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Interpretare e trasmettere

· Sulle traduzioni italiane di Bonaventura del Novecento ·

Bonaventura da Bagnoregio nella posterità: traduzioni, riusi e problemi aperti è il titolo del convegno tenutosi il 15 e 16 gennaio scorsi presso la Pontificia università Antonianum di Roma. Tra gli intervenuti, Massimiliano Lenzi, Andrea Di Maio, Paolo Vian, Fortunato Iozzelli, Alessandro Ghisalberti e Barbara Faes, della cui relazione pubblichiamo alcuni stralci.

Una traduzione — mi riferisco qui alla produzione scritta — si fonda su un sapere conservato in un testo che veicola stati d’animo, idee, credenze, riflessioni, dottrine, di natura differente. Questo sapere è un’eredità. Tradurre è appropriarsi di questa eredità, ma per arrivare a ciò bisogna conoscerla, capirla, ossia interpretarla. Tradurre è poi trasferire non solo parole, ma contenuti e significati di uno scritto in un contesto nuovo, quello del lettore, affinché nei modi suoi propri egli possa conoscere così il testo in esame. Di qui in latino la connessione di termini che hanno un valore sinonimico: interpretari, vertere, transferre.
Interpretare e trasferire sono dunque i due cardini della traduzione. Ma poiché si traduce o per sé o per altri, in questo secondo caso la traduzione assolve una funzione precisa: comunica ad altri. Diciamo subito che oggi la comunicazione costituisce più che mai lo scopo primario dell’attività del tradurre.

Francisco de Zurbarán «San Bonaventura» (1640)

Per quanto riguarda poi il corpus degli scritti di un autore come Bonaventura lontano da noi secoli, tale attività è non sollecitata, ma urgentemente e indifferibilmente richiesta per due motivi principali: l’irreversibile declino oggi del latino in tutte le culture europee, relegato ormai a lingua di nicchia, e la forte, vivace e vitale emergenza e presenza di culture altre, le extraeuropee, ormai parte essenziale e feconda del nostro mondo (guardo al pubblico universitario che ho qui davanti, africano, asiatico, indiano, americano), che nella loro formazione intellettuale però difficilmente hanno incontrato e conosciuto questa lingua, insomma generalmente la ignorano.
La traduzione inoltre non ha soltanto una funzione comunicativa, ma ne assolve altre due ugualmente importanti, alle quali non si presta mai sufficiente attenzione: anzitutto permette di prolungare nel tempo e nello spazio la vitalità di un testo, di assicurarne e rinnovarne la tradizione; si pensi a tal proposito all’importanza della versione latina della Bibbia di Gerolamo, ma anche alla messa in discussione di tale tradizione, come è avvenuto con la traduzione tedesca di Lutero, che darà così un primo fondamento unitario alla lingua tedesca. La traduzione può essere anche uno strumento di riforma culturale. Offrendo infatti a un pubblico letture che esprimono una determinata linea di pensiero (nel nostro caso teologico, filosofico, spirituale), per il loro tramite consente di ritrovare tematiche e problemi che per un lettore moderno possono risultare decisivi anche oggi, stimolando in lui riflessioni dottrinali, orientamenti pratici, modelli di vita in qualche modo in linea con quelli del passato, ma anche di rottura con questo.
Quanto ai requisiti necessari per una buona traduzione e ai criteri da adottare, va ricordato che proprio il francescano Ruggero Bacone vissuto ai tempi di Bonaventura, indicava: un’ottima conoscenza dell’argomento da tradurre e un’ottima conoscenza di due lingue, quella di partenza e quella di arrivo. Riprendendo, ma insieme estendendo l’affermazione di Bacone, in altre parole si può dire che condizione del lavoro del traduttore è non solo il bilinguismo — requisito necessario, ma non sufficiente — ma soprattutto il biculturalismo, ossia, con tutte le difficoltà che ciò comporta, avere grande familiarità sia con la cultura alla base del testo di origine sia con quella cui si rivolge il testo tradotto. Così per quanto riguarda il primo aspetto, per tradurre Bonaventura sono necessarie non solo solide conoscenze delle sue dottrine, ma anche del contesto istituzionale in cui ha operato, delle strategie argomentative che ha utilizzato, degli strumenti e dei repertori da lui adottati nel comporre le sue opere.
Tutto ciò riguarda l’impegno e il lavoro del traduttore. Tuttavia per inquadrare il valore e la finalità di una traduzione, non va trascurata — a mio avviso — la collocazione che essa ha in un contesto editoriale specifico e i condizionamenti che quest’ultimo può imporre: e allora una serie di indicatori possono diventare significativi. Ne segnalo soltanto alcuni: se nel progetto editoriale o nella collana che ospita un testo tradotto sono esplicitamente indicati scopo, destinatari, criteri adottati nella traduzione; se nell’apparato delle note vengano discusse altre versioni o l’adozione di un termine piuttosto di un altro; se a fronte della versione o in nota è presente il testo latino.
Fissati questi punti generali, veniamo al tema proprio di questa indagine. Scopo di essa è tracciare alcune linee di una storia delle traduzioni italiane di Bonaventura nel Novecento. È infatti soprattutto in quel secolo (e a quello solo farò riferimento) che al suo sorgere, nel 1902, vede la conclusione della grande impresa editoriale dell’Opera omnia dei padri di Quaracchi che si assiste, non solo in Italia ma nell’Europa intera e poi oltreoceano, a una notevole produzione di versioni nelle lingue nazionali (in Francia, Spagna, nel mondo tedesco di area cattolica, più tardi in America e di recente anche in Polonia). Queste possono riguardare una singola opera, per esempio l’Itinerarium mentis in Deum; oppure più opere accomunate sotto una medesima etichetta per esempio quella di Opuscoli mistici; o infine parzialmente o totalmente l’intero corpus bonaventuriano.
Tralasciando la prima tipologia (traduzione di una singola opera), esaminerò tre iniziative editoriali che nel corso del Novecento in Italia hanno prodotto rispettivamente la traduzione di un gruppo di opere, la traduzione delle principali, l’edizione bilingue ancora in itinere dell’intero corpus bonaventuriano. Ritengo infatti che per delineare una storia delle traduzioni vada ricostruita nei limiti del possibile la non sempre agevole e lineare storia delle persone che le hanno promosse e delle collane delle case editrici che le hanno accolte.
Per l’argomento in esame le persone e le case editrici sono state: Agostino Gemelli e la casa editrice Vita e Pensiero (Milano) dell’Università cattolica del Sacro Cuore; Eliodoro Mariani, Il Centro di Studi Bonaventuriani di Bagnoregio e la casa editrice Lief (Vicenza); infine ancora Eliodoro Mariani, ma ancor più, soprattutto in seguito alla sua morte, Jacques Guy Bougerol e la casa editrice Città Nuova (Roma). Tre case editrici dunque, di cui due — Vita e Pensiero e Città Nuova — hanno caratterizzato in maniera incisiva secondo ottiche proprie e motivazioni del tutto diverse la cultura cattolica del Novecento italiano a oggi.
La prima a partire dal primo dopoguerra, soprattutto grazie al francescano Agostino Gemelli, attento in prima istanza alla formazione universitaria di quadri cattolici che dagli anni Venti al 1945 dovevano confrontarsi con una realtà intellettuale e sociale caratterizzata da una sempre maggiore presenza dell’idealismo di Giovanni Gentile in ambito filosofico, pedagogico e più tardi politico. Città Nuova nata nel 1959, grazie a Chiara Lubich e al movimento di respiro mondiale dei Focolari cui ha dato origine, volto a sviluppare e diffondere una cultura legata ai valori del dialogo e dell’inclusione, per edificare una società nuova fondata sull’unità e la condivisione. La Lief, infine, di ambito più ristretto, perché limitata per lo più alla pubblicazione di opere e saggi intorno ad autori francescani e alla loro diffusione nel pubblico dei frati o dei cultori di cose francescane.
Ma dove attingere per ricostruire il percorso e la messa a punto, insomma la storia dei progetti editoriali che hanno originato la pubblicazione di traduzioni? Essendo le introduzioni a queste ultime solitamente povere di indicazioni, occorre anzitutto non trascurare i centenari, che, come è noto, sono occasioni propizie per rivisitare scritti di un autore e spesso lanciare nuove iniziative editoriali, come ad esempio le traduzioni.
Occorre soprattutto esaminare la documentazione edita e inedita delle case editrici, normalmente oggetto di scarsissima attenzione da parte di chi si occupa di storia delle traduzioni: per esempio i cataloghi storici quando esistono delle case editrici, e quello storico di Vita e Pensiero mi ha fornito un quadro utile per inquadrare la collana che ospita la traduzione degli opuscoli spirituali di Bonaventura. Occorre interrogare con pazienza il materiale archivistico con i suoi verbali, note, appunti, e carteggi tra i diversi membri di un’iniziativa editoriale, o le corrispondenze con una direzione: e per la Lief ancora una volta sono debitrice delle ricerche archivistiche di Pacifico Sella, e per Città Nuova — che non solo in Italia ma nel mondo intero, è stata l’unica finora a varare un’edizione bilingue dell’Opera omnia di Bonaventura — delle scoperte di Lucia Velardi.

Come segno dell’importanza oggi più avvertita — e da parte mia anche di riconoscenza e gratitudine nei confronti di tanti traduttori che per motivi confessionali, dottrinali, spirituali, o semplicemente per obbedienza, oppure banalmente economici, hanno affrontato testi a noi lontani e si sono sobbarcati gravose fatiche — vorrei si meditasse su ciò che di recente ha scritto Tullio Gregory, storico della filosofia: «Ma la storia delle traduzioni nell’età contemporanea — e in questa prospettiva la storia delle case editrici e dei traduttori — è ancora da scrivere, forse anche perché dobbiamo liberarci dal pregiudizio che antepone l’autore al traduttore, riconoscendo al primo un’originalità che il secondo non avrebbe; si rischia in tal modo di dimenticare che se ogni cultura è sempre un processo di appropriazione, di interpretazione di esperienze diverse, con il loro trasferimento in contesti e linguaggi nuovi, la traduzione intra e interlinguistica svolge un fondamentale ruolo di mediazione nel quale il traduttore è attore e protagonista».

di Barbara Faes 

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19 settembre 2019

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