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Innanzitutto la cura per la fede

Dal libro della Congregazione per i Vescovi Duc in altum. Pellegrinaggio alla tomba di San Pietro e incontro di riflessione per i nuovi Vescovi nominati dal 1° gennaio 2000 al giugno 2001 (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2001) pubblichiamo stralci del capitolo «Il Vescovo maestro e custode della fede» scritto dal cardinale Joseph Ratzinger.

Il vescovo maestro e custode della fede

I. Fondamenti biblici

1. Il discorso di addio a Mileto ( At 20, 17-38)

e il ritratto del presbitero nella lª Lettera di Pietro (5, 1-4)

Non vi è testo più impressionante sul rapporto fra ministero episcopale e vigilanza per la fede del testamento di San Paolo, che gli Atti degli apostoli ci hanno tramandato come discorso di addio dell’apostolo tenuto a Mileto ai presbiteri di Efeso. Paolo sa di essere sulla via verso il martirio; sa che non ritornerà più in questo luogo. Così raduna i presbiteri, per affidar loro formalmente la Chiesa: si ha qui l’inserimento nella successione apostolica. La responsabilità, che era stata affidata all’apostolo, è trasmessa ai presbiteri radunati. Paolo, secondo il racconto degli Atti, è consapevole di non agire di sua iniziativa, come già l’inserimento nel ministero dei presbiteri non era stata semplicemente un’azione organizzativa da parte sua: «Lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (20, 28). Tre affermazioni sono qui particolarmente importanti: è lo Spirito Santo, che chiama al ministero presbiterale e lo conferisce. La Chiesa non è un’organizzazione profana, per la quale noi studiamo le strutture migliori possibili e più efficienti. Essa è la creatura dello Spirito Santo, che non solo l’ha creata all’inizio, a Pentecoste; nella Chiesa è continuamente Pentecoste, perché sempre solo lo Spirito Santo la può creare; perché solo esso può conferire il ministero apostolico e così la successione in esso. Dobbiamo di nuovo prendere in più attenta considerazione, familiarizzarci nuovamente con questa interiore dipendenza dallo Spirito Santo, con questo continuo riferirsi ad esso. Così come non fu la fatica dei discepoli e la loro competenza a realizzare la pesca miracolosa, ma la missione da parte del Signore e l’obbedienza ad essa, così la Chiesa può continuamente sussistere solo a partire dalla missione ricevuta e dall’obbedienza ad essa. La seconda affermazione: i ministri finora denominati «presbiteri» vengono ora chiamati vescovi, e questa espressione viene identificata con il concetto biblico del pastore. La parola «episcopos» portava in sé prima della sua assunzione nel Nuovo Testamento una vasta gamma di significati. Nella tragedia greca Dio stesso appare come l’«episcopos», come colui che scruta vigilando sulle opere buone e cattive degli uomini. Il libro della Sapienza, Filone, gli Oracoli sibillini hanno ripreso questo uso linguistico, così che nella prima Lettera di Clemente in prosecuzione di questa storia del significato possiamo trovare Dio denominato come il Creatore e l’«Episcopo» di ogni spirito (59, 3). In Filone appare poi Mosè come «Episcopo» ( rer. div. her. 30): la parola non era stata quindi affatto una denominazione di funzioni profane, ma aveva descritto una funzione sacrale sul modello ed in partecipazione alla vigilanza di Dio per gli uomini. Così non sorprende che nella 1a lettera di Pietro Cristo stesso venga designato come il pastore e l’«episcopo» delle vostre anime (2, 25). Tanto nella 1a lettera di Pietro come in Atti 20 i due concetti di "episcopo" e di pastore vengono uniti insieme e così la parola «episcopo» nuova per la tradizione biblica è collegata con la ricca tradizione biblica del concetto di pastore, come poi la troviamo ancora una volta nella 1a lettera di Pietro, che designa Cristo come il grande pastore («Arciepiscopo») e nuovamente la collega con il servizio dell’«episcopein». Il concetto superficiale del sovrintendente, che si potrebbe desumere da una traduzione letterale di «episcopo», assume così una profondità totalmente diversa: si tratta di un guardare con il cuore, del vedere da parte di Dio – vedere insieme con Dio; di quella amorosa cura, che il pastore ha per le sue pecore, che egli conosce e chiama singolarmente e che egli ama, perché sono le sue pecore. «Episcopein» è l’interiore responsabilità per coloro, che Dio ci ha affidato, a sua volta come partecipazione alla cura propria di Dio per gli uomini. Il sottofondo biblico raggiunge la sua vera profondità con l’affermazione, che il buon pastore – Gesù – offre la sua vita per le pecore ( Giov 10,15) - il pastore diventa agnello e così redime le pecore. Questa connessione riappare nel discorso d’addio a Mileto, ove a coloro, che ora divengono pastori della Chiesa di Dio, viene ricordato che il Figlio si è acquistato questo gregge con il suo proprio sangue. Siamo così alla terza affermazione del nostro versetto: il pastore è responsabile della Chiesa di Dio, e questa Chiesa si fonda sull’offerta sacrificale della vita da parte del Figlio. Essa è nata niente di meno che dalla croce di Cristo: la passione, che fu innanzitutto la dispersione dei discepoli, è ora il grande atto del raduno. Dall’alto della croce il Signore attira a sé gli uomini, dall’alto della croce egli raccoglie in unità i dispersi figli di Dio ( Giov 11, 52). Ancora una volta ci appare tutta la grandezza di ciò che è la Chiesa: il frutto della passione del Signore. E appare evidente come ultimamente si tratti sempre dell’unica Chiesa, della Chiesa nella sua totalità. I presbiteri di Efeso operano nei loro luoghi, ma facendo questo essi pascono la Chiesa come insieme, la Chiesa di Cristo e non una parte di essa. Soprattutto però si manifesta qui la dimensione martirologica del ministero pastorale. Se il concetto precristiano di Dio come «episcopo» degli uomini poteva mostrarci questo Dio come colui che dominava solo dall’alto, un Signore non toccato dal disordine e dalle sofferenze dell’umanità, la figura di Cristo invece ci mostra che Dio, per essere pastore degli uomini, è venuto egli stesso sulla terra; che il suo ministero pastorale gli costava la passione del Figlio – soltanto soffrendo con gli uomini, amando con loro e morendo con loro poteva prendere veramente in mano i loro problemi. Dio senza fatica poteva creare il cosmo in tutta la sua grandezza, ha detto una volta il Card. Newman, ma portare l’uomo e gli uomini a sé gli è costato l’indicibile fatica dell’incarnazione e della sua propria morte. Solo attraverso l’impegno del proprio essere si può diventare pastori per gli uomini, pastori per la Chiesa fondata e da fondare sulla passione di Cristo. Questo è il livello dell’impegno, che si esige; se diamo meno, se vogliamo tener fuori noi stessi, non dobbiamo meravigliarci per il venir meno della Chiesa e della fede. Del resto tutto il discorso d’addio di San Paolo è impregnato da questo sfondo martirologico. Come egli già da sempre aveva sofferto a motivo della Chiesa e del Vangelo – pensiamo alla drammatica descrizione delle sue sofferenze nell’undicesimo capitolo della seconda lettera ai Corinzi – così egli ora si appresta a entrare definitivamente nella comunione di sofferenze con Cristo, e solo così porta a compimento la sua opera apostolica.

Ma ora dobbiamo chiederci ancora: cosa è concretamente il contenuto di questo pascere – di questo «episcopein», di questa vigilanza sul gregge di Cristo, di questa cura che si unisce alla cura di Dio? Nel discorso di addio a Mileto troviamo al riguardo due descrizioni. La prima suona: «rendere testimonianza al vangelo della grazia di Dio» (v. 24). La seconda descrizione parla del dovere dell’apostolo, «di annunciare tutta la volontà di Dio» (v. 27). Trovo questa formulazione, proprio nella semplicità e grandezza dell’espressione, particolarmente efficace. Si tratta di comunicare agli uomini la volontà di Dio, senza riserve, in tutta la sua grandezza.

Ci viene in mente la terza invocazione del Padre Nostro: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Il compiersi della volontà di Dio rende il cielo cielo. La terra diviene cielo, quando in essa si compie la volontà di Dio. Tutti noi vogliamo sapere come dobbiamo impostare la nostra vita, perché essa sia buona – «felice». Tutti gli esseri umani lo vogliono. Ognuno vorrebbe conoscere la chiave che conduce alla vera vita. Per questo studiamo, per questo cerchiamo, ed ogni ricerca della felicità è espressione di questa esigenza, trovare la vita – vita in abbondanza, la pienezza della vita. Se è vero che la volontà di Dio è la nostra vita, il conformarsi a questa volontà rappresenta la chiave che conduce alla vita – non è dunque forse vero che la sete di vita nella sua più profonda essenza è sete della conoscenza della volontà di Dio? Non è dunque la missione più alta e più bella far conoscere la volontà di Dio e così donare la chiave che conduce alla vita? Questo è il ministero apostolico – questo è il ministero episcopale. Ma di fatto oggi si dubita se questo sia il nostro desiderio più intimo, che dovrebbe diventare un nostro desiderio molto pratico; si dubita non solo fra i non credenti, ma nella Chiesa. Infatti molti ritengono che la volontà di Dio sia in realtà per noi un peso troppo pesante; sarebbe dunque forse meglio non conoscerla, infatti se non la conosciamo – così si sostiene – allora la vita contro o al di fuori di questa volontà non è una colpa. Solo la conoscenza ci rende colpevoli. Felice ignoranza, così si pensa. E così il cristianesimo appare non come grazia, ma come peso; coloro che non conoscono la volontà di Dio, così si pensa, vivono meglio. E allora non è neanche più bello annunciare la volontà di Dio, infatti è meglio non essere troppo completi. Così con questo tema siamo al punto in cui la questione del Vescovo come maestro e custode della fede diviene concreta per il nostro tempo.

2. L’introduzione della Lettera ai Romani ( Rom 1,1-7)

Ma prima di continuare ulteriormente con i problemi attuali, dobbiamo approfondire ancora il rapporto fra il «far conoscere la volontà di Dio» e la fede. Per questo scopo ci si offre la descrizione della missione apostolica, che Paolo dà nella sua autopresentazione all’inizio della Lettera ai Romani. Questa descrizione riprende da molti punti di vista la presentazione, che abbiamo trovato nel discorso di addio a Mileto, ma pone in realtà accenti in parte diversi e utilizza un vocabolario un po’ diverso. Qui Paolo si designa come «servo di Gesù Cristo», come apostolo per vocazione, come segregato per il vangelo di Dio. La successione dei titoli è di grande importanza per la comprensione del ministero apostolico e così anche per una visione corretta del ministero episcopale. Innanzitutto l’apostolo è servo di Dio – non appartiene più a se stesso, ma è proprietà totale dell’altro, dì Gesù Cristo. Allo stesso tempo Paolo entra e con lui il vescovo in una genealogia: Israele, il popolo santo di Dio fu designato come servo di Dio e poi i grandi personaggi, nei quali la missione di Israele si manifesta: Abramo, Isacco, ma soprattutto Mosè. «Chiamato apostolo» – l’idea della missione risuona qui, ed anche «può aver influito un ricordo della vocazione degli uomini di Dio dell’Antico Testamento». Infine vi è il concetto di «segregato», che è tipico per i profeti e colloca l’apostolo nella linea dei profeti dell’Antica Alleanza. Segregato per che cosa? «Per il vangelo di Dio» – qui è evidente il contatto con Atti 20, 24, dove si parlava del vangelo della grazia di Dio. Paolo in Rom 1, 3s presenta come contenuto del vangelo semplicemente la cristologia, la fede cristologica della Chiesa, citando una confessione cristologica prepaolina. In conclusione: l’apostolo, il vescovo, l’evangelista esiste per annunciare Cristo, e più precisamente Cristo come la Chiesa lo crede e lo confessa. Attraverso la citazione di una confessione di fede, la fede comune della Chiesa, la sua autorità, fa il suo ingresso nel testo della Lettera ai Romani e di conseguenza nella missione apostolica. Ciò diventa subito ancora più evidente quando Paolo dice che la grazia e l’apostolato gli sarebbero stati conferiti, per condurre tutti i popoli all’obbedienza della fede. Qui è di nuovo evidente il contatto con il discorso ai presbiteri efesini, nel quale si parlava dell’annuncio della volontà di Dio. Ciò che Paolo annuncia come apostolo, è la fede; accogliere la fede, significa entrare in una relazione di obbedienza. Ciò che si intende con questo l’apostolo lo ha espresso in un modo grandioso in Gal 2, 20: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Paolo descrive con queste parole ciò che è avvenuto nella sua conversione; ciò che egli qui descrive, è sconvolgente esperienza personale e nello stesso tempo espressione della comune realtà dell’essere cristiano. È allo stesso tempo del tutto personale e del tutto oggettivo, singolarissima esperienza personale eppure presentazione di ciò, che è per ciascuno l’essenza del cristianesimo. Si potrebbe tradurre questo, dicendo che essere cristiano significa conversione; ma allora dobbiamo intendere la parola conversione in tutta la sua profondità, che essa qui ha acquistato. Conversione nel senso cristiano è più del cambiamento di alcune opinioni e atteggiamenti. Essa è morte e nascita nuova. È un cambiamento di soggetto. «L’io cessa di essere autonomo e soggetto in sé sussistente. Viene sottratto a se stesso e inserito in un nuovo soggetto. L’io non scompare semplicemente, ma deve di fatto una volta per tutte rinunciare a se stesso, per accogliersi poi di nuovo in un io più grande ed insieme con esso». «Obbedienza» è quindi intesa in un senso molto radicale, come già prima era preannunciato nel titolo «servo di Cristo». Per il nostro contesto è importante che questa obbedienza, questa nuova nascita dell’uomo, che lo strappa alla sua solitudine ed alla sua mancanza di orientamento e lo conduce al largo, quindi lo libera, è connessa con l’atto della fede. E al riguardo è anche significativo che Paolo presenti la fede immediatamente come «cattolica», cioè come una realtà, che riunisce insieme tutti i popoli. Alla fede appartiene l’universalità; il vangelo non vale solo per i Romani, ma ha un senso universale. La nuova comunità, nella quale il credente entra, è aperta a tutti – proprio perché la verità è aperta a tutti e riguarda tutti allo stesso modo. Vediamo che «fede» qui è intesa allo stesso tempo nel suo senso oggettivo ed in quello soggettivo. È un atto di conversione, di rinnovamento; la sua obbedienza è liberazione dalle angustie dell’io e dalla cecità delle pure opinioni. Ma la fede è allo stesso tempo obiettiva – il contenuto della predicazione, il contenuto della vita della Chiesa nel suo insieme. Essa la edifica. È il suo fondamento. Così si manifesta qui con particolare evidenza la centralità del servizio della fede per il ministero apostolico, per il ministero episcopale.

3. Uno sguardo alle lettere pastorali

A partire di qui si apre anche l’accesso alle lettere pastorali, che rifacendosi al ministero di Paolo fanno conoscere ancora una volta tutti i suoi punti chiave. La presentazione dell’apostolato in 1 Tim 2, 1-7 è molto simile a quella della lettera ai Romani. Qui di Paolo viene detto che egli è stato istituito come annunciatore ed apostolo dell’unico Dio e dell’unico mediatore, Cristo Gesù, «come maestro dei popoli nella fede e nella verità». L’importanza dell’insegnamento emerge ora più evidente, ma la direzione di fondo rimane nondimeno la stessa: l’universalità viene accentuata, derivante dall’universalità della verità, dall’universalità dell’unico Dio e dell’unico mediatore. E la missione essenziale dell’apostolo è quella di essere maestro nella fede e nella verità. In queste lettere tardive si tratta poi di nuovo in modo molto concreto della successione apostolica e della necessità che il ministero apostolico nel tempo della Chiesa acquisti la sua configurazione, che la fiamma della fede sia continuamente ravvivata, quella fiamma che minaccia così spesso di estinguersi nella quotidianità (2 Tim 1, 6). Così si comprende il tono apertamente implorante, con il quale l’apostolo scongiura Timoteo di perseverare nell’annuncio dell’unica fede, contro ogni routine, contro lo sprofondare in una fede arbitraria ed in un’ideologia: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Tim 4, 1s). Io penso che noi vescovi dovremmo, molto di più di quanto non facciamo, metterci davanti al tribunale di Dio e di Gesù Cristo, davanti al giudice dei vivi e dei morti; commisurare la nostra vita sul criterio del giudizio futuro. L’istanza, davanti alla quale noi dobbiamo sentirci responsabili, non sono i mezzi di comunicazione di massa, che di fatto si sono promossi a grande tribunale del passato e del presente e esaltano o distruggono le persone. Il nostro criterio è il giudice futuro, e nella ponderazione delle nostre azioni la prima domanda deve essere questa: come giudicherà il vero giudice la mia decisione attuale? Le lettere pastorali vengono facilmente classificate come opere minori e pertanto come secondarie dal punto di vista teologico e spirituale. Io personalmente avverto proprio nella seconda lettera a Timoteo una passione ed un fervore, in cui per me si percepisce in un modo commovente l’ultima lotta di Paolo, il quale è separato da tutto e da tutti, da molte cose anche già revocate o consapevolmente dimenticate e che tuttavia proprio nella vicinanza del martirio con un ultimo slancio lotta ancora una volta per la trasmissione del vangelo. In questo senso queste lettere sono un ritratto del vescovo, al quale noi ci dobbiamo sempre orientare e la cui più profonda identità con le affermazioni iniziali è per me evidente.

II. Il servizio episcopale alla fede oggi – quattro difficoltà e le risposte ad esse

1. Libertà e vincoli

La vigilanza del pastore, la sua attenzione per il gregge, che tutto il Nuovo Testamento mette in primo piano, è quindi innanzitutto cura per la fede – positivamente, affinché essa si manifesti in tutta la sua forza luminosa, negativamente, affinché essa venga protetta dalle falsificazioni. E chi non vede che falsificazioni incombono, non solo nei tempo apostolico, nel tempo delle lettere pastorali, ma proprio anche oggi? In teoria tutti sono d’accordo sulla missione della vigilanza e della cura, nella quale ultimamente coincidono il ministero del pastore e del maestro. Nella prassi però vi sono molti “Ma”. Ad un’iniziativa di correzione si contrappone innanzitutto l’obiezione: non si deve forse rispettare la libertà dell’insegnamento e dell’insegnante? Non ha forse la storia dell’inquisizione nuociuto alla fama della Chiesa? Non è la libertà un bene preminente? Ora proprio la Scuola di Francoforte ci ha insegnato che esiste una dialettica dell’illuminismo, nella quale una istanza di libertà sempre più spinta alla fine diventa distruttrice della libertà. La storia delle ideologie dell`ultimo secolo lo mostra con evidenza. La libertà deve talvolta essere difesa proprio per smascherare la falsa libertà come tale e riportarla nei suoi confini. Credere significa accogliere una decisione comune, una fede comune e che quindi opera la pace e l’unità. Nessuno deve credere, credere deve essere sempre una decisione libera ed in questo senso deve esistere anche la libertà di separarsi dalla fede; la responsabilità davanti a Dio non può essere sostituita da costrizioni esterne. Chi però si trova nella libera decisione della fede, ha accolto anche il vincolo della sua forma comune e non può prendere a pretesto la libertà, per rimanere dentro e poter distruggere dall’interno. Sono convinto che proprio oggi dobbiamo opporci in modo assai deciso all’abuso del concetto di libertà. Naturalmente vi sono diverse forme di vincolo. Chi si è liberamente assunto l’impegno di insegnare a nome della Chiesa, ha un vincolo diverso da quello di un laico cristiano, che sotto la sua sola responsabilità cerca di sviluppare sue idee. Non si può a nome della Chiesa insegnare contro la Chiesa; qui si tratta anche di una questione di onestà. Naturalmente si dovrebbe in questo contesto parlare delle condizioni interne della teologia. Se essa si rifugia nell’ambito della pura accademia, si perde il rapporto interiore con la vita della fede, con la Chiesa, con la comunione orante con Gesù Cristo, essa non può svilupparsi bene. Senza la prassi della fede è impossibile che la sua riflessione abbia un esito fecondo. Perciò è molto importante non lasciare vagare il ministero de1l’insegnamento teologico nella pura neutralità accademica. La strutturazione dell’insegnamento deve essere così articolata, che essa corrisponda alle sue condizioni interne. La teologia non è una speculazione privata, ma interpretazione della fede della Chiesa, e ciò e impossibile, se non si vive in essa e con essa.

2. Orientarsi nella babele delle specializzazioni

La prima obiezione contro la vigilanza e la custodia viene oggi da un concetto unilaterale di libertà. A fianco si trova una seconda forte obiezione: come può veramente un Vescovo ancora interferire nella sempre crescente specializzazione e differenziazione della teologia? Di fronte alla sempre più articolata problematica non è forse egli praticamente un profano, che deve astenersi dal giudizio? Non gli si muoverà subito l’accusa di incompetenza e di fondamentalismo? Al riguardo vorrei cercare di offrire tre indicazioni.

a) Ovviamente non si proferirà con leggerezza la diagnosi di eresia o di oscuramento della fede. La prudenza è di rigore. Secondo le indicazioni di Sant’Ignazio di Loyola si presupporrà prima la buona volontà e si cercherà di interpretare la nuova proposta in senso buono. Per un vescovo è molto importante il contatto personale con gli insegnanti di teologia. Molte cose si. possono chiarire nel rapporto personale; la vicinanza al vescovo aiuta a rafforzare la sensibilità pastorale e la corresponsabilità per la comunione della fede, così come viceversa dischiude vescovo l’accesso ai problemi teologici attuali.

b) L’aiuto reciproco dei vescovi fra di loro ed il consiglio di esperti affidabili è importante. Perciò le Conferenze episcopali devono preoccuparsi di erigere una Commissione per i problemi della fede veramente competente, nella quale collaborino vescovi di provata competenza con professori, che seguono le discussioni teologiche essenziali e affiancano il singolo vescovo in questioni difficili.

c) Ancora più importante di questi due aspetti è il terzo: oggi viene spesso dimenticata la differenza fra teologia e fede. Nella teologia non possiamo essere tutti specialisti, ed anche il teologo da parte sua non è specialista su tutta la assai articolata costruzione della teologia contemporanea. Ma i vescovi non devono neanche voler esercitare essi stessi ili lavoro dei teologi; la loro funzione è un’altra: essi sono maestri della fede, sulla quale si fonda la teologia. Nella teologia possono essere specialisti solo relativamente pochi. Nelle questioni della fede siamo tutti istruiti da Dio, come dice il Vangelo di Giovanni (6, 45). Ciò che nel Vangelo il Signore preannuncia profeticamente, lo ribadisce la prima lettera di Giovanni per quella che ora è divenuta la Chiesa: «Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avere la scienza... l’unzione che avere ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri» (l Giov 2, 20.27). Il termine unzione è un riferimento alla fede battesimale: a partire da essa tutti i cristiani hanno la scienza ed una teologia, che mettesse in questione questa fede, è una dottrina falsa. In questo senso ogni cristiano ha il diritto e la capacità di intervenire contro la falsa dottrina e a favore della fede comune, in modo particolare naturalmente il vescovo, che rappresenta il diritto dei fedeli ed è la loro voce. Se è importante la difesa della libertà dell’insegnante, si deve però sempre tenere presente che il bene ancora più preminente è la difesa della fede dei fedeli, che hanno un diritto alla fede genuina della Chiesa. La loro fede è il bene della Chiesa che più altamente merita di essere difeso. A questo si riferisce la nota parola del Signore: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare» ( Mc 9, 42). Qui non si tratta, come tardive interpretazioni hanno supposto, di scandalo sessuale nei confronti di bambini. La espressione «i piccoli» è una designazione per i fedeli di Cristo, e lo scandalo, la cui spaventosità Gesù stigmatizza con l’immagine della mola attorno al collo, è lo sconvolgimento e la distruzione della loro fede. Proprio questa parola del Signore può farci comprendere la grandezza della nostra responsabilità e la grandezza del bene, che dobbiamo proteggere. La confessione di fede della Chiesa è il terreno solido, sul quale sta la teologia. Se essa lo abbandona, si dissolve come teologia e diventa una privata filosofia della religione. A questa confessione deve essere commisurata la teologia, ed in essa tutti «abbiamo la scienza». Questa semplicità della confessione non può essere persa di vista, altrimenti il cristianesimo diventa gnosi, una cosa da eruditi, nella quale poi ultimamente esistono solo ormai ipotesi, ma non più un fondamento, sul quale possiamo vivere e morire. Per i Padri era perfettamente chiaro che la regula fidei è l’ultimo criterio della esegesi, all’interno del quale un vastissimo spazio rimane alla ricerca ed alle scoperte dell’interprete, ma allo stesso tempo la realtà da interpretare viene salvaguardata e non si dissolve nella interpretazione.

Regula fidei del resto non era per i Padri qualcosa di scritto, di più ampio che non la professione di fede, cioè qualcosa di vivo: in essa è inclusa la voce viva della Chiesa, cioè il Magistero. Così il Magistero è il vero aiuto nella delimitazione fra interpretazione falsa e vera. Il vescovo stesso è nella sua Chiesa locale la voce viva della fede, il suo maestro e custode. Ma poiché la Chiesa è una sola, egli insegna rettamente, solo se insegna sincronicamente e diacronicamente insieme con tutta quanta la Chiesa, se egli è in sintonia con la voce del successore di Pietro. In molte regioni è divenuto usuale diffidare sistematicamente della voce del Magistero, ritenerlo un impedimento contro la libertà della ricerca e del pensiero. Dobbiamo nuovamente abituarci a considerarlo come un aiuto, che ci è dato, per identificare la voce della fede in quanto tale. Proprio così noi difendiamo l’eguale diritto di tutti i fedeli contro un pensiero di classe, nel quale solo alcuni privilegiati avrebbero la chiave della conoscenza.

3. La pace nella Chiesa e la lotta per la difesa della fede

Arrivo ora ad una terza obiezione, che si oppone alla missione della vigilanza e della cura: se entriamo in questioni di fede, non turbiamo in modo pericoloso la pace nella Chiesa? I mezzi di comunicazione di massa si impadroniscono della questione e confondono i fedeli; nascono polarizzazioni – non è forse maggiore il danno derivante dalla confusione pubblica e dalla contrapposizione che ne consegue, che non se si lasciasse la questione indisturbata? Quando noi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede chiediamo ai Vescovi di prendere posizione contro un’opera apertamente fuorviante, ci viene spesso ripetuto: solo poche persone conoscono il libro, è già esaurito. Nessuno vi ha fatto caso – perché dovremmo fargli pubblicità e rompere proprio noi la quiete finora praticamente indisturbata? Tali argomenti possono essere pienamente giustificati. Sant’Agostino nella lotta con i donatisti ha coniato l’espressione tolerare pro pace . La pace è un bene importante, e si deve valutare nel caso se il testo in questione, il gruppo in questione è così importante, che ci si deve assumere la responsabilità per lo scalpore che ne nascerà ovvero se non è meglio, nella fattispecie, lasciare che la questione si esaurisca nel silenzio. Per quanto questo sia vero non ci si può tuttavia tranquillizzare troppo facilmente. La pace, la pace interiore nella comunità ecclesiale è – come già detto – un bene importante, ma esistono anche paci false. Se noi sempre lasciamo sempre correre le cose, nasce il sentimento dell’arbitrarietà. Si vuole non avere problemi; tutto deve restare tranquillo, ma questa quiete non ha più alcun contenuto, ed essa diventa inconsistente e vuota. Di ogni falsificazione della fede, che non viene corretta, resta anche un elemento di interiore avvelenamento nell’organismo della Chiesa. Apparentemente essa dapprima non fa danno, finché non diventa un’infezione generale. Continua a propagarsi silenziosamente, finché si perde la sensibilità per la fede e la fede stessa non si manifesta più come un bene comune, perché è stata lentamente erosa dall’interno. Allora certamente l`apparato esterno continua ancora per un po’ di tempo, ma dall’interno la Chiesa è condannata all’estenuazione. Ci meravigliamo perché le Chiese si svuotano, si compie un esodo silenzioso, un semplice spegnersi: essere nella Chiesa non sembra più avere importanza, perché in realtà essa non ha più uno scopo, non sembra più prendere così veramente sul serio il suo fondamento più profondo – la presenza della rivelazione di Dio nella fede. Gregorio Magno nella sua Regola pastorale ha interpretato in questo senso un’espressione molto densa del Signore: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» ( Mc 9, 50). Il sale disturba la pace, brucia e fa male. Sembra contrapporsi alla pace. Entrambe le cose devono realizzarsi insieme: la pace, che tollera l’altro, ma anche il sale, che mette in evidenza e lotta contro gli elementi di decomposizione. «Colui che è preoccupato troppo della pace puramente umana, non si oppone più al malvagio e così dà ragione ai perversi, costui si separa dalla pace di Dio... È una grande colpa, venire a patti con la corruzione», egli dice (II 408). II vescovo deve essere un uomo di pace, ma deve anche avere sale in se stesso; deve essere anche pronto al conflitto, laddove si tratta del vero bene, perché il sale non divenga scipito e noi non veniamo giustamente disprezzati e calpestati.

4. Il bene della fede

Concludendo vorrei menzionare ancora un’ultima obiezione, che per lo più noi stessi ci nascondiamo, ma che dobbiamo portare alla luce. Avevo già all’inizio accennato a questa obiezione: non sono pochi coloro che, anche se personalmente pienamente ortodossi e devoti, magari anche vescovi, si chiedono nell’intimo – in modo più o meno confessato –, se veramente è cosa così buona, conoscere tutta quanta la volontà di Dio, ovvero se la fede non è più un peso che una grazia. Non è forse pesante vivere la fede integralmente? Non è forse la buona coscienza di coloro, che non la conoscono o la conoscono solo a metà, una via più facile alla salvezza? All’inizio dell’epoca liberale, quando malgrado la separazione dalla fede le certezze cristiane di fondo ancora tenevano e come tali apparivano alla ragione comune, questa impressione poteva veramente aversi. I fedeli dovevano per così dire sostenere per gli altri i fondamenti ed evitare il loro crollo, perché la pura ragione non esiste: la sua efficacia dipende sempre da mille contesti. Oggi, allorché queste certezze di fondo sono ampiamente crollate, noi vediamo l’oscurità, nella quale precipita l’uomo, se egli non sa della sua origine e del suo destino. Nasce la non-cultura della morte. Un mondo senza senso, un mondo, nel quale non sappiamo chi siamo e cosa dobbiamo fare, ha bisogno di stordirsi con la droga. Il nichilismo non è più facile, ma è semplicemente il buio. La luce è la fede. E noi cristiani dovremmo oggi nuovamente credere in modo molto più riconoscente, molto più gioioso, molto più ottimistico: Sì, è bello conoscere la volontà di Dio. È bello conoscere Dio ed essere conosciuti da lui. È bello sapere quale aspetto ha Dio: sul volto di Cristo, che ha amato ciascuno di noi e per noi ha consegnato se stesso alla morte, noi vediamo il volto di Dio stesso. Solo se noi torneremo a percepire dall’interno la preziosità della fede, la sua gioia in modo così autentico, come accadeva nell’antichità pagana da parte dei primi cristiani, solo se torneremo ad essere veramente contenti della fede, vedremo spontaneamente come la cosa più importante sia difendere questa perla preziosa, preoccuparsi del suo splendore e riconosceremo come la priorità più alta della nostra missione l’impegno per questo tesoro.

Osservazioni conclusive sulla attualizzazione della fede

Finora ho parlato principalmente dei casi conflittuali, di quella custodia attenta della fede, che compete al pastore. Il vero compito del pastore tuttavia è positivo: mantenere la fede così viva, che non si debba arrivare ai casi conflittuali. Vedo tre settori principali, in cui è necessaria un’attenzione speciale per l’attualizzazione della fede: la predicazione (e con lei tutto il lavoro per l’attualizzazione e l’approfondimento della conoscenza di fede), la catechesi e l’insegnamento teologico nei seminari e nelle Facoltà universitarie. Parlare esaurientemente in merito sarebbe una conferenza a parte. Accenno solo brevemente a conclusione alcune mie preoccupazioni e considerazioni. La predicazione dopo il Concilio si è fatta in genere più vicina alla Scrittura, e questo è un grande progresso. Ma è divenuta anche più casuale e più povera tematicamente, e questo è un pericolo. In genere nel corso del ciclo triennale non viene più presentata tutta la dottrina della fede, ma brani casuali, mentre il resto è dimenticato. Io penso che i vescovi di una regione dovrebbero provvedere insieme a stabilire un ordinamento di prediche, nel quale possa essere proclamata nel corso dei tre anni tutta quanta la fede, proprio anche quei temi oggi molto trascurati di Dio Creatore; di peccato e redenzione, della grazia e dei sacramenti, soprattutto anche il sacramento della penitenza, la contemplazione delle ultime cose, della vita eterna.

Anche la catechesi a mio parere è divenuta molto settoriale e trascura spesso grandi parti della fede. Testimonianze totalmente al di sopra di ogni sospetto ci certificano un’ignoranza incredibile nelle giovani generazioni circa affermazioni fondamentali della fede. La preparazione alla comunione in molte regioni consiste più in una socializzazione che non in una lenta penetrazione nel mistero della presenza del Signore e del suo sacrificio. La grandezza del mistero di Cristo viene spesso trasmessa a stento e così via. Per la completezza della predicazione così come per la integrità della catechesi il Catechismo della Chiesa Cattolica offre un aiuto prezioso. Dovrebbe essere usato molto di più. Naturalmente è necessario tradurlo poi in piani concreti per la predicazione e la catechesi.

Infine vi è la missione dell’insegnamento teologico nei seminari e nelle Facoltà. Proprio nelle generazioni più giovani esiste oggi grazie a Dio un numero di insegnanti di teologia veramente buoni. Ma è innegabile che vi sono anche gravi problemi. Un problema di fondo mi sembra essere il fatto che non si scorge più una visione di fondo filosofica comune. Domina l’eclettismo. Si sceglie dalle filosofie correnti, che offrono un notevole aiuto, ma alla fine non lasciano aperto alcuno spazio per il Dio vivente. Le Encicliche « Veritatis splendor » e « Fides et ratio » offrono qui un valido aiuto; dovrebbero entrare nella riflessione teologica ancora molto di più di quanto già non avvenga. Soprattutto non dovremmo dimenticare che i Padri ed i grandi teologi del Medioevo così come i maestri più significativi della teologia del 19° e del 20° secolo rimangono anche per noi oggi maestri, che ci indicano il cammino ed il cui approccio di fondo non ha perso nulla della sua attualità anche se naturalmente deve essere sempre ulteriormente ripensato, approfondito, ampliato e posto in dialogo con il presente. Chi legge la Scrittura con i Padri, soprattutto con Sant’Agostino, con San Tommaso e San Bonaventura, con Möhler e De Lubac (per citare solo qualche nome), trae anche oggi indicazioni preziose e trova allo stesso tempo ampio spazio per approfondimenti creativi.

Per concludere vorrei ancora una volta ritornare alla prima Lettera di Pietro. L’apostolo designa se stesso nel suo stile umile e benevolo come conpresbitero, presbitero insieme con noi, ed ha così formulato con una chiarezza insuperabile l’identità del ministero sacerdotale ed apostolico, i1 principio della successione apostolica. In questo contesto egli ha presentato il modello del sacerdote e del vescovo, al quale noi dobbiamo continuamente commisurarci: il presbitero è «testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi». Veglia sul gregge non per costrizione, ma volentieri, secondo Dio; non spadroneggia sulle persone a lui affidate, ma si fa modello di esse. «E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (5, 4).

Questa è la prospettiva, nella quale noi compiamo il nostro servizio.

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14 ottobre 2019

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