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Incontri sorprendenti nella città d’agosto

· Rileggendo il giallo «Chi ha ucciso Sarah?» di Andrej Longo ·

D’estate le grandi città si svuotano, più o meno intensamente a seconda dei quartieri. Diminuisce la confusione, le macchine parcheggiate impropriamente, tante le saracinesche che non si alzano al mattino. È, come ogni anno, l’occasione per guardarsi un po’ intorno, per cogliere particolari o presenze solitamente celati dalla vita frenetica. Viene voglia di rileggere un romanzo giallo uscito due anni fa, e che ci aveva colpito perché, lentamente pagina dopo pagina, al fatto di cronaca nera da risolvere affiancava un’analisi umana e sociale molto profonda.

A Napoli, in un torrido pomeriggio di metà agosto degli anni Novanta, un giovane poliziotto trova il cadavere di una ragazza nell’ombroso androne di una elegante palazzina di Posillipo. Il giallo che ne scaturisce, Chi ha ucciso Sarah? (Adelphi 2009), secondo romanzo di Andrej Longo (che nel frattempo ha scritto ancora), è un libro molto più ricco e complesso di quanto non risulti dalle prime righe.

V’è innanzitutto la complessità di una metropoli, costantemente in bilico tra criminalità e umanità. Il lettore viene delicatamente condotto a scoprire «l’incontro» tra il poliziotto ventenne, Acanfora (che proviene dalla periferia orientale della città), e la vittima, la sua ricca coetanea espressione di una Napoli lontana, che sembra perfetta, misteriosa e inafferrabile. Eppure, lontana dagli spacciatori, dai tossici e dai camorristi ringhianti, anche questa parte della città — terra scintillante di gente perbene — è percossa da segreti, odi e viltà.

Il poliziotto ventenne è circondato da tante figure. C’è il commissario, che si porta dietro un pesantissimo fardello, accidentale risultato della scelta di-non-immischiarsi, che invece ha finito per intrappolarlo in una perdita irreparabile. C’è il collega buffone, bravissimo nelle imitazioni come nessuno, e che poi confesserà di essersi specializzato nel campo per cercare di far almeno sorridere sua figlia, che il lettore può solo immaginare malata o disabile. C’è il Cipriani, il collega che viene da Brescia, antipatico a tutti con il suo regolamento costantemente alla mano, e che piano piano comincerà a capire la città. C’è la barbona, la sola persona informata dei fatti a presentarsi spontaneamente alla polizia (nonostante la paura della divisa), che rivendica la sua amicizia con Sarah, un’amicizia fatta di un solo ma indelebile gesto (la ragazza le medica sommariamente il morso di un cane). E c’è la madre di Acanfora, vedova con l’ossessione per la cucina, che però davanti al tormento del figlio capisce quando è il momento di lasciarlo un po’ solo, lei che non ha mai fatto una valigia in vita sua, se non in occasione di gravi lutti familiari.

Durante l’indagine, Acanfora, nato e cresciuto in un ambiente che tutto tollera e nulla vede, avrà così la sua educazione esistenziale: ciò che uccide davvero, qui come là (a Napoli come nel resto del mondo, nella quotidianità spicciola come nei grandi snodi della vita), è l’indifferenza. Dettata dalla paura, dalla stanchezza, dalla noia o dall’opportunità, l’indifferenza rende gli uomini e le donne più simili alle pietre, ai tubi e ai muri che a individui capaci di ascoltare e di amare.

Attraverso un bel giallo, la denuncia di Andrej Longo è profonda. Molto efficace. E in queste giornate in cui i nostri passi rimbombano anche su selciati per solito animatissimi, è una denuncia che risuona con forza particolare.

Grazie all’incastro tra personaggi che inizialmente sembrano meramente giustapposti (belli anche perché nessuno di loro è buono o cattivo a tutto tondo), Chi ha ucciso Sarah? passa dall’essere solo l’espressione colorita e divertente di una letteratura locale, per rappresentare una vicenda emblematica di più ampio respiro. Perché se il bresciano troverà la via per capire Napoli, il napoletano Acanfora uscirà del tutto trasformato dalla vicenda. La scena finale della carta gettata nel cestino ne è una bellissima metafora.

Alle prese con il primo cadavere della sua vita, dinnanzi a una ragazza della sua età morta e nell’incontro-scontro tra figure così complesse al di là dell’immediata apparenza, Acanfora impara una grande lezione. Nelle piccole come nelle grandi cose, è possibile ribellarsi all’egoismo e all’indifferenza. Solo così ci si può incamminare, sia pure a fatica e con sudore, verso una piena umanità. Potrebbe essere una lezione interessante, anche per quando ricominceremo a disperarci per l’impossibilità di trovare un parcheggio.

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15 settembre 2019

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