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Ineludibile presenza del sacro

· Leggere il Corano nel deserto ·

Se un giorno qualcuno si ritirasse nel deserto per leggere il Corano, sfuggendo così a interferenze e imposizioni dogmatiche, renderebbe un omaggio postumo a un sociologo islamico coraggioso, Khaled Fouad Allam. Algerino d’origine e italiano di adozione, scomparso l’anno scorso mentre soggiornava a Roma, egli conversò a lungo con il giornalista Marco Alloni: Leggere il Corano nel deserto (Aliberti, 2015, pagine 112, euro 10) è un inno alla solitudine, alla meditazione e alla scoperta del mistero di Allah, fuori dalle vie maestre della precettistica ufficiale. Lo scrive Dario Fertilio aggiungendo che il libro è anche una sfida al “Corano della paura” in favore di un “Corano della cultura”, accessibile a chiunque sia disposto ad accostarvisi senza pregiudizi e con cuore puro.

Khaled Fouad Allam

Il messaggio centrale — che date le circostanze assume valore di testamento spirituale — è certo una denuncia contro i manipolatori del testo sacro, i retori dell’integralismo e della violenza, ma soprattutto suona come un invito appassionato a scoprire le risonanze filosofiche, esistenziali, etiche e persino politiche nascoste tra le sure. E anche di più: è una guida che esorta il lettore di buona volontà a valorizzare il carattere poetico e le suggestioni evocative contenute in tante pagine. Certo il testo, che per i fedeli all’islam è dettato direttamente da Dio, contiene evidenti contraddizioni, oltre a considerazioni evidentemente legate alle esigenze del momento, e dunque non riproponibili come norme di condotta per il presente. Ma quale testo sacro, si chiede Allam, non contiene passaggi misteriosi, di dubbia interpretazione o gravidi di mistero? Neanche la Bibbia, come sappiamo, fa eccezione, e tanto meno i racconti fondanti dell’induismo, per non parlare di quelli delle religioni antiche. L’importante è allora, sostiene, fare vuoto in se stessi di fronte al Libro e saper accogliere, interpretare il silenzio mistico che parla in ognuno di noi.

Un passo, ricorda Allam, simboleggia in particolare l’enorme distanza che separa la visione islamica della vita da quella cristiana e occidentale: quello in cui l’orbe terracqueo viene ripartito in quattro oceani, due a Oriente e due a Occidente, senza passaggi visibili dall’uno all’altro. La scissione dunque esiste, tanto più che un esame “cabalistico” della parola araba bahr — che significa mare — è leggibile in anagramma come harb, cioè guerra. Ed è qui che entra in campo il valore dell’interpretazione, nutrita dalla cultura e dal dubbio. Ciò che serve è un approccio iniziatico, una via d’uscita rispetto alla subordinazione all’autorità degli ulema: è la tafsir, o cultura della interpretazione che rese ricca la cultura islamica e invece oggi — denuncia Allam — va drammaticamente scomparendo.

Ancora più a fondo, il libro pone a tutti noi una ineludibile domanda: come disporci oggi, nelle nostre vite, di fronte alla perturbante e ineludibile presenza del sacro?

di Dario Fertilio

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17 settembre 2019

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