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Insieme con fiducia

· Papa Francesco nella capitale del Myanmar ·

«Su tutto l’amato popolo del Myanmar invoco le benedizioni divine di giustizia, pace e unità»: nella frase scritta dal Papa sul libro d’onore del palazzo presidenziale a Nay Pyi Taw c’è tutto il senso della seconda giornata del viaggio nel paese asiatico, la prima scandita da impegni pubblici.

Nel pomeriggio di martedì 28 il Pontefice si è infatti trasferito da Yangon alla nuova capitale per gli incontri con le autorità nazionali. A bordo di un velivolo della compagnia di bandiera, la Myanmar Airways International, ha raggiunto in poco più di un’ora l’aeroporto cittadino, che sorge sul territorio dell’arcidiocesi di Mandalay, retta da monsignor Nicholas Mang Thang. Ad accogliere Francesco un ministro delegato del presidente della Repubblica dell’Unione del Myanmar. Quell’“unione” che l’attuale governo sta faticosamente cercando di ricomporre tra tutte le componenti che popolano la “terra delle mille pagode”, dopo le ferite che nel corso degli anni hanno lasciato profonde cicatrici soprattutto tra le etnie minoritarie.

Costruita come una cittadella blindata in mezzo a risaie e campi di canna da zucchero, la “sede dei re” — questo significa Nay Pyi Taw — è la capitale dal 2005, e da allora ospita gli uffici del governo. È una sorta di agglomerato urbano “fantasma”, nonostante conti un milione di abitanti; e la sensazione di isolamento si avverte soprattutto nella zona ministeriale, dove per ragioni di sicurezza e di difesa sono stati scavati fossati tra i vari palazzi, collegati tra loro solo attraverso avveniristici ponti.

In automobile Francesco ha percorso le larghe arterie stradali — alcune arrivano fino a venti corsie e possono essere usate come piste di decollo e atterraggio per i mezzi militari — che conducono alla dimora presidenziale, dove si è svolta la cerimonia di benvenuto. Nel curatissimo e rigoglioso giardino antistante l’edificio neoclassico, bianco come le alte colonne che ne circondano il perimetro, ha avuto luogo la presentazione delle rispettive delegazioni. Poi il Pontefice e il capo dello Stato e del governo Htin Kyaw hanno percorso insieme l’ampia scalinata che conduce all’interno palazzo. Prima di posare per la foto ricordo col presidente davanti alle bandiere birmana e vaticana, Francesco ha firmato il libro d’onore.

Dopo l’incontro privato e la successiva presentazione dei famigliari del capo dello Stato, tra cui la consorte Su Su Lwin, ha avuto luogo lo scambio dei doni: il Papa ha offerto la copia di una narrazione illustrata della vita del Buddha, realizzata dalla Biblioteca apostolica vaticana, che riproduce in particolare il soggiorno nell’antica città birmana di Rajagaha.

Nella stessa cornice si è svolto anche il successivo incontro — durato una ventina di minuti — con il consigliere di Stato e ministro degli affari esteri, Aung San Suu Kyi. Premio Nobel per la pace 1991, la donna — protagonista di una coraggiosa lotta per la democrazia pagata con quindici anni di arresti domiciliari — ha potuto ritirare il prestigioso riconoscimento solo nel 2012. In dono il Papa le ha lasciato un trittico di medaglie, ricevendo in cambio un calice d’argento.

A conclusione degli appuntamenti in agenda a Nay Pyi Taw, Francesco ha raggiunto il vicino International Convention Centre, dove ha pronunciato il primo discorso ufficiale del viaggio. A dargli il benvenuto nella moderna struttura un gruppo di giovani che hanno eseguito una coreografia su musiche locali. Rappresentavano alcune delle 135 etnie della nazione, e tra loro c’era anche una bambina che indossava i caratteristici anelli che ornano il lungo collo delle famose “donne giraffa”. Al Pontefice hanno consegnato un mazzo di fiori, quindi lo hanno accompagnato all’interno insieme con Aung San Suu Kyi.

Alla presenza delle autorità, di rappresentanti della società civile e del corpo diplomatico, Francesco ha risposto al saluto in inglese rivoltogli proprio dal consigliere di Stato. Di fronte al Papa la “signora”, come la chiamano qui, ha accennato alla difficile situazione del Rakhine che ha attirato l’attenzione del mondo, concludendo l’intervento con un «continuiamo a camminare insieme con fiducia» pronunciato in italiano.

Da parte sua il Papa ha rilanciato i temi della Conferenza di pace di Panglong del 2016, la prima dopo quella del 12 febbraio 1947 che sancì la nascita dello stato moderno unendo diverse etnie del paese: i Bamar, che costituiscono la componente maggioritaria, e le minoranze Chin, Kachin e Shan. Per tutti ha auspicato un futuro di pace basato sul rispetto delle differenze e sulla solidarietà. Del resto il Myanmar è tutt’oggi tra le nazioni più povere del continente e conta un milione di sfollati interni. Dal 2010 il governo civile ha attuato graduali riforme e scarcerato gli oppositori, convocando libere elezioni. E ora, dopo decenni di isolamento, si sta registrando un discreto sviluppo, associato a una continua trasformazione sociale. Un piccolo boom economico trainato dai settori del turismo, dell’export di petrolio e gas, dell’industria manifatturiera e di quella tecnologica. Certo l’agricoltura continua a impegnare il 70 per cento della popolazione, ma l’urbanizzazione sta riducendo i terreni di quella che fino alla seconda guerra mondiale era considerata “la ciotola di riso asiatica”.

Nelle aree rurali proliferano invece, purtroppo, altre colture: il paese è infatti tra i maggiori produttori mondiali d’oppio. Nelle regioni montane del nord, all’interno del famigerato “triangolo d’oro” — che oltre al Myanmar, comprende anche Thailandia e Laos — i lavoratori dei “villaggi del papavero” vengono sfruttati dai signori della droga. E chi prova a fuggire (gli espatriati nei paesi vicini sono oltre quattro milioni) finisce vittima della tratta di esseri umani, col rischio di riduzione in schiavitù. Sulle stesse rotte fiorisce anche il contrabbando di legname, soprattutto tek, e di pietre preziose, giade e rubini, provenienti dallo sfruttamento selvaggio del sottosuolo e da una vasta deforestazione che ha eguali solo in Brasile e Indonesia.

In serata il Papa ha lasciato le strade deserte della capitale e dopo un breve volo interno si è di nuovo immerso in quelle caotiche e sovraffollate di Yangon, dove al mattino aveva ricevuto la visita di una ventina di leader religiosi. L’incontro si era svolto verso le 10 in arcivescovado, residenza pontificia in Myanmar. Per una quarantina di minuti si erano ritrovati insieme monaci buddisti delle varie tradizioni, leader islamici e hindu, il capo della piccola comunità ebraica e delegati delle principali denominazioni cristiane, tra i quali un cattolico della minoranza kachin, un arcivescovo anglicano, un pastore battista e il presidente del Myanmar Council of Churches. Dopo una breve introduzione del vescovo di Pathein, monsignor John Hsane Hgyi, responsabile della commissione per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo in seno alla conferenza episcopale, avevano preso la parola alcuni dei presenti. Quindi il Papa aveva parlato a braccio in spagnolo, affrontando il tema dell’unità nella diversità.

Alla fine, prima di celebrare la messa nella cappella dell’arcivescovado, il Pontefice aveva salutato il leader buddista Sitagu Sayadaw: un incontro che rappresenta un segnale di incoraggiamento alla convivenza fraterna come unica via percorribile dal popolo del Myanmar per trovare la pace.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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15 dicembre 2017

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