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Insegnare a essere responsabili della collettività

· ​Le regole del sistema scolastico giapponese e la pedagogia dei piccoli gesti ·

Nel 2011 un candidato alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti propose un’idea radicale, e da molti considerata bizzarra, per aiutare le scuole americane a tagliare i costi di gestione: licenziare tutti i bidelli e pagare gli studenti per occuparsi delle pulizie. Inutile dire che l’idea di trasformare gli studenti in spazzini non fu affatto popolare, non solo tra gli studenti ma soprattutto tra i genitori di quest’ultimi.

Eppure esiste un paese dove gli studenti delle scuole, dai 6 ai 17 anni, si occupano di fare le pulizie degli istituti scolastici, e soprattutto senza ricevere alcun compenso in cambio. Non stiamo parlando di un paese sottosviluppato, un paese con i conti talmente in rosso da non potersi permettere neppure di ripulire le proprie scuole, ma stiamo parlando del moderno e ricco Giappone.

Lettura, scrittura, aritmetica, pranzo e pulizie sono attività svolte tutti i giorni dagli studenti giapponesi. La pulizia diventa dunque un’abitudine e come tale cessa di essere pensata come un qualcosa di straordinario.

Il che non significa che per questo sia un’attività gradita agli studenti. Tutt’altro. Nessun ragazzo di dieci anni, indipendentemente dalla cultura o l’area geografica dalla quale proviene, potrà mai considerarsi un fan sfegatato della pulizia dei servizi igienici. Ma la particolarità del sistema scolastico giapponese è che l’obbligo delle pulizie è un compito condiviso da tutti.

Infatti non è un dovere dei soli studenti, ma degli stessi insegnanti, incluso il preside dell’istituto. Questo è essenziale perché i ragazzi imparano a interiorizzare il proprio dovere non perché lo dice una legge astratta — luogo comune diffusissimo sui giapponesi, secondo cui questi ultimi seguirebbero cecamente qualunque legge venga loro imposta — ma perché osservano l’esempio dato dagli adulti.

Il compito delle pulizie per i ragazzi giapponesi inizia da subito, dalle elementari e continua fino alle scuole superiori. Gli studenti vengono suddivisi in gruppi di cinque o sei di età diversa, ognuno con mansioni specifiche da svolgere.

Ogni classe è responsabile della pulizia del proprio spazio di studio e a turno di altre sale della scuola, come può essere l’infermeria o la biblioteca.

Un aspetto particolare delle pulizie è che sono organizzate in modo da creare delle dinamiche di responsabilità all’interno di ogni gruppo: ragazzi di sesta classe, ovvero bambini di dodici anni, vengono inviati a ogni classe di prima, sette anni, per dare indicazioni su come deve essere svolto il lavoro. Molte scuole offrono questo tipo di interazione tra le classi superiori e quelle inferiori perché molti bambini giapponesi si trovano nella condizione di hitorikko (ovvero figli unici). Da una parte gli studenti più grandi sperimentano cosa vuol dire essere responsabili di bambini più piccoli, e dall’altra i ragazzi più piccoli possono guardare ai più anziani come modelli guida che in futuro dovranno loro stessi imitare.

Tre volte l’anno inoltre tutti gli studenti si cimentano nella chiiki seiso (pulizia del quartiere). Le scuole dispongono di un arsenale di scope e palette che vengono distribuite ai ragazzi, i quali muniti di spessi guanti di cotone si immergono nella raccolta dei rifiuti nel quartiere della propria scuola.

Non tutte le scuole si occupano delle pulizie di quartiere, ma l’idea di fondo è una, logica e semplice come un’addizione elementare: se gli adolescenti sono costretti a raccogliere i rifiuti intorno alla loro scuola, ci penseranno due volte prima di lasciarsi andare alla tentazione di gettare spazzatura per strada. Sarà un caso che le strade giapponesi sono praticamente immacolate?

I bambini imparano così fin da giovanissimi che hanno una responsabilità verso la “società”, a partire proprio dal mantenimento di un ambiente pulito. I problemi comuni in Giappone non vengono trattati come una scocciatura da delegare a un’istituzione, sia essa il comune un ente o il governo del proprio stato, che è spesso un modo spiccio per lavarsene le mani, ma come qualcosa di cui l’individuo stesso deve farsi carico, per tutta la vita.

da Tokyo

Cristian Martini Grimaldi

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17 ottobre 2019

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