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Intellettuale di frontiera

· Il pensiero di Giuseppe Toniolo e la cultura europea ·

Il pensiero e l’opera di Giuseppe Toniolo (1845-1918) vanno collocati non solo nell’ambito pur complesso e articolato del movimento cattolico nazionale e della crociana “nuova Italia”, ma anche nel più vasto quadro della coeva cultura europea, assumendo la parola cultura nel suo significato pregnante di visione dell’uomo e del mondo, ossia come scala di «valori, mentalità e costume, che si ispira e si traduce nei comportamenti di un popolo». Una cultura che non è discorso astratto, ma designa la “condizione concreta” dell’uomo in una determinata situazione storica e tende con ciò stesso a “generare una civiltà”.

Al centro di tale cultura v’è l’uomo in quanto soggetto che si lascia “permeare da una tradizione”, per rielaborarla e arricchirla, “divenendo egli stesso tradizione”. La qual cosa presuppone una concezione personalistica, che Toniolo comincia a far propria negli anni giovanili, dapprima sotto la guida di monsignor Luigi Dalla Vecchia, suo direttore spirituale al collegio veneziano Santa Caterina, poi durante l’apprendistato universitario padovano, quando scopre oltre al dettato metodologico di Roscher, capofila della vecchia scuola storica tedesca dell’economia, anche la sintesi cristiano-scolastica di Görres e le opere del vescovo di Magonza, Wilhelm Emmanuel von Ketteler (che ebbe rapporti con Lassalle e influì sul programma sociale del Centro cattolico in Germania), nelle quali trova riproposta, lucidissima, la distinzione tomistica tra possesso e usufrutto dei beni, libertà dell’individuo e libertà della persona, e dove rinviene pure un piano “risolutivo” dei problemi creati dall’industrialismo contemporaneo, risolutivo perché incentrato sull’applicazione delle norme del diritto naturale alla riforma sociale cristiana, con forte accentuazione del ruolo dei corpi intermedi (famiglia, organizzazioni professionali, sindacati, ecc.), della cooperazione, dell’associazionismo, e insistendo altresì sul dovere dei lavoratori di impegnarsi per il loro riscatto.

Successivamente si aggiungono a queste altre mutuazioni: da Georg Ratzinger, che tenta di ricostruire sul fondamento della morale evangelica le dottrine sull’ordine sociale delle ricchezze; da Johannes Janssen, che esalta il medioevo e polemizza contro la Riforma, imputandole di aver contribuito a provocare la decadenza della cultura e la corruzione dei costumi; da Wilhelm Hohoff, che, sulla scia di Janssen, elabora un disegno organico della storia, ponendo in evidenza la forza maieutica dei valori etici, culturali e religiosi.

Toniolo storicizza questi valori, come gli hanno insegnato i suoi maestri padovani, in primis Angelo Messedaglia, e denuncia i limiti e le insufficienze dell’impostazione teorica smithiana, giungendo a dimostrare la necessità del reinserimento della componente etica nel discorso economico: tesi ardua da sostenere in un periodo di piena egemonia epistemologica del positivismo, ma che egli difenderà sempre, come documenta il corpus complessivo dei suoi lavori scientifici.

In proposito non sarà inutile segnalare che oggi la medesima tesi non è estranea alla riflessione di studiosi forniti di raffinati strumenti analitici, come ad esempio Amartya Sen, il quale più volte si è soffermato a illustrare il carattere restrittivo dell’ipotesi di un comportamento determinato esclusivamente dall’interesse personale. Tanto che giustamente Barbieri ha potuto rivendicare la modernità dell’assunto etico tonioliano, pur rilevando il fatto che se Toniolo rigetta senza appello la reductio ad unum smithiana, non per questo misconosce il peso, anzi il grande peso, dell’interesse individuale nell’agire umano.

D’altra parte, su un piano più generale, sarebbe alquanto difficile provare che la massimizzazione dell’interesse dei singoli produce di per sé l’ optimum delle condizioni economiche. Schematizzando, si potrebbe dire che tre sono i principali ancoraggi intellettuali di Toniolo. Nella vita umana esiste un duplice ordine di valori, un duplice piano di riferimento, quello materiale e quello spirituale. L’uomo è un ente composto di materia (il corpo) e di forma (l’anima), e l’anima è la forma del corpo, l’atto primo del corpo fisico organico che ha la vita in potenza. Il soggetto dei processi produttivi è l’uomo che si realizza attraverso il lavoro, l’uomo tutto intero, nella sua complessità e globalità, non solo l’ homo oeconomicus .

Il lavoro va inteso come actus personae , come attività umana, momento di vita umana. Ciò significa che chi lavora deve poter “esercitare la sua libertà e impegnare la sua responsabilità”. Rispetto all’oggetto, il lavoro è “causa efficiente primaria di ogni prodotto”, a differenza del capitale che è causa efficiente secondaria. Il capitale è da porre in funzione del lavoro; a sua volta, il lavoro è da porre in funzione dell’uomo. L’utile è una categoria strumentale in relazione ai fini umani; essendo questi fini essenzialmente di natura etica e non potendosi trattare dei mezzi senza la conoscenza dei fini, ne risulta la subordinazione dell’economia all’etica.

Su un altro aspetto merita richiamare l’attenzione: ed è il rapporto con lo Stato. Nessun dubbio che nella logica del non expedit Toniolo sia critico nei confronti dello Stato liberale postunitario, ma ciò non significa opposizione tout court contro di esso, né, a maggior ragione, rifiuto del ruolo dello Stato.

Anche qui occorre distinguere, precisare. Lo Stato che Toniolo stigmatizza è quello che si sostanzia di indifferentismo individualista, che si limita a svolgere un ruolo notarile di fronte alle ingiustizie sociali e che tacitamente legittima la prevaricazione dei più forti sui più deboli. Parimenti rigetta il concetto di Stato che si nutre di hegelismo, cioè di quella filosofia che fa dello Stato un’entità onniassorbente, pervasiva, o, come anche si dice, olistica.

Lo Stato che invece vagheggia deve saper svolgere un’azione di tipo suppletivo, sussidiario. Il che significa capace di solidarietà verticale e orizzontale, equa ed efficiente, una solidarietà consapevole non solo dell’insostituibilità del mercato, ma anche dei suoi limiti e, quindi, del suo bisogno di regole chiare, efficaci, condivise.

È questo uno snodo fondamentale per comprendere il concetto cristiano di democrazia del Toniolo. Com’è noto, benché risalente al tempo della Rivoluzione francese, il nome stesso di democrazia cristiana suscitava diffidenza nell’Opera dei congressi, l’organismo in cui confluivano i cattolici organizzati italiani dal 1874 al 1904. Prendendo posizione nel 1897, Toniolo sostiene che la democrazia è «l’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo (...) cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio» delle fasce deboli della popolazione. L’accento cade dunque sul bene comune.

Ma che cos’è il bene comune? Non soltanto un insieme di vantaggi e di utilità, ma qualche cosa «di più profondo, di più concreto, di più umano»: è la «somma stessa di tutto ciò che esiste di coscienza civica, di virtù politica, di senso del diritto e della libertà; di tutto ciò che v’è di attività, di prosperità materiale, di ricchezza dello spirito, di rettitudine morale, di giustizia». Dove è da osservare che la giustizia chiamata in causa dal Toniolo non è quella della cultura dominante.

Il liberalismo coevo infatti aveva salvato solo un aspetto della visione classico-aristotelica: quello della giustizia commutativa, ossia della giustizia degli scambi, secondo la quale dare e avere, domanda e offerta, si equilibrano. Per Toniolo ciò non basta: occorre la giustizia distributiva, indispensabile per correggere le posizioni di disequilibrio.

Inoltre, mentre il liberalismo insiste sulla difesa dei diritti, Toniolo ne capovolge l’impostazione e si richiama ai doveri, alla gerarchia dei doveri, il primo dei quali, la realizzazione vocazionale di se stessi, è nel contempo anche un diritto: il diritto di non essere impediti, ma piuttosto sostenuti, nel raggiungimento del fine. Per questa via, alla libertà negativa fa da pendant la libertà positiva. Diritto e dovere sono due facce della medesima realtà, in cui convergono momento antropologico (ciò che l’uomo costitutivamente è) e tensione verso il dover essere. La libertà (personale e privata) si trasforma pertanto in “sostanza e lievito” della futura democrazia.

Capovolta l’impostazione del liberalismo, Toniolo capovolge anche il dettato marxiano della (e sulla) storia, per travalicare l’orizzonte dell’immanentismo e sostituire alla dimensione della necessità quella della vera libertà, al determinismo il volontarismo. La qual cosa non gli impedisce di riconoscere che il socialismo ha rivelato «bisogni legittimi», «sentimenti commendevoli», «diritti ineccepibili specialmente per le moltitudini».

Studioso del capitalismo, in chiave sia storica che sociologica, ne dà una lettura precorritrice per certi versi dell’interpretazione sombartiana e weberiana, focalizzando l’attenzione sui nessi tra etica, spirito capitalistico e spirito borghese, e inserendosi nel dibattito sulla genesi della «coscienza capitalistica», che egli fa risalire non tanto all’età della riforma protestante, quanto alla pre-riforma di Erasmo e del Valla.

In sintesi, Toniolo è un intellettuale di frontiera, che incarna come forse pochi altri i travagli, le tensioni e le attese di non piccola parte del suo tempo: uno di quegli scienziati cattolici che, al di fuori di protettive torri d’avorio, concorsero silenziosamente ma fattivamente alla sprovincializzazione dell’Italia unita e al suo reinserimento nel circuito internazionale delle idee e delle correnti più avanzate del pensiero.

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