi ancora nel 1720].

Personalmente sono convinto della verità della mia metafisica e della sua ortodossia. Quanto alle polemiche contro di me, quando non son dovute a personali posizioni assunte dai miei seguaci e che io non condivido, sono invece la riprova della novità e della modernità del mio pensiero.

di Tullio Gregory

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