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Incontro alle povertà
materiali e spirituali
dell’Amazzonia

· Terza congregazione generale ·

Povertà materiale e povertà spirituale dell’Amazzonia — una terra dove le ferite di un modello di sviluppo “predatorio” si uniscono alla sofferenza delle comunità cristiane per la mancanza di sacerdoti e per la difficoltà di celebrare l’Eucaristia — sono state al centro dei lavori della terza congregazione generale, svoltasi nella mattina di martedì 8 ottobre, nell’aula del Sinodo.

Le parole dei padri — 24 quelli intervenuti durante la sessione, moderata dal presidente delegato di turno, il cardinale Barreto Jimeno, e aperta dalla celebrazione dell’ora terza, con una breve omelia tenuta dall’arcivescovo brasiliano di Belém do Pará, monsignor Taveira Corrêa — hanno dato voce al disagio e alle attese delle popolazioni locali, a partire dalle urgenze di una realtà sociale e religiosa non priva di risvolti drammatici, resi ancor più eloquenti dalla forza dirompente delle cifre fornite dagli stessi oratori. Ha impressionato l’assemblea, tra l’altro, il dato riguardante gli indigeni uccisi tra il 2003 e il 2017 a causa del loro impegno in difesa del territorio: ben 1119 in tutta l’Amazzonia, con una tendenza costante all'aumento. Senza contare il fatto che lo scorso anno un milione di persone (36 per cento in più rispetto al 2017) sono state coinvolte direttamente nei conflitti legati allo sfruttamento della terra e dell’acqua. Allo stesso modo, hanno colpito i padri sinodali i numeri che evocano la difficile situazione pastorale di alcune diocesi: ci sono zone in cui, per esempio, il rapporto tra sacerdoti e territorio equivale a uno ogni 25.000 chilometri quadrati o dove per servire 1100 villaggi esistono appena 45 preti.

La difesa dei diritti umani e il problema della criminalizzazione dei leader, delle comunità originarie e dei movimenti sociali che lavorano per la tutela del territorio sono stati portati subito all’attenzione dell’assemblea. È stato segnalato come spesso le persone prese di mira sono vittime anche dell’impunità e dell’insufficienza dei poteri statali che non ne garantiscono la sicurezza. In quest’ottica, si è ribadito che la Chiesa deve difendere coloro che lottano per la propria terra, creando, laddove non esistano già, specifiche reti di protezione o attivando, a livello diocesano, azioni permanenti di solidarietà e di promozione della giustizia sociale. Il compito della Chiesa, è stato ripetuto più volte, è quello di alzare la voce contro i progetti che distruggono l’ambiente. Allo stesso tempo, i padri hanno evidenziato l’importanza di promuovere una politica più partecipativa e un’economia lontana dalla “cultura dello scarto”, puntando piuttosto su esperienze di economia alternativa, come quella delle piccole cooperative che commerciano direttamente i prodotti delle foreste senza passare attraverso la grande produzione.

Sul tema ambientale, è stato posto l’accento sulle questioni della deforestazione e dell’inquinamento dell’acqua. Si è parlato, tra l’altro, della contaminazione dei fiumi, in cui spesso si riversano gli scarti delle attività minerarie, e del disboscamento che minaccia sempre più l’Amazzonia. Una pratica, quest’ultima, derivata dalla vendita massiccia del legname o dall’espansione della coltivazione di coca, ma favorita anche da una legislazione ambientale che non tutela a sufficienza le ricchezze e le bellezze naturali del territorio. Su questo punto, la Chiesa è stata esortata a denunciare le conseguenze di modelli estrattivi predatori, illegali e violenti, e a sostenere le normative internazionali che tutelano i diritti umani, sociali e ambientali, perché il grido di dolore della terra depredata è lo stesso dei popoli che la abitano. La difesa delle popolazioni originarie è stata evidenziata anche ricordando il “martirio” di tanti missionari che hanno dato la vita per la causa indigena e per la tutela di coloro che vengono sfruttati e perseguitati.

L’assemblea ha anche affrontato il tema delle migrazioni — quelle dei popoli indigeni verso le grandi città e quelle delle popolazioni che attraversano l’Amazzonia per raggiungere altri Paesi di destinazione — segnalando l’importanza di una pastorale specifica della Chiesa. Si è rimarcato inoltre che il dramma delle migrazioni colpisce anche la gioventù amazzonica, costretta a lasciare le terre di origine perché sempre più minacciata da disoccupazione, violenze, tratta degli esseri umani, narcotraffico, prostituzione e sfruttamento. Da qui la necessità di riconoscere e rafforzare la partecipazione della gioventù dell’Amazzonia, dando loro adeguato spazio a livello ecclesiale, sociale e politico.

E a proposito di laici, si è insistito sul fatto che il loro coinvolgimento nell’azione della Chiesa richiede competenze e conoscenze specifiche, che non sempre i sacerdoti sono in grado di offrire. Ecco perché, di fronte alle numerose sfide che si presentano — tra queste, il secolarismo, l’indifferenza religiosa, la proliferazione vertiginosa delle chiese pentecostali — bisogna valorizzare di più la voce del laicato, anche alla luce della scarsa presenza di sacerdoti e della conseguente difficoltà di portare il sacramento dell’Eucaristia ai fedeli: è necessario passare — è stato raccomandato — da una “pastorale di visita” a una “pastorale di presenza”, guardando anche ai nuovi carismi che si manifestano nei movimenti laicali. Per questo, ribadendo che il celibato è un grande dono dello Spirito per la Chiesa, alcuni padri sinodali hanno invitato a considerare la possibilità di consacrare alcuni uomini sposati, i cosiddetti “viri probati”, valutando poi nel tempo la validità o meno di tale esperienza. Altri, invece, hanno segnalato il rischio che tale proposta riduca l’identità del sacerdote — che è essenzialmente pastore della comunità, maestro di vita cristiana, presenza concreta della vicinanza di Cristo — a quella di un mero funzionario sacramentale.

In ogni caso, di fronte all’urgenza dell’evangelizzazione, serve anche una maggiore valorizzazione della vita consacrata. Ma soprattutto occorre una decisa promozione delle vocazioni autoctone, insieme alla possibilità — è stato proposto — di scegliere ministri autorizzati alla celebrazione dell’Eucaristia o di ordinare diaconi permanenti che, in forma di équipe, accompagnati da pastori, possano amministrare i sacramenti. Altro argomento di riflessione è stato quello della formazione per i ministeri ordinati, pensata su tre livelli: una formazione capillare nell’ambito parrocchiale, che dia spazio soprattutto alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio; una destinata ad animatori e animatrici delle comunità, attraverso periodi di formazione intensiva su temi specifici; una teologica sistematica, infine, per i candidati ai ministeri ordinati e per uomini e donne che desiderano impegnarsi nei ministeri laicali. L’importante — come sottolineato in aula — è che la formazione dei seminaristi sia ripensata e diventi più vicina alla vita delle comunità. Tra le proposte avanzate, infine, anche quella di pensare alla possibilità di un’ordinazione diaconale per le donne, così da valorizzarne la vocazione ecclesiale.

Questi temi sono stati poi approfonditi a fine mattinata nel corso del briefing con i giornalisti svoltosi nella Sala stampa della Santa Sede e moderato dal vicedirettore Cristiane Murray, cui sono intervenuti — con il prefetto del Dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini e il segretario della Commissione per l’informazione, il gesuita Giacomo Costa — un cardinale e due donne: il gesuita peruviano Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo e vicepresidente della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam); la filippina Victoria Lucia Tauli-Corpuz, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene, e la brasiliana Moema Maria Marques de Miranda, laica francescana, assessore della Repam e di “Chiese e minerazione”.

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