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Insieme
per trattare l’Alzheimer

· ​Le esperienze di sostegno ai malati maturate in alcune città del Giappone ·

L’Alzheimer è la forma più comune di demenza, rappresenta la perdita di memoria e altre capacità cognitive abbastanza gravi al punto da interferire con la vita quotidiana. Negli ultimi decenni la ricerca sulla demenza ha fornito una comprensione molto più profonda di come l’Alzheimer colpisca il cervello. Attualmente però non esistono trattamenti per fermare l’Alzheimer, tuttavia esistono farmaci per trattare i sintomi della demenza. I ricercatori continuano a sperimentare trattamenti sempre più efficaci nonché modi per prevenire la terribile malattia e di conseguenza migliorare la salute del cervello. Ad esempio negli ultimi tempi è in corso una vera svolta di tipo concettuale, cioè la necessità di non intervenire tanto sui malati in stato avanzato ma su chi mostra i primi disturbi cognitivi che spesso sono proprio i segni premonitori della demenza: in gergo viene chiamato il declino cognitivo lieve.

Eppure esiste un trattamento della demenza che non ha a che fare con la ricerca medico-scientifica, ma piuttosto con la solidarietà e l’educazione civica. Accade in Giappone, ovvero la società più anziana del mondo. Entro il 2025 in Giappone una persona su cinque di età superiore ai 65 anni — circa 7,3 milioni di persone — soffrirà di Alzheimer, stando alle stime del ministero della salute, una cifra che è quasi il doppio di quella attuale, ovvero circa 4,6 milioni.

La città di Uji, nella prefettura di Kyoto, è stata dichiarata città dementia friendly nel marzo 2015. La città già nel lontano 1990 aveva iniziato a sviluppare dei progetti per sensibilizzare l’intera comunità al problema, nonché fornire supporto e programmi di formazione per badanti e professionisti. Tutti i residenti hanno preso a seguire dei corsi guidati da esperti del settore in cui imparano a riconoscere se una persona è affetta dalla malattia e le varie modalità per interagire con il soggetto malato.

Si sono creati così dei gruppi di volontari che compiono delle vere e proprie “ronde” per la città alla ricerca di persone che potrebbero avere bisogno di soccorso. In termini concreti, se i volontari notano un’abitazione che per giorni mostra le tende abbassate e la cassetta della posta intasata da giornali e pubblicità avviseranno immediatamente la polizia. Ma i segnali possono essere ancora più evidenti, come è capitato a un volontario che aveva notato un’anziana che spingeva una bicicletta e nonostante la pioggia non aveva ombrello. È bastato che il giovane volontario chiedesse dove stava andando, e alla risposta “Niigata” — una città a centinaia di chilometri di distanza — è stato immediatamente chiaro che si trattava di una persona affetta da demenza. Ed è qui che i corsi di formazione dimostrano tutta la loro utilità, perché non solo aiutano a formare la capacità di riconoscere un potenziale malato, ma impartiscono le nozioni necessarie per comunicare con la persona senza però spaventarla. Sono poi le forze dell’ordine che in ultimo provvedono materialmente a riportare la persona dispersa dai propri familiari. Il numero di persone affette da demenza che scompaiono ogni anno in Giappone ha raggiunto il livello record di 15.432 nel 2016, cifra che corrisponde a un aumento di oltre il 25 per cento rispetto all’anno precedente.

Le prime sperimentazioni per la creazione di comunità “amiche della demenza” sono iniziate per impulso governativo all’inizio degli anni Novanta. Attualmente quasi tutte le prefetture del Paese si stanno muovendo verso una nuova politica di supporto alla malattia mentale. Tuttavia lo stadio di sviluppo dell’ambizioso progetto varia da comunità a comunità. Ad oggi sono mezzo milione, a livello nazionale, le persone in lista d’attesa nelle case di cura che forniscono assistenza agli anziani affetti da gravi condizioni fisiche o mentali, e ovviamente in mancanza di un numero sufficiente di questo tipo di strutture l’onere assistenziale ricade quasi esclusivamente sui familiari dei malati, che sempre più spesso sono costretti ad abbandonare il lavoro per dedicarsi completamente alle loro cure. Ma questa non è un’emergenza del solo Giappone, sono molti i paesi sviluppati che stanno affrontando il medesimo problema, Italia compresa.

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

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26 maggio 2019

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