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Incontro e speranza

· Intervista al cardinale segretario di Stato alla vigilia della partenza ·

Camminare sulla strada dell’incontro reciproco. È la via tracciata dal cardinale Pietro Parolin alla vigilia del viaggio apostolico di Francesco in Marocco. Il segretario di Stato — nell’intervista rilasciata a Massimiliano Menichetti per Vatican News — sottolinea l’importanza della presenza del Papa a sostegno della comunità cattolica locale e sulle migrazioni ribadisce le parole del Pontefice: accogliere, promuovere, proteggere e integrare.

Studentesse dell’istituto per la formazione di leader religiosi musulmani a Rabat (Afp)

Tra le tappe di questo viaggio apostolico, l’incontro con i migranti, quello con i sacerdoti, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese. Con quali sentimenti il Papa parte per il Marocco? Qual è l’attesa?

Credo che le attese che sono nel cuore del Papa si possono riassumere in due espressioni. Una, che gli è molto cara, è quella della “cultura dell’incontro”, nel senso che questo viaggio sia una tappa, un momento in cui concretamente si esprime e si consolida anche questa proposta di incontro. Poi, l’altra frase che mi sembra esprimere bene le attese del Papa, è quella che è un po’ il motto di questo viaggio, cioè «servitore della speranza», di fronte alla difficoltà di affermarsi di questa cultura, di fronte a quella che il Papa chiama la cultura dello scarto da una parte, la cultura dell’indifferenza dall’altro; di fronte al moltiplicarsi degli egoismi, delle chiusure, dei ripiegamenti su se stessi e sulle contrapposizioni. Mi pare che il Papa voglia proprio darci una grande speranza, cioè che è possibile camminare sulla strada dell’incontro reciproco. E anche questi viaggi che si susseguono in Paesi che non sono di tradizione cattolica, hanno proprio questo significato. Ci si deve muovere in questo senso, bisogna avere speranza, bisogna ritrovare la fiducia per poter continuare a camminare in questa direzione.

Il viaggio di Francesco in Marocco si tiene poco tempo dopo quello storico negli Emirati Arabi Uniti. Questo sarà un altro incontro che mostra la via del dialogo e della convivenza pacifica tra cristiani e musulmani.

Sì, credo di sì, in un certo senso — pur con le debite differenze evidentemente, perché ogni Paese ha le sue caratteristiche — credo ci sia un filo di continuità. Questi paesi in cui il Papa si reca sono a maggioranza musulmana. Questo filo di continuità lo troverei un po’ nel concetto di fraternità, come, ad esempio, nel documento che il Santo Padre ha firmato ad Abu-Dhabi. È veramente come un fondamento di questa cultura dell’incontro di cui parlavo, cioè il fatto che siamo fratelli e quindi dobbiamo accettarci anche con le nostre differenze, rispettarci e collaborare. Questa è la base della convivenza pacifica che deve esprimersi attraverso un dialogo continuo. Il dialogo interreligioso è sicuramente una delle finalità specifiche di questo incontro. A partire da questa base — il Santo Padre ha ricordato spesso che è parte fondamentale anche dell’annuncio del Vangelo il fatto che siamo creature e figli di uno stesso Padre e che quindi dobbiamo riconoscerci tutti fratelli — mi pare che la fraternità sia il filo rosso che lega questi viaggi, anche in una certa progressione.

Sfida aperta per il Marocco anche la gestione dei flussi migratori. A dicembre, alla conferenza sul Global compact a Marrakech, lei guardando alle migrazioni ha ribadito che «integrazione significa arricchimento reciproco».

Credo che questa sia la prospettiva giusta nella quale mettersi di fronte ad un’interpretazione della migrazione che oggi è un fenomeno strutturale e non solo contingente, quindi destinata a durare molto di più nel tempo; non è un fenomeno che si può pensare di chiudere in un brevissimo lasso di tempo. Credo che questa sia la prospettiva, e bisogna vederla non come una minaccia, come un pericolo, ma come un’opportunità. La Santa Sede ha sempre detto che il primo diritto è quello di restare nel proprio Paese. Ma evidentemente se ci sono condizioni di vita che non permettono di assicurare quel minimo di sicurezza e di progresso, allora è diritto di ognuno quello di cercarlo. Quindi vedere il senso di questo evento in un arricchimento reciproco. Proprio in Marocco si è firmato il famoso Global Compact per una migrazione sicura, regolare e ordinata. Credo che la cosa importante a questo punto sia di non dimenticarlo, di cercare di attuarlo nei vari Paesi, anche se non è giuridicamente obbligatorio. Nel documento sono indicate le cosiddette best practices, le prassi buone che già in parte sono in atto, ma che devono essere continuamente implementate. D’altra parte vorrei ricordare lo sfondo sul quale si deve collocare l’impegno della Chiesa, degli Stati, i quattro verbi famosi che il Papa ha richiamato e che abbiamo richiamato anche noi in quell’occasione, cioè: accogliere, promuovere, proteggere e integrare. Poi, evidentemente all’interno di questo quadro generale, ci saranno le scelte concrete da fare, ma credo che questo sia lo sfondo sul quale collocare il tema.

Centro del viaggio in Marocco la Santa Messa di domenica. Quale incoraggiamento darà il Papa alla piccola, ma fiorente comunità locale?

Il fatto che il Papa vada a trovare una comunità cristiana è già un incoraggiamento, è già un motivo di conforto, soprattutto quando una comunità cristiana — come nel caso del Marocco — si trova ad essere, per usare un’espressione evangelica, un “piccolo gregge”. Credo che certamente nella messa, come abbiamo visto ad Abu-Dhabi, ci sarà un grande entusiasmo, una grande partecipazione. In quell’occasione la Messa è stata qualcosa di veramente commovente. Immagino sarà lo stesso anche per l’incontro con la comunità cattolica in Marocco. È un momento in cui il Papa conforta, fa sentire che quella comunità è inserita nella comunione della Chiesa universale e che quindi è sostenuta nelle situazioni concrete in cui si trova e soprattutto — le parole che abbiamo usato anche prima — porta l’incoraggiamento a continuare nella propria testimonianza cristiana, a continuare nella testimonianza del Vangelo, nel servizio al Vangelo attraverso le relazioni quotidiane e nel dare il proprio contributo anche al Paese in cui si trova a vivere ed operare. Quindi sarà sicuramente un momento molto bello e di incoraggiamento per quella comunità.

Videomessaggio del Santo Padre al popolo marocchino prima del Viaggio Apostolico [30-31 marzo 2019]

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