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Incertezza somala

· Dopo la fine della transizione ·

Il completamento della transizione somala, con l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Hassam Mohamud, da parte del Parlamento di Mogadiscio, negli auspici della comunità internazionale e soprattutto delle stremate popolazioni può dare speranza a un Paese da oltre un ventennio ostaggio di una guerra civile continua, con diverse fasi di intensità e diversi protagonisti.
Mohamud ha ottenuto a sorpresa, nella tarda serata di lunedì 10 settembre, 190 preferenze contro le 79 del capo di Stato uscente, Sharif Ahmed, dato per favorito alla vigilia e che si pensava avesse il rivale più forte nell’ex primo ministro Abdiweli Mohammed Ali. Mohamud, un professore di 56 anni tra i fondatori dell’università nazionale di Mogadiscio e che in passato ha lavorato per organizzazioni internazionali, appartiene al clan degli Hawiye, lo stesso di Sharif, ma al contrario di quest’ultimo, a suo tempo leader delle Corti islamiche di Mogadiscio, non ha mai avuto una dichiarata connotazione politica, sebbene sia considerato vicino al partito al Islah, espressione somala dei Fratelli musulmani.
L’elezione di Mohamud è stata accompagnata a Mogadiscio e in altre località somale da festeggiamenti e manifestazioni di consenso. Diversi commentatori le hanno attribuite alla convinzione diffusa nella popolazione che il nuovo presidente possa essere un elemento di moderazione e di positivo compromesso. Tuttavia, le 190 preferenze ottenute da Mohamud possono essere lette invece come un rinvio della definizione dei rapporti di forza tra i vari clan più che come l’affermazione di nuovi equilibri politici. Un possibile chiarimento della situazione potrebbe venire già nelle prossime ore, quando il presidente dovrà nominare un primo ministro incaricato di formare il Governo.
In ogni caso, il completamento formale della transizione non ha certo risolto tutti gli ostacoli sostanziali sulla via della pace in Somalia, dalla sicurezza alla stabilizzazione, dalla giustizia al coordinamento internazionale. Restano, soprattutto, sia la questione dei ribelli armati sia i principali contrasti politici, istituzionali, culturali e di indirizzo economico tra le fazioni somale. In particolare, le formule di compromesso trovate per dar vita alle nuove istituzioni non hanno risolto i nodi dei rapporti tra il Governo centrale e le regioni da tempo proclamatesi autonome del Puntland, del Somaliland e del Galmudug. La questione è rilevante anche sul piano economico. Sui temi della ricostruzione e dei finanziamenti ci sono interessi interni e esteri difficili da conciliare e le nuove autorità somale dovranno fare i conti con una presenza internazionale multiforme sul cui spirito di cooperazione realmente paritaria è lecito dubitare.
Per esempio, l’anno scorso sono stati scoperti importanti giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste del Puntland, o meglio ne è stata confermata la presenza. Secondo alcune fonti, anzi, sarebbero già incominciate le trivellazioni in alto mare a opera soprattutto della Bp.
Più in generale, a gestire l’industria petrolifera, come pure la riscossione delle tasse e dei proventi dei commerci e dei traffici portuali sarà il Joint Financial Management Board, organismo composto da rappresentanti somali, ma soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Banca Mondiale. Il Board è formalmente incaricato di aumentare la trasparenza e di rafforzare le istituzioni pubbliche nella gestione finanziaria. Ma diversi osservatori hanno dubbi sulle disinteressate intenzioni dei membri di tale organismo. Al tempo stesso, l’assenza nel Board di attori non tradizionali in Somalia, quale la Turchia, che ultimamente hanno contribuito significativamente alla ricostruzione di Mogadiscio e avviato programmi di sviluppo nelle regioni sottratte al controllo di al Shabaab, lasciano intravedere i contrasti e le forze che si agitano dietro le quinte.
Il tutto mentre resta incerta la prospettiva di pieno successo dell’offensiva delle forze governative e dell’Amisom, la missione dell’Unione africana, contro le milizie radicali islamiche di al Shabaab. Inoltre, la scelta di al Shabaab di affiancare all’azione militare gli attentati terroristici, sia in Somalia sia nei Paesi che forniscono truppe all’Amisom, mantiene viva una minaccia reale sulla prospettiva di pacificazione. L’Amisom e le forze governative dichiarano da giorni di essere sul punto di conquistare Chisimaio, seconda città e secondo porto del Paese, dove al Shabaab ha la sua principale roccaforte. Ma le nuove autorità somale sono ancora ben lontane dal controllo completo del territorio.
Di conseguenza, si rischia di non avere il tempo per fronteggiare la nuova carestia che sembra già in atto. Si stanno infatti ripetendo le condizioni che un anno fa provocarono una crisi alimentare con decine di migliaia di vittime. Soprattutto nel sud della Somalia, quasi un milione e mezzo di civili, in maggioranza sfollati, fronteggiano una nuova emergenza in un contesto già segnato da livelli di malnutrizione acuta.

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