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Insieme su sentieri di pace in Terra Santa

· A colloquio con il cardinale Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ·

La «qualità della pace» è un’esigenza irrinunciabile per i cristiani che vivono in Terra Santa. Per questo la comunità internazionale dovrebbe farsi carico di assicurarla e di mantenerla vigilando continuamente. È una preoccupazione e insieme una speranza quella che il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, manifesta in questa intervista rilasciata al nostro giornale alla vigilia di Pasqua. La convivenza pacifica in Medio Oriente — sostiene il porporato — è una questione di giustizia, di libertà, di dignità delle persone, di rispetto della religione professata. Troppe volte i cristiani diventano oggetto di attacchi che, sotto la maschera di conflitti interreligiosi, nascondono invece ragioni profonde di tutt’altra natura. Come si esce da questa spirale? La risposta del cardinale è chiara e senza mezzi termini: con una maggiore solidarietà e fraternità tra i discendenti di Abramo che vivono oggi in Terra Santa e credono nell’unico Dio.

La Pasqua rimanda il pensiero ai luoghi santi che sono stati testimoni della risurrezione di Cristo. E parlando di Terra Santa, viene spontaneo considerare la situazione dei cristiani che vi abitano e che sono costretti spesso ad affrontare ostilità e difficoltà. Cosa può fare la comunità internazionale per aiutarli?

In diverse parti del mondo i cristiani incontrano difficoltà e addirittura sperimentano la persecuzione. Pure i credenti di altre religioni condividono talora la stessa sorte. Ma sono sotto gli occhi di tutti le minacce e le ostilità anche gravi nei confronti dei cristiani orientali. E, purtroppo, sembra che si debba registrare un incremento di tali situazioni. La comunità internazionale dovrebbe aiutare a garantire un’effettiva libertà per tutti, quale base della dignità umana, denunciando ingiustizie e violenze attraverso l’opera delle sue istituzioni e organizzazioni. E non si dà libertà se la sua dimensione più intima, quella religiosa, non sarà salvaguardata. La comunità internazionale dovrebbe monitorare ovunque la gestione e la distribuzione delle risorse culturali, sociali, politiche ed economiche perché esse siano sempre solidali. In una parola dovrebbe lavorare sulla «qualità della pace». Non mancano giorni di pace in Terra Santa. Tuttavia, la pace è fragile, costretta com’è a convivere col timore della violenza sempre strisciante, che conosce non raramente espressioni clamorose e tanto dolorose. È possibile, infatti, compiere in serenità i pellegrinaggi ai santuari della salvezza. Anzi, sono raccomandati cordialmente in vista dell’Anno della fede! Ma si può dimenticare l’estrema difficoltà di movimento interno ed esterno per i cittadini di quella Terra? Tanti fattori rendono, purtroppo, inesorabile la partenza dei giovani a detrimento della speranza. Per questo invochiamo dal Signore il dono del coraggio della pace per tutti i dirigenti politici e sociali di Terra Santa e del Medio Oriente. Del resto, se dalla Terra Santa ci spostiamo ai territori circostanti — penso alla terra di Abramo, nostro padre nella fede — vediamo che i cristiani, numericamente svantaggiati e talora ritenuti stranieri, diventano le vittime ricorrenti di interessi del tutto estranei alla religione. La comunità internazionale è chiamata, perciò, a seminare generosamente la verità, il rispetto, la solidarietà, come pure la giustizia. A fare ciò non saltuariamente o solo con affermazioni di principio, bensì nella concretezza di una reale partecipazione di ciascuno ai beni economici, come a quelli religiosi, culturali e sociali, che costituiscono l’eredità comune della popolazione mediorientale.

I cristiani in Terra Santa si impegnano per la giustizia e la pace con i mezzi della non violenza evangelica. Quali sono gli ostacoli principali che incontrano in questo processo?

Forse sono tentati di perdere la virtù della pazienza. Le certezze della fede, infatti, sono messe a dura prova dai tempi di adempimento delle divine promesse. C’è poi la tentazione di dimenticare quanto il Signore chiaramente ha detto: «Le mie vie non sono le vostre vie!». I fratelli e le sorelle di Terra Santa attendono di essere confortati dalla mano paterna di Dio nelle loro prove e forse l’attesa può sembrare infruttuosa. Il Venerdì santo è il loro giorno perché in esso la pazienza di Cristo tocca il suo culmine e si fonde con l’infinito amore che lava le colpe e raccoglie tutte le lacrime innocenti nel riscatto della Croce. Forse essi faticano a credere che sia vincente la via di Dio, quella della mite fermezza, che mai e poi mai si arroga il diritto di versare il sangue, nemmeno quello del nemico. La Croce che adoriamo il Venerdì santo ci assicura che il Vangelo è la via più feconda alla vita e alla giustizia. Anche sotto il profilo umano dobbiamo, peraltro, riconoscere che solo infrangendo il vortice della violenza si inaugura finalmente la pace sicura.

Quali difficoltà incontrano e quali attese hanno le comunità cristiane nei Paesi dove è in corso la cosiddetta «primavera araba»?

La lettera per la colletta del Venerdì santo inviata a tutti i vescovi del mondo ha richiamato questo elemento cruciale. Siamo in apprensione tutti col Santo Padre, il quale non cessa di fare appello alle parti in causa perché si fermino le violenze contro ogni uomo, indistintamente; perché si fermi l’odio davanti ai piccoli, divenuti vittime incredibilmente numerose di una stagione carica di attese e per ora non soltanto deludente ma anzi — direi — molto preoccupante. Le giuste aspirazioni e i diritti dei singoli e dei popoli, e delle loro storiche componenti, vanno difese e salvaguardate con ogni sacrificio e con mezzi accettabili sotto il profilo della coscienza umana. Il mio pensiero va all’Egitto, che ha conosciuto eventi molto tristi, ma ancora di più alla Siria. Ho ricordato ai confratelli vescovi le esortazioni di Benedetto XVI alla solidarietà, specie nei confronti di quest’ultima nazione, che fu anch’essa culla della Chiesa e generò straordinarie tradizioni cristiane e di convivenza interreligiosa. Proprio in questi giorni, il Papa ci ha dato l’esempio di una vicinanza concreta con l’invio di un significativo aiuto alle popolazioni siriane tanto afflitte. Si teme, infatti, che la vita ecclesiale finora possibile, pur tra difficoltà di ogni genere, conosca risvolti pesantemente negativi. Siamo chiamati a sostenere le comunità ecclesiali perché mostrino oggi quell’amore indiscusso che hanno sempre riservato alla fede e inscindibilmente alla propria patria, condividendone a fondo la storia, la cultura e la lingua. Il mio augurio pasquale è che i cristiani, gli ebrei e i musulmani per la fede nel Dio unico e buono ritrovino ovunque e percorrano insieme i sentieri della riconciliazione e della fraternità.

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29 gennaio 2020

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