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L'inconcepibile potere del silenzio

La necessità primaria della comunità cristiana è oggi il rinnovamento nello Spirito che la preghiera propizia. Senza preghiera, o con una preghiera tiepida, la Chiesa non può dare ai nostri contemporanei quello che sperano e di cui necessitano. Ciò che dobbiamo dare non è altra cosa dallo Spirito, ma per darlo bisogna averlo, e per averlo bisogna permettere che Egli entri a poco a poco nel nostro essere, poiché la preghiera non è altro che questo. È tutto ovvio, elementare, ma molto urgente. Gli sforzi che la Chiesa sta investendo nel pensiero (la catechesi, la teologia...) o nell’azione (l’annuncio, l’azione sociale...) non sono in assoluto paragonabili a quelli che investe nella crescita della vita interiore, che a mio modo di vedere, nella maggior parte dei cristiani, è sottosviluppata.

I pontefici  nelle copertine  di «Vida Nueva»

I monasteri sono, o dovrebbero essere — a mio parere — il cuore orante della Chiesa. Lo scrive Pablo d'Ors aggiungendo che per questo potrebbero trasformarsi molto bene in autentiche scuole di formazione per la vita interiore, tanto del popolo di Dio, sempre più affamato di interiorità — e questo è per me uno dei segni più chiari dei tempi — così come dei cosiddetti ricercatori spirituali, persone allontanatesi dalla confessione e dalla pratica cristiane e che, tuttavia, hanno sentito la chiamata dello Spirito e tentano di rispondere senza per questo arrivare a essere inquadrati in un determinato regime di organizzazione ecclesiale, che quasi sempre considerano sorpassato. Queste “nuove scuole monastiche” potrebbero costituire la principale piattaforma per una nuova primavera ecclesiale.

Perché questo sia possibile, urge scindere la vita monastica da quella contemplativa, un’unione che ha comportato una conseguenza nefasta: quella di credere che gli unici a essere chiamati alla contemplazione fossero coloro che si ritiravano dal mondo. Secondo questa visione semplicistica, alla vita monastica e religiosa toccava la contemplazione, e a quella secolare e laica, l’azione: Marta e Maria, distinte con chiarezza. Non sembra che oggi questo sia più sostenibile. Siamo tutti chiamati a contemplare. La contemplazione non è privilegio di pochi. La contemplazione è una necessità di tutti, un regalo senza il quale la vita attiva è solo frenesia o, nella maggior parte dei casi, umanesimo etico e buona volontà.

Il monaco non dovrebbe mai definirsi specialmente per il suo appartarsi dal mondo, ma per il fatto di essere una persona unificata (come indica l’etimologia della parola monaco, dal greco monos, l’uno). La principale sfida del monaco non è dunque, necessariamente, la fuga mundi, ma l’unificazione personale. Dietro questa proposta pulsa l’intuizione di Raimon Panikkar, che nel suo Elogio de la sencillez parla appunto della universalità dell’archetipo monastico. Dentro ogni uomo e ogni donna c’è un monaco, un solitario. E tutti siamo chiamati, in diversi momenti storici, a tendere verso questa unificazione.

Il cammino per questa vita contemplativa a partire dall’archetipo monastico è il silenzio, il silenziamento, dovrebbe dirsi meglio, in modo che sia esplicito che si tratta di qualcosa di fondamentalmente interiore: l’avventura del distacco e l’esperienza dell’essere. Ciò che voglio proporre qui è l’instaurazione, nelle nostre comunità ecclesiali, monastiche o altro, della via meditativa, quella che favorisce questo silenziamento in modo più esplicito. Ciò non esclude, certamente, che si continui con la vita liturgica, la vita devozionale, quella caritativa e molte altre, sebbene debba concedersi alla meditazione una certa priorità. Poiché questo è immediato, cioè, senza la mediazione di riti, preghiere, attività o altri mezzi, il silenzio propizia un accesso più diretto al Mistero.

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20 maggio 2019

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