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Infamanti dicerie

· ​Gli ebrei e l'accusa del sangue ·

«L’accusa del sangue», terribile marchio a fuoco sul popolo d’Israele. Il nuovo studio di Cristiana Facchini Infamanti dicerie. La prima autodifesa ebraica dall’accusa del sangue (Bologna, Edb, 2014, pagine 132, euro 12) consente di inquadrare correttamente tale accusa: «sorta nel corso del medioevo, l’accusa del sangue appare come una nuova arma nell’arsenale anti-ebraico». Innumerevoli sono i testi pubblicati in merito, dal XII al XVII secolo in occidente, scatenando in Europa orientale, nel Settecento e nell’Ottocento, persecuzioni, pogrom e processi, studi però tutti a firma dei persecutori che raccoglievano i dati che avrebbero suffragato il loro pregiudizio e dimostrato la loro tesi. 

Per comprendere la genesi della calunnia e la sua consistenza è necessario prendere le mosse da più lontano: «l’apertura sull’età delle esplorazioni e sugli effetti culturali di tale evento introduce il controverso tema del sacrificio umano, che tanto ha occupato l’immaginario della cultura occidentale». Cristiana Facchini si muove in modo inedito, con un taglio nuovo di ricerca, da una prospettiva diversa su quel nodo, antropologico e teologico, che ha innervato i secoli, suscitando la costruzione di un immaginario, in campo ebraico ritenuto infamante e in campo cristiano ricco di devozioni ben difficili da sradicare. Afferma la studiosa: «Ci interessa indagare la genesi del discorso critico maturato attorno all’accusa per comprendere come esso abbia contribuito alla sua lenta delegittimazione. In particolare da un angolo prospettico quasi del tutto sconosciuto o comunque poco indagato, analizzando alcune delle prime apologie ebraiche contro l’accusa del sangue che furono redatte proprio in età moderna». Mentre «l’accusa si fonda su una costellazione di credenze che variano nel corso dei secoli, e che si basano sull’idea che alcuni riti ebraici, condotti in precisi contesti cerimoniali e festivi, presuppongano l’uso e il consumo del sangue di bambini cristiani, i quali devono essere ritualmente uccisi o, meglio, uccisi nella modalità di un sacrificio». Proprio come sosteneva il teologo olandese Jacob Geusius nel suo De victima humana, in cui gli ebrei venivano macchiati dall’accusa del sangue.
Ad Amsterdam nel 1681 gli ebrei alzano la testa e si difendono dal cumulo di dicerie «libelli, canti e racconti popolari, xilografie, e immagini che raffiguravano ebrei sul punto di uccidere bambini cristiani», con Isaac Viva che pubblica un trattato intitolato Vindex sanguinis, la cui ristampa avverrà a Norimberga. Umberto Cassuto ritiene che l’autore sia un rabbino askenazita, Ishaq Cohen Cantarini, medico e pure cabbalista; l’ambiente portoghese di Amsterdam invece, per altri studiosi, è l'humus in cui fiorì l’autodifesa. L’informazione di Isaac Viva è sicura e attendibile, sia sul piano biblico, sia su quello degli studiosi olandesi e inglesi che discutevano allora sul tema. Seguendo l’autore — o chi per lui, di fatto, ha steso la ricerca — si viene a sapere che la calunnia del sangue non appartiene ai sacrifici umani, perché, egli afferma chiaramente e con vigore come per l’ebreo il sangue mai vada consumato. Celato dietro lo pseudonimo, procede con metodo sicuro su basi storiche e argomentazioni razionali. Ne consegue che gli stessi primi cristiani, un tempo incolpati di omicidio rituale, ora, per un ben noto processo mentale e psicanalitico, da perseguitati si trasformano in persecutori.  

di Cristiana Dobner

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27 gennaio 2020

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