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Indignazione
in Sudan e nel mondo

Sta suscitando indignazione e inquietudine in tutto il mondo e nello stesso Sudan la sentenza di morte decisa da un tribunale di Khartoum per Meriam Yahya Ibrahim Ishaq, la donna cristiana incinta condannata per apostasia. Raccolte di firme per ottenere la revoca della sentenza sono in atto in tutto il mondo, mentre molti sudanesi, attivisti per i diritti umani e semplici cittadini, hanno protestato ieri davanti al tribunale.

La donna ha rifiutato di dichiarare l’appartenenza all’islam chiestale dal tribunale e di rinunciare alla fede cristiana praticata da sempre. È infatti figlia di una etiope ortodossa, abbandonata dal marito musulmano, che l’ha cresciuta nella sua religione. L’interpretazione che i tribunali locali danno della sharia, la legge coranica introdotta in Sudan nel 1983, sostiene però che la figlia di un musulmano è comunque musulmana. La donna, sposata al cristiano sudsudanese Daniel Wani, è stata condannata anche a cento frustate per adulterio, perché tale è considerato il matrimonio di una musulmana con un non musulmano (mentre è consentito il contrario).

La sentenza, in ogni caso, contraddice il principio di libertà di religione sancito dalla Costituzione sudanese del 2005 e nel Paese e in tutto il mondo si chiede al presidente Omal Hassam el Bashir, autorizzato dalla legge a farlo, di revocarla. In Sudan esiste un solo precedente di sentenza di morte per apostasia eseguita e comunque non è applicabile una condanna a una donna incinta. In questo caso, la sentenza sarebbe eseguita due anni dopo la nascita del secondogenito della donna, già madre di un bambino di venti mesi che si trova con lei in carcere.

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18 giugno 2019

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