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Indipendente e coraggioso

· Paolo VI secondo un appunto inedito del cardinale Giovanni Colombo ·

La scheda manoscritta del cardinale Colombo

Macché amletico. La personalità di Paolo VI era ben diversa da quella così largamente propalata, forse non soltanto per superficialità o ignoranza. A circa un mese dalla canonizzazione del grande Pontefice, lo evidenzia una ennesima testimonianza di prima mano che questa volta arriva dagli archivi del cardinale Giovanni Colombo (1902-1992). A farla riemergere è monsignor Francantonio Bernasconi, già segretario particolare dell’immediato successore di Montini sulla cattedra ambrosiana e curatore dei «Quaderni Colombiani», una serie di fascicoli (oltre novanta) che nel 2017 sono stati editi da Jaca Book, in due tomi di quasi millecinquecento pagine complessive a cura dello stesso Bernasconi e di Eliana Versace.

Pescando tra la mole di ricordi, documenti e confidenze del cardinale, due brevi schede manoscritte smontano il cliché cucito addosso al Papa della Populorum progressio e dell’Humanae vitae. E finiscono per sgretolare l’immagine stereotipata che, come tutti i luoghi comuni, ha il limite di non reggere l’impatto con la realtà.

Colombo fu di Montini amico schietto e leale, «sempre collaborante, anzi ubbidiente» annota Bernasconi, anche di fronte a situazioni in cui emersero «valutazioni differenti» come per la nascita del quotidiano cattolico nazionale e riguardo il limite d’età per l’esercizio del ministero episcopale.

Dall’appunto ora tratto in luce emerge un ritratto che mette a nudo l’abbaglio di tanti, anche in tempi recenti. Così quella che viene bassamente rubricata come «sofferenza cassandrica» del timoniere del Vaticano II viene invece descritta come «acutezza». Per Colombo il lungo e impegnativo pontificato montiniano segnala una «indipendenza di giudizio», di più, una «audacia» che «sgomenta i prudenti secondo la carne». In Montini, assicura il porporato, «nessun timore d’essere accusato e dagli conservatori come innovatore e dagli altri come amletico».

La scheda manoscritta del cardinale Colombo

E va ricordato che si tratta di giudizi di chi con Montini ha avuto una lunga consuetudine di rapporti (Colombo fu tra l’altro, dal 1960 al 1963, suo ausiliare a Milano). «Accostarlo — si legge nella prima scheda — ti dà un senso non di serenità alla Giovanni XXIII ma un senso di attenzione, di tenerezza affettuosa e sincera, che ti stupisce, che ti commuove, che non ti dimentichi più». E dunque Paolo VI è «problematico?» si domanda Colombo. «No, è uno scrutatore, un osservatore insonne». È «triste e angosciato? No, è solo sempre pensoso». In lui la gioia «è creduta, una sentita gioia di fede non di esperienza».

A caratterizzare il pontificato di Montini, «sintesi» secondo Colombo di quelli di Pio XII e Giovanni XXIII — «approfondimenti della tradizione e aperture dello sviluppo storico» — è stato il «dono del discernimento». Un dono che per Paolo VI ha significato anche «tormento» e «responsabilità». E che è emerso con chiarezza, per esempio, come annota ancora Colombo, nel discorso pronunciato nel 1968 a Bogotá per l’apertura della seconda assemblea generale dell’episcopato latinoamericano. Come anche nel suo «documento più importante», il Credo del popolo di Dio, in e quello «più coraggioso», l’Humanae vitae, nel quale in un sol colpo ha sfidato «il favore popolare, la critica teologica e le previsioni sociologiche della sovrappopolazione della Terra». Altro che amletico.

di Fabrizio Contessa

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18 agosto 2019

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