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Innovative e originali

· I caratteri identitari delle catacombe negli studi dell’archeologo barnabita Umberto Fasola ·

Il 22 marzo, presso la chiesa romana di San Carlo ai Catinari, sono stati presentati gli Atti del Convegno internazionale organizzato nel 2017 dal Pontificio Istituto di archeologia cristiana e dal Centro studi storici dei padri barnabiti per commemorare i cento anni dalla nascita dell’archeologo barnabita, padre Umberto M. Fasola, scomparso nel 1989. Studiosi italiani e stranieri hanno voluto illustrare con i loro contributi la figura dell’uomo, del sacerdote e del ricercatore. Ne sono emerse le grandi qualità morali, che hanno fatto del religioso un punto di riferimento per i confratelli e per generazioni di giovani, alla cui formazione, in particolare, si dedicava nell’attività svolta presso l’Associazione chierichetti San Domenichino del Val, da lui stesso fondata presso l’Oratorio del Sacro Cuore dei barnabiti del Gianicolo a Roma. Sindonologo, postulatore generale per le cause dei santi del suo Ordine, egli fu soprattutto un grande archeologo, segretario della Pontificia Commissione di archeologia sacraper quasi venti anni, docente e rettore nel Pontificio Istituto di archeologia cristiana, membro, quale rappresentante della Santa Sede, del Consiglio superiore dei beni culturali dello stato italiano e di vari istituti storici e archeologici internazionali.

«Madonna orante» del Cimitero Maggiore sulla via Nomentana, Roma

Padre Fasola fu un formidabile conoscitore delle catacombe, al cui studio ha dedicato la vita. Professore di Topografia degli antichi cimiteri cristiani, è stato autore di numerosissimi contributi scientifici e ha condotto importanti scavi nel campo delle catacombe di Roma, di Napoli e della Sicilia. Gran parte dei saggi editi negli Atti del convegno del 2017 è dedicata, appunto, a illustrare i risultati delle sue indagini su specifici monumenti e a presentare le nuove scoperte sopravvenute negli ultimi anni.

Anche il tema più generale e centrale dell’origine delle catacombe è stato affrontato da Fasola in vari studi, apparsi in enciclopedie specializzate e in atti di convegni. Tale argomento continua ad appassionare i ricercatori. Di recente, alcuni storici del cristianesimo e archeologi, soprattutto di area anglosassone, hanno messo radicalmente in discussione i tratti identitari e la cronologia delle catacombe. Secondo alcune di queste linee di pensiero, l’esistenza dei cimiteri comunitari sotterranei cristiani (le catacombe, appunto) non risalirebbe oltre gli ultimi decenni del III secolo (qualcuno pensa addirittura che le prime comunità non disponessero di aree funerarie dedicate prima del vi secolo); esse difficilmente si distinguerebbero dai sepolcri ipogei pagani contemporanei; le catacombe, considerando la loro enorme estensione, avrebbero accolto, insieme, le tombe di cristiani e pagani.

Su queste problematiche, il pensiero di padre Fasola — probabilmente il più grande conoscitore delle catacombe del XX secolo — risulta ancora determinante per comprendere in modo corretto il fenomeno dei cimiteri cristiani sotterranei, ancorandolo, come egli ha insegnato, agli oggettivi dati monumentali e non a idee preconcette o a tesi da dimostrare.

Per Fasola le catacombe, nella lunga storia dell’organizzazione degli spazi funerari dell’antichità, costituiscono qualcosa di effettivamente innovativo e originale: originale non tanto nell’utilizzo del sottosuolo a scopo sepolcrale, quanto nell’articolazione e nello sviluppo. È ben noto, infatti, che l’uso di impiegare il sottoterra per creare ambienti funerari è documentato in varie civiltà del passato, e tra gli stessi romani sin dall’età repubblicana. In questi contesti, i sepolcri sotterranei (che definiamo ipogei) risultano di piccole dimensioni, costituiti da poche gallerie e cubicoli, sufficienti a ospitare le sepolture di un numero limitato di defunti appartenenti a gruppi famigliari o ad associazioni di vario genere. Le catacombe, invece, e sin dal loro primo apparire, agli inizi del III secolo, dovendo rispondere all’esigenza di garantire la sepoltura di una comunità religiosa numericamente ampia e in continua crescita, mostrano caratteri monumentali ben diversi. La loro estensione è nettamente maggiore, l’articolazione interna prevede lo sfruttamento razionale e intensivo dello spazio a disposizione (una superficie di terreno di cui si ha la proprietà), mediante lo scavo di gallerie e cubicoli, a formare una rete regolare che occupa l’intero sottosuolo. Tali impianti sono concepiti in maniera da poter essere ampliati nel tempo (cosa evidentemente non necessaria negli ipogei famigliari, destinati a ospitare un numero di sepolcri giudicato sufficiente al momento dell’impianto dai committenti): le pareti fondo delle gallerie e alcuni settori di queste, dove era preventivato lo scavo di ambienti secondari, non vengono intenzionalmente occupati.

Talvolta, le catacombe, in questa fase primitiva, possono anche sfruttare antichi arenari (cave di pozzolana) o cunicoli idraulici dismessi. In questi casi la loro conformazione planimetrica ripropone evidentemente l’irregolarità degli impianti originari. All’interno degli ambienti, le superfici delle pareti delle gallerie vengono utilizzate intensivamente con il sistema delle pile di loculi poste l’una accanto all’altra. Rari cubicoli costituiscono ambienti destinati a famiglie o a gruppi particolari di defunti. In genere, comunque, le relazioni parentali, in questi primi cimiteri sotterranei, vengono scardinate: padri e figli, mogli e mariti possono essere sepolti anche in zone molto distanti: quel che interessa è trovare sepoltura all’interno di un cimitero comune con i fratelli di fede.

Gli epitaffi, nella prima generazione delle catacombe, pure si caratterizzano per formulari in controtendenza: non più lunghe iscrizioni in cui si ricordano ruoli, cariche o si propongono al lettore elogi articolati dei defunti, ma titoli laconici, dove compare il solo nome del deposto, qualche volta insieme a quello del dedicante, raramente corredati dell’augurio di pace ultraterrena. Segno probabile di una scelta precisa, mirante a porre i fedeli di fronte alla morte e all’attesa della risurrezione finale, in una dimensione indifferenziata e unificante.

Sono questi i caratteri identitari che distinguono le catacombe, come si diceva, sin dal loro primo nascere, dai comuni sepolcri ipogei utilizzati dai pagani. Tali caratteri erano stati ben individuati da padre Fasola nei suoi studi, unitamente alle ragioni che, più in generale, nelle varie regioni del mondo antico, avevano spinto le prime comunità a crearsi aree funerarie riservate, anche normalmente all’aperto cielo, come ricordano le fonti: il desiderio di «riposare» insieme con i fratelli di religione e riproporre, nel «sonno» della morte, l’unità del gruppo; la necessità di garantire, anche ai più poveri, una degna sepoltura; forse pure la volontà di disporre di ambienti riservati, dove svolgere riti che cominciavano a differenziarsi da quelli tradizionali del mondo romano, come la celebrazione della messa funebre e la preghiera di un presbitero davanti alla tomba.

Le testimonianze archeologiche e le fonti letterarie non lasciano dubbi che le catacombe romane, con i connotati monumentali evidenziati, esistessero già nei primi decenni del III secolo. Basti pensare al famoso passo dei Philosophumena dello Ps. Ippolito (IX, 12, 14), che fa menzione del cimitero di Callisto amministrato dall’omonimo diacono e futuro Papa ai tempi del vescovo Zeffirino (198-217), o alle ben cinque iscrizioni degli anni 266 e 270 ancora in situ nei loculi della catacomba di Novaziano sulla via Tiburtina, pertinenti a una fase di escavazione già avanzata del cimitero — le più antiche iscrizioni datate a posto dell’intero mondo cristiano antico — o ancora alla documentazione pittorica ed epigrafica dei più antichi nuclei delle catacombe di Priscilla, Calepodio, Domitilla e Pretestato. All’epoca della persecuzione di Valeriano (257-258), le aree cimiteriali comunitarie cristiane dovevano essere piuttosto numerose in tutto il territorio dell’impero, se esse furono oggetto di uno dei provvedimenti emanati da quell’imperatore, provvedimento che vietava espressamente ai cristiani la frequentazione dei cimiteri, evidentemente individuati dal potere imperiale come luoghi particolarmente significativi per le comunità.

Anche la possibilità che le catacombe abbiano accolto sistematicamente le sepolture dei pagani di Roma, come sostenuto recentemente da alcuni studiosi, non sembra basata su dati concreti. Tutte le fonti scritte a noi note, letterarie ed epigrafiche, che ci parlano degli antichi cimiteri sotterranei, risultano di ambito cristiano. Nessun indicatore archeologico serio va nel senso di questa ipotesi. Eccezionalmente, in situazioni particolari, è naturalmente possibile — e forse anche probabile — che tombe di non cristiani fossero accolte dalla comunità nei propri cimiteri, soprattutto nel caso di sepolture di poveri e stranieri. Come ricorda ancora Lattanzio agli inizi del IV secolo, infatti, l’ultimo e più importante dovere di un buon cristiano era quello di garantire una decorosa sepoltura a coloro che più si trovavano in difficoltà (ultimum et maximum pietatisofficium est peregrinorum et pauperumsepultura(DivinaeInstitutiones, VI, 12).

di Vincenzo Fiocchi Nicolai

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23 agosto 2019

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