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Incontro al mondo
con le braccia spalancate

· Un libro nel primo anniversario della canonizzazione di Paolo VI ·

«Un uomo che tende le mani». La definizione data nel 1978 dal cardinale Ratzinger di Papa Montini a pochi giorni dalla morte, è stata fatta propria dal reggente della Prefettura della casa pontificia per il libro pubblicato in occasione del primo anniversario della canonizzazione del Pontefice lombardo (Paolo VI. Un uomo che tende le mani, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019, pagine 304, euro 18). L’autore ritrova infatti in quell’icastica espressione la sintesi accurata di un’intera esistenza, durante la quale — spiega l’autore — Montini «ha aperto sempre le braccia per accogliere vicini e lontani nel suo abbraccio».

In questo nuovo libro, il religioso rogazionista offre spunti e riflessioni che confermano «l’apertura del cuore di Paolo VI». Com’è nello stile dell’autore, il volume è accurato, ricco di rimandi, con una scansione tematica che facilita non solo la lettura distesa, ma anche la consultazione. Tra i temi affrontati, con testimonianze e documenti inediti, si ritrovano la determinazione di Papa Montini nel portare avanti il concilio Vaticano II, la sua amicizia con gli artisti, la passione e la simpatia per i benedettini, il suo legame con la città di Roma, e soprattutto il “caso” Giacomo Lercaro: le pressioni da parte della Curia romana che portarono il cardinale arcivescovo di Bologna, a dimettersi nel 1968. Paolo VI, come testimonia una sua lettera autografa dell’8 aprile 1968, e qui pubblicata per la prima volta, gli fu sempre vicino.

È proprio il cospicuo corredo documentario a impreziosire la pubblicazione, che riporta ben 61 riproduzioni di pagine manoscritte di Montini comprese in un arco temporale che va dal 1956 al 1978. Sono il cuore di un corpo di allegati alimentato anche da un’esemplificazione dei fogli dattiloscritti sui quali il Pontefice bresciano usava prendere appunti a matita in preparazione alle udienze, e dalla riproduzione di lettere e documenti ufficiali.

Un paziente lavoro d’archivio che sostiene l’obbiettivo di far conoscere in profondità l’umanità e la spiritualità di Paolo VI e di svelare, «il cuore di questo grande Papa santo». Dal volume, pubblichiamo in questa pagina l’Introduzione e le Conclusioni.

Con una felice immagine, nel 1978 il cardinale Ratzinger descrisse Paolo VI, morto qualche giorno prima, come «un uomo che tende le mani». È un’immagine che presenta un Papa che ha saputo spalancare braccia e cuore alla Chiesa, alla società, al mondo.

Scriverà Paolo VI nel Pensiero alla morte: «O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo...». E in un discorso così si esprimeva: «La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo; la Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa dialogo» (3 dicembre 1970).

Durante il suo servizio pastorale, nella Curia romana, come arcivescovo a Milano, e poi come Papa, ha aperto sempre le braccia per accogliere vicini e lontani nel suo abbraccio.

Racconta un testimone presente all’episodio: «Una vecchina tutta curva per artrosi e per anni raggiunse, non so dire come, la terza Loggia e venne a varcare l’ingresso della Segreteria di Stato. All’usciere che con gli occhi la fulminava chiese di poter parlare con Monsignor Montini Sostituto , “che — essa ne era ben certa — l’avrebbe sicuramente ricevuta quando avesse saputo il suo nome”. Frattanto porgeva uno sgualcito biglietto da visita, memoria di tempi più decorosi.

«L’usciere lasciò cadere a terra il biglietto. Seccamente impose alla “mendicante” di andarsene perché non poteva annunciarla, e perché ogni insistenza era inutile. Avevo osservato quello scontro dalla soglia dell’ufficio a me assegnato. Intervenni a placare l’uomo, e rassicurai la poveretta: “Non si preoccupi, porterò io il biglietto a Monsignore...”.

«Non potrò mai dimenticare l’immediata prontezza con cui monsignor Montini, sostituto della Segreteria di Stato, si levò dallo scrittoio e accorse premurosamente, di persona, incontro all’umile ospite. Raggiunse l’atrio, trattenne la meschina dall’inginocchiarsi, la confortò e, sorreggendola, l’accompagnò nel suo studio.

«Non so di che cosa abbiano parlato. Ho solo visto una grande attenzione, una profonda umanità nel futuro Pontefice; e una gioia luminosa, riconoscente, quasi infantile sul volto della povera donnina che “arbitrariamente” era salita fin lassù.

«Infine l’incidente fu chiuso da monsignor Domenico Tardini, anch’egli testimone del fatto: “Molto bene — esclamò egli, rivolto all’uscio del sostituto — molto bene, prima di tutto il Vangelo!..”».

Prima di tutto il Vangelo: era il programma di Montini, che trovava nel Vangelo il terreno di incontro con l’umanità.

E ha saputo incantare gli uomini non con parole, non con suggestioni vane, ma con il Vangelo.

E poiché il Vangelo è esigente di applicazioni concrete, ha aperto le braccia al Patriarca di Costantinopoli, ai campesinos in America Latina, agli operai, ai detenuti, ai bambini. Si è chinato a baciare i piedi al Metropolita Melitone. Si è dimostrato per tutti padre, pastore, maestro, fratello, amico.

Vedeva la scena del mondo come il campo di Dio dove operare e incarnare il Vangelo. E ha saputo gettare un ponte sul mondo, per portarvi il fermento evangelico, e per rigenerarlo in profondità.

Dirà, un giorno: «Conoscetelo, avvicinatelo, servitelo, amatelo questo mondo» (3 dicembre 1974).

Non è stato facile il suo pontificato. Ha attraversato un periodo di trasformazioni, di contestazioni. E, tuttavia, nel Testamento poteva scrivere: «Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo...».

È andato incontro al mondo con le braccia spalancate, sapendo che questo esigeva un cuore immenso, un cuore fermo, un cuore ardente, un cuore eroico.

Usava una immagine suggestiva: «Il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le calamità del mondo; con tutti, per tutti soffre» (17 gennaio 1968). «Il mio cuore è come un sismografo, nel quale si ripercuotono tutte le vibrazioni dell’umana passione» (8 maggio 1976). «Sono come un manometro, uno strumento in cui si ripercuotono le pressioni, le piaghe del corpo di Cristo, diciamo di più: dell’umanità nel dolore» (23 luglio 1978).

Ha saputo aprire il cuore soprattutto ai lontani. Diceva in un discorso da arcivescovo: «... i lontani; quelli che non sono cattolici; quelli che si dicono anticlericali; i lontani, perché dubbiosi della validità del nostro credo; i lontani, perché ingolfati nei loro affari; i lontani, perché diffidenti della Chiesa e dei preti... a questi vada la mia parola di invito. Venite; anche le braccia di Cristo sono a voi aperte; non temete; sappiate che qualunque sia il rapporto che vostra posizione segnerà con il mio ministero, un solo proposito reggerà questo rapporto; e sarà di paterno amore» (6 gennaio 1955).

In questo volume vengono presentati alcuni temi e riflessioni che confermano questa apertura del cuore di Montini - Paolo VI, la sua straordinaria capacità di amare, di far credito all’uomo, di contare su ciò che è presente nel cuore di ogni uomo e donna sulla terra.

Dirà a conclusione del Concilio: «... questo nostro saluto rivolgiamo anche a voi, uomini che non ci conoscete; uomini che non ci comprendete; uomini, che non ci credete a voi utili, necessari, ed amici; e anche a voi, uomini che ci avversate! Un saluto sincero, un saluto discreto, ma pieno di speranza; ed oggi, credetelo, pieno di stima e di amore» (8 dicembre 1965).

* * *

Alla morte di Paolo VI, nell’agosto del 1978, un settimanale aveva questo titolo: «Un grande Papa: lo scopriremo domani».

Nel sottotitolo si aggiungeva: «Paolo VI ha pilotato la barca di Pietro nel mare di una tempestosa crisi dell’umanità. Intransigente e tollerante, severo e dolcissimo, Giovanni Battista Montini ha raccolto l’eredità di Papa Roncalli in una delle più acute crisi di cultura e civiltà che il mondo abbia mai attraversato. Lo si è definito un Papa più politico che religioso, ma le sue riforme sono di portata storica. Sarà il futuro a farci ritenere grande il suo pontificato. Merito suo se le lacerazioni fra Chiesa e popoli sono meno drammatiche».

Si può dire che Paolo VI era ed è, ancor oggi, poco conosciuto. È stato detto, a proposito degli ultimi Pontefici «... non tutti questi santi uomini sono stati capiti dal popolo cristiano, qualcuno, come Paolo VI — Vescovo precursore e Papa innovatore — dimenticato forse perché troppo riservato...».

Anche Paolo Mieli, in una intervista televisiva, ha affermato: «Montini è il più grande intellettuale del Novecento, lo ripeto spesso perché è un Papa ingiustamente sottovalutato».

Ha dovuto subire, Paolo VI, feroci contestazioni, critiche e aperte ribellioni anche nella Chiesa. Ma ha saputo mantenere sempre dritta la barra della barca di Pietro.

Non meraviglia che oggi si riscopre l’attualità del suo insegnamento. Giovanni Paolo II lo chiamava «mio maestro e padre»; Papa Francesco lo ammira e lo cita spesso.

Paolo VI, confidando sempre in Cristo, ha attraversato tante tempeste. Non adattandosi mai alle mode passeggere. Rifletteva: «Non dovremo temere, un giorno, d’essere forse in minoranza, se saremo fedeli; non arrossiremo dell’impopolarità, se saremo coerenti; non faremo caso d’essere dei vinti, se saremo testimoni della verità e della libertà dei figli di Dio» (11 febbraio 1976).

Una personalità obiettivamente straordinaria, ricchissima, poliedrica. Quanti hanno studiato la sua figura, avvertono di essere approdati sulla soglia di un mondo interiore profondissimo, inesauribile, semplicemente, essenzialmente, coerentemente, costantemente evangelico; un patrimonio e un dono inestimabile per la Chiesa e la società.

La persona di Paolo VI è ancora dinanzi ai nostri occhi come un esempio di santità vissuta nel nascondimento, pur essendo al centro e al culmine della vita della Chiesa, in un periodo tormentato della storia; e come una genuina testimonianza di fede, di speranza e di amore che è stata offerta alla Chiesa e al mondo in modo quasi spontaneo, pur essendo una scelta di vita perseguita con fedeltà e tenacia.

A noi rimane l’esempio di questo grande Papa; il suo intenso, profondo e acuto magistero che conserva fino a oggi la sua attualità; la sua fede profonda in Dio e nell’uomo; il suo amore per la Chiesa.

Incarnando questi tre amori, Paolo VI ha potuto essere un grande Papa, in un tempo tormentato, complesso, terribile, magnifico.

di Leonardo Sapienza

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22 novembre 2019

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