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Inquisizione e impurità

Nella seconda metà del Quattrocento, le conversioni forzate degli ebrei nella penisola iberica portarono all’adozione da parte di molti dei conversos di un sistema di pratiche e credenze definito dall’Inquisizione marranesimo o “eresia giudaizzante”, cioè l’osservanza segreta dell’ebraismo coperto dalla maschera della religione cattolica. In realtà, soprattutto con il trascorrere delle generazioni e la conseguente perdita di molte conoscenze, a cominciare dalle date esatte stesse delle feste ebraiche, il marranesimo assunse caratteristiche sempre più sincretistiche, mescolando credenze e pratiche cristiane con quelle ebraiche e dando vita a quella che è stata definita la “religione marrana”. Ne è un esempio significativo la particolare devozione dedicata a santa Esther, protagonista della festa ebraica del Purim e festeggiata dalla Chiesa cattolica il 1° luglio come santa, ma celebrata con particolare devozione dai marrani, che vedono in lei la prima “marrana” (Esther in ebraico vuol dire colei che si nasconde), e che la festeggiavano per tre giorni con parziali digiuni a ricordare quelli di Esther nel testo biblico.

Di notevole interesse è anche una pratica di cui resta memoria in un processo dell’Inquisizione in Messico, che portò al rogo nel Cinquecento un converso di origine spagnola stabilitosi nelle Americhe. Egli era accusato di aver imposto alla moglie di non andare in chiesa e di non assistere alla messa durante i periodi mestruali, rivelando così, come diceva la sentenza, di agire «in obbedienza alla legge di Mosé». L’accusato era forse convinto di agire da buon cristiano, imponendo alla moglie l’astensione dalle pratiche religiose durante il periodo mestruale. Nel sistema ebraico, in questi giorni la donna è niddà, cioè impura, e le è proibito di accostarsi al marito, di toccare oggetti sacri in sinagoga e anticamente di entrare nel tempio. Dopo il parto, resta impura per quaranta giorni nel caso abbia dato vita a un maschio, ottanta nel caso di una femmina. In ambedue i casi, il periodo di impurità è diviso in due parti, la prima delle quali — sette o quattordici giorni a seconda del sesso del nascituro — è considerata nel Levitico un periodo di impurità pari a quello mestruale, mentre nel periodo successivo, di purificazione, la donna deve solo astenersi dal contatto con il sacro. Mentre il sistema dell’impurità rituale legata alle mestruazioni fu abolito nel cristianesimo già nel iii secolo, è rimasto in atto fino a pochi decenni fa quello dell’impurità dopo il parto, dove la donna doveva sottoporsi a un periodo di quaranta giorni di purificazione, al termine dei quali doveva ricevere la benedizione dal sacerdote. Di qui, data la stretta analogia nel sistema ebraico fra l’impurità mestruale e quella post partum e l’analogia fra i due sistemi post partum, quello ebraico e quello cristiano, derivava la possibilità di una simile confusione nella mente dell’accusato, o forse anche dell’intero gruppo a cui apparteneva, sia che si trattasse di una confusione voluta in obbedienza alla “legge di Mosé” sia che si trattasse di un involontario sincretismo. Comunque fosse, il povero converso bruciò sul rogo per questa commistione religiosa, che gli doveva forse sembrare del tutto naturale. La sua vedova, lasciata libera perché aveva agito in obbedienza al marito e non alle norme dell’ebraismo, imparò che la frequenza alla messa non era legata al suo ciclo mestruale, e l’Inquisizione messicana celebrò con un rogo la vittoria sull’eresia giudaizzante.

di Anna Foa

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13 dicembre 2019

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