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Innumerevoli scale di grigio

· «Lucifero e altri racconti» di Akutagawa Ryūnosuke ·

La capacità di comunicare attraverso piccoli racconti, le innumerevoli scale di grigio di un rapporto affascinato e al tempo stesso controverso con Cristo e la fede cristiana, e che, con semplicità e tanta buona accortezza, finisce per attrarre anche noi verso quegli stessi grigi, convogliando il nostro sguardo verso un punto di vista ancora poco conosciuto in Italia, e in parte anche inedito. Questa è la grande forza della nuova e interessante proposta della casa editrice Lindau, Lucifero e altri racconti (Torino, Lindau, 2019, pagine 208, euro 19,50), alcuni dei kirishitan mono o nanban mono (“racconti cristiani” o “racconti dei barbari del sud”) scritti da Akutagawa Ryūnosuke, tradotti e curati per il pubblico da Andrea Maurizi.

Questi piccoli racconti, scritti tra il 1916 e il 1927 — anno del suicidio dello scrittore — trasportano sulla pagina il profondo interesse dell’autore per il cristianesimo e per il suo testo sacro, studiato, letto e riletto assiduamente nel corso degli ultimi anni della sua vita; un interesse condiviso dal grande pubblico giapponese, ma che non riusciva a non risentire di un forte senso di distacco o, per meglio dire, di diffidenza nei confronti di una religione e di una cultura non propria (quella dei “barbari del sud”, appunto).

L’abilità scrittoria di Akutagawa, maestro di questa forma breve, riesce a cogliere in pieno questo aspetto vissuto così intensamente nel profondo della propria esistenza intellettuale, facendo trasparire sulla pagina l’ambivalenza, il disagio e tutta l’inquietudine che sottostà a questa infatuazione artistico-spirituale. Un’ambivalenza legittima, “senza frontiere” esattamente come il nome della collana al quale appartiene il testo. In questo lavoro, l’ambientazione gioca un fattore non da poco, trasformandosi in un «apparato scenico di cui l’autore sfrutta tutte le potenzialità non per presentare verità e leggi che hanno regolato lo svolgersi della storia, ma per svelare i complessi meccanismi psicologici dell’uomo moderno», come ci spiega Maurizi nella Postfazione alla raccolta. Akutagawa (e noi con lui) ritorna al “secolo cristiano” — l’epoca compresa tra l’arrivo dei gesuiti e la loro cacciata dal Giappone, tra il 1549 e il 1639 — per raccontare con occhi nuovi e in totale libertà artistica, episodi e vecchie leggende legate al cristianesimo nipponico e, in particolar modo, al momento di prima ricezione ed interpretazione da parte dei giapponesi del tempo. Ma il processo di rielaborazione fantasiosa genera tutta una nuova gamma di domande aperte, di nuova critica, che non si fa mai oscura, spietata o negativa, bensì aperta, attenta, leggera e persino ironica, che crea delle vere e proprie doppie verità che colpiscono il lettore, ora immerso in un mondo altro, fatto di echi lontani narrati come se fossero attualissimi.

Ed ecco allora che insieme al dio dell’occidente, dalla nave di Francesco Saverio scende anche il diavolo in persona, come ci viene narrato nel primo racconto della raccolta: Il tabacco e il diavolo. Un racconto dai toni lievi, tipici della favola, che non solo va oltre la semplice ipotesi iniziale proposta da Akutagawa («Ma chi avrà introdotto in Giappone la pianta del tabacco? [...] E se insieme al bene dell’Occidente fosse entrato nel nostro paese anche il male?»), ma getta una nota oscura sull’effettivo lieto fine della novella, per farsi metafora dell’interscambio culturale, economico, commerciale tra Occidente e Giappone: «Il diavolo non si impossessò del corpo e dell’anima del mercante, ma riuscì comunque ad introdurre nel nostro paese la coltivazione del tabacco. La salvezza del mercante non fu quindi in qualche modo offuscata da una forma di corruzione? E la sconfitta del diavolo non portò forse con sé una sorta di vittoria?». O di nuovo, nel racconto Lucifero, bene e male si confondono l’uno con l’altro, in un mordace dialogo tra l’apostata Fucan Fabian — narratore in prima persona — e il diavolo, alla fine del quale si conferma l’idea dell’infondatezza delle verità del cristiano, con Fabian che ritorna ad abbracciare il pensiero buddista. Ma qui è Lucifero il vero protagonista, nella profonda ambivalenza di un’anima che non ci aspetteremmo tanto umana: «Per quanto maligna possa essere la nostra natura, siamo coscienti che esiste il bene» — spiega il demone — «Noi diavoli siamo costantemente divisi dal desiderio di far precipitare nell’inferno le anime dei mortali e quello di salvarli (...) Se gli uomini si sforzano di non commettere i sette peccati capitali, noi demoni lottiamo senza sosta per non cedere alle sette terribili virtù». E così Akutagawa continua a grattare delle superfici per lui ancora troppo grigie, trasfigurandole in narrazioni sempre diverse. Dal martirio del giovane Lorenzo (Morte di un cristiano), dove l’ammirazione per la figura del martire sfuma nei toni più “singolari ed enigmatici” di un finale completamente inaspettato; alla miracolosa guarigione di Jinhua — la protagonista di Gesù di Nanchino — una ragazza costretta alla prostituzione che si ritrova miracolosamente guarita dalla sifilide dopo una notte passata con un uomo dalle fattezze di Cristo, e che lei crede fermamente esserlo per davvero; fino al sardonico ritratto della Dama della Residenza del Bosco Superiore (Hosokawa Akechi, uno dei tanti personaggi storici realmente esistiti e reinventati dallo scrittore nel corso dei vari racconti), in Diario dell’ancella Ito, dove vediamo la nobildonna giapponese suicidarsi al di fuori di qualsiasi aurea solenne, nella convinzione di poter comunque ascendere al regno dei cieli nonostante il chiaro veto della fede cristiana per un atto simile (e del quale lei non sembra essere minimamente preoccupata).

In questi e negli altri racconti cristiani, Akutagawa aiuta noi lettori a contemplare con lui nuove ambiguità, nuovi risvolti nascosti e problematici, tra la fascinazione e la contestazione. È nella parte finale del libro che ritroviamo il vero punto forte di tutta la raccolta. L’uomo da occidente (i e ii parte) si compone di libere riflessioni — quasi dei veri e propri appunti a margine delle letture dei Vangeli — condotte dallo scrittore sul cristianesimo e sulla figura di Cristo, ora “poeta” “bohemien” “giornalista”, detentore di uno “spirito comunista”, che si fa identificazione primaria dello stesso Akutagawa e di tutti quei poeti e scrittori che, a causa della propria genialità, sono condannati ad una vita profonda e intensa, ma anche tragicamente breve. Akutagawa deciderà di suicidarsi il 24 luglio del 1927, trattenendo ferma al petto una traduzione integrale in giapponese della Bibbia. Un bisogno forte tenuto stretto fino all’ultimo; un’ammirazione incontenibile che in fin di vita arriva a superare qualsiasi altra obiezione proprio perché, come recitano le ultime parole di Per i poveri, alla fine della raccolta: «nessuno di noi, proprio come i viandanti in cammino verso Emmaus, potrà fare a meno di cercare Cristo, l’uomo che ha acceso i nostri cuori».

di Paola Petrignani

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20 ottobre 2019

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