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Incontro agli invisibili
che vivono sotto la cupola di San Pietro

· Nel libro di Angelo Romeo «Non chiamateci barboni. Il vangelo tra i poveri» ·

A una suora missionaria della carità vengono affidate alcune famiglie povere, tra cui una giovane coppia con qualche problema mentale e tre figli. Entrata nella casa di costoro, la religiosa trova la madre intenta a lavare i panni dei bimbi in un catino, immergendoli così come sono, escrementi inclusi. Nauseata, racconta la scena a una vicina che promette di regalarle un paio di guanti da cucina. Per poterli accettare, però, la suora ha bisogno dell’autorizzazione della superiora, autorizzazione che le viene negata: madre Teresa, in quei giorni a Roma, le spiega infatti che tutti sono capaci di amare fino all’uscio di casa, ma che l’amore vero comincia dopo, quando ci si avvicina al catino e, a mani nude, si lavano i panni anche se imbrattati.

L’episodio è ricordato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, nella prefazione al volume di Angelo Romeo, Non chiamateci barboni. Il vangelo tra i poveri (Bologna, Edb, 2019, pagine 150, euro 10): è proprio «l’amore senza guanti — scrive il porporato — ciò che Romeo mi ha fatto ricordare col suo libro».

L’episodio è estremamente calzante per introdurre la cronaca degli incontri quotidiani di Romeo — sociologo da anni impegnato nel sociale — con coloro che vivono all’ombra della cupola di San Pietro, sui marciapiedi della Stazione Termini e sotto i ponti del Tevere, popolando la vita quotidiana di una grande città come Roma.

Donne e uomini invisibili, trasparenti per la società («Sono felice che sei qui con me, la gente pensa che noi siamo […] quasi degli indemoniati, dei pazzi»); meri corpi che si spostano da un marciapiede all’altro, semplici elementi di statistiche che, semmai, fanno cronaca nei momenti più freddi dell’anno. Romeo invece li vede, li ascolta, si confronta con loro. E così è in grado di presentarceli, di raccontarci la loro rabbia, le paure, le sconfitte, le delusioni e i tradimenti che vivono, ma anche la speranza, il calore dei ricordi, i sogni e la solidarietà che li accompagnano. Firmando un ritratto che è insieme quello di singoli individui, di una collettività e di una città intera.

«Una sera — scrive Romeo — camminando come faccio abitualmente in zona San Pietro, sento un uomo urlare a squarciagola con un grido di disperazione: “Non siamo solo barboni, siamo esseri umani”». Ed è esattamente la loro umanità che Romeo riscopre nella vicinanza e nell’amicizia («Un uomo a Borgo Pio mi dice: “Ma perché mi vieni a trovare tutti i giorni? Io puzzo, ti tratto male, la gente scappa quando mi vede... tu mi porti da mangiare, ti metti a parlare con me, boh, sei strano forte!”. “Perché voglio essere tuo amico”»). Tutto nella certezza che gli ultimi non siano solo stomaci da riempire o corpi da rivestire, ma donne e uomini affamati d’ascolto e d’amore. «Il povero non cerca semplicemente un panino o un piatto di pasta, il povero vuole condividere anche le esperienze che vive sulla strada con una persona che non lo giudichi, che non lo faccia sentire a disagio».

Perché non c’è solo il disagio fisico e materiale: in molte situazioni chi vive per strada finisce per convincersi di essere diverso perché non ha più una casa, non ha più un lavoro, non può permettersi niente se non di «occupare uno spazio con un cartone sul suolo pubblico». Un insieme di condizioni che portano all’isolamento, alla durezza, alla disperazione.

Nei suoi anni per le vie di Roma, Romeo ha incontrato cristiani, musulmani, induisti, atei, persone a cui la strada ha tolto la voglia di credere, in qualcuno e in qualcosa. «Uomini e donne che vivono i loro Getsemani quotidiani», soffrendo quel dolore così diffuso, il dolore della solitudine.

Romeo cammina per le strade di Roma, ma potrebbe essere qualsiasi altra grande città tra passanti distratti dal cellulare, dalla fretta, dalla voglia di non guardare per non essere costretti a vedere. Eppure nel suo racconto c’è anche la specificità di un posto come nessun altro. Ad esempio perché ritorna spesso il rumore del Tevere, a volte minaccioso, ma più spesso compagno di viaggio nella lunga notte attraversata dai senza fissa dimora. O ancora perché Roma riesce a essere così inospitale quando — sulla carta — dovrebbe essere l’esatto contrario. «Dov’è questo tuo Dio di cui parli, dov’è questo Dio, qui, per strada? A Roma ci sono tantissime chiese, ma io a volte sento la sua assenza, sento freddo non solo per il clima, ma perché mi sento solo e abbandonato. Dov’è questo Dio quando noi ultimi soffriamo così amaramente?».

Angelo Romeo chiude il libro raccontando un suo soggiorno in India dalle suore di Madre Teresa, ma al di là dei continenti il messaggio resta il medesimo: l’augurio è che, dopo aver conosciuto questo libro, il lettore si possa fermare a guardare le persone che incontra sui marciapiedi e sui bus con uno sguardo diverso.

Siamo infatti tutti invitati a guardare per vedere: don Primo Mazzolari — citato da Romeo — sosteneva che chi ha poca carità, vede pochi poveri; chi ha molta carità, vede molti poveri; chi non ha nessuna carità, non vede nessuno.

di Silvia Gusmano

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23 ottobre 2019

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