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Insegna ai giovani a volare alto

· La prima beata dei focolarini dono per tutta la Chiesa ·

È per me una profonda emozione veder realizzato lo splendido, luminoso disegno di Dio su Chiara Luce Badano, questa giovane diciottenne, svelatosi poco a poco a lei stessa e poi a tutti noi.

Ora è la Chiesa che ridona Chiara Luce non solo al Movimento, ma a tutti i cristiani, all'umanità, come modello di una santità possibile nel quotidiano. Si profila quella santità di popolo che Chiara Lubich ha sempre desiderato venisse in luce, proprio per la possibilità che tutti — dai giovani alle famiglie, dall'operaio al deputato — hanno di raggiungerla compiendo la volontà di Dio, il disegno d'amore che Lui ha su ciascuno di noi e sull'umanità.

Quando, non nascondo con emozione, sabato sera, 25 settembre, ho preso la parola davanti a quella platea di giovani e giovanissimi che affollava non solo l'Aula Paolo VI, ma anche piazza San Pietro, m'è parso che ciò che sentivo di dire loro esprimeva il sentire comune. Si avvertiva che Chiara Luce, davvero — come aveva detto l'arcivescovo Angelo Amato al momento della beatificazione al Santuario del Divino Amore — «univa armonicamente» questa terra con il Cielo. Abbiamo visto che tutto può cambiare: i nostri rapporti, il nostro modo di vivere la gioia e il dolore, anche quando appare improvviso e tragico. Ho sentito vibrare l'aspirazione più profonda propria dei giovani a vivere per qualcosa di grande, di alto. Che non possono e non vogliono accontentarsi e arrendersi alla banalità. Insieme abbiamo avvertito con una fede nuova che una rivoluzione è possibile, la rivoluzione che può essere espressa in una parola: amore. Possibile, perché questo viaggio affascinante lo percorriamo insieme, in cordata, essendo l'uno per l'altro sostegno e ristoro, come lo è stata e continua a esserlo per tutti e per sempre Chiara Luce.

Al Divino Amore sono riaffiorate in me le parole di una lettera che Chiara Lubich ha scritto proprio da questo santuario nel 1950 a tutti coloro che condividevano con lei l'ideale evangelico dell'unità sbocciato pochi anni prima. Parla di un patto con alcuni dei primi che avevano con lei iniziato l'avventura evangelica dell'unità: «Innanzi alla Madonna — si legge — abbiamo patteggiato di essere sempre fuori di noi, cioè nel puro amore, quindi sempre nella Vita». Chiara parla di una corsa iniziata percorrendo la direttissima per arrivare al Padre: il fratello. Scrive quella lettera per «legare» tutti in questo proposito, e formare così «un sistema di “carrucole spirituali” che sollevano il mondo». Indica come «far di ogni ostacolo una pedana di lancio». «Abbracciato in esso Gesù abbandonato — scrive — ci troveremo come per incanto molto più addentro nella Trinità e con noi trascinati i fratelli». Conclude invitando a correre, «che la luce sta accesa solo quando l'amore è in moto, è vivo».

Lì in quel santuario ora c'era chi veniva beatificata proprio perché aveva vissuto in pienezza quest'«alta impresa». In Chiara Luce Badano l'amore è sempre stato in moto. Il Papa ha evidenziato questa nota sin dalle prime parole con cui ha parlato di lei all'Angelus, quando ha detto che con la sua vita ha mostrato che «solo l'amore con la a maiuscola ci fa felici».

La stanza di ospedale di Chiara Luce aveva le dimensioni del mondo: viveva e soffriva per le iniziative sociali per i poveri dell'Africa, per le veglie di preghiera per i giovani di Piazza Tienammen, la Giornata mondiale della gioventù con il Papa a Santiago de Compostela, per il grande Meeting dei Giovani del 1990, il Genfest. «In questo periodo — Chiara Luce scrive nel marzo di quell'anno in un messaggio ai responsabili del movimento Gen — le occasioni per abbracciare Gesù abbandonato non sono certo mancate, infatti da circa una settimana ho la febbre alta e ciò, essendo già debole, mi debilita molto. Ma sono tutte occasioni d'amore che ho per essere ancora più radicata in Dio con voi. Vi offro il mio nulla, affinché lo Spirito Santo elargisca su questi giovani tutti i suoi doni d'amore, di luce e di pace, affinché tutti comprendano quale dono gratuito e immenso sia la vita e quanto sia importante viverla ogni attimo nella pienezza di Dio».

In quel santuario di Maria, m'è parso che questa testimonianza venisse rilanciata a tutti noi ora da Chiara Lubich. Era come se ci dicesse: «Lei ha fatto tutto quello che Dio le ha chiesto. Ora tocca a voi andare avanti, anzi “correre” nella via della santità e trascinarvi tanti e tanti».

Mi è rimasta negli occhi l'immagine finale della fiaccola che la sera della beatificazione, passando di mano in mano tra i giovani, si è fermata davanti alla gigantografia di Chiara Luce. Era come se venisse consegnata a tutti i giovani del mondo in un abbraccio planetario. Certo, è una scelta radicale, ma insieme è possibile.

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18 ottobre 2019

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