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Incendiari delle speranze
dei più poveri

· Il Vangelo della XX domenica del tempo ordinario ·

Giovanni Battista aveva detto: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, […] Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Luca 3, 16).

Il fuoco è il Mistero della Pasqua, è la Sua Parola come una spada che separa (Matteo 10, 34), è la Pentecoste in cui lo Spirito Santo appare come lingue di fuoco (Atti 2, 3-4), è la scelta forte di vivere fino in fondo la vocazione cristiana.

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Luca 12, 49).

Il fuoco ha bisogno di essere custodito, come la fede, come l’amore che hanno bisogno di ricominciare ogni giorno. Abbiamo l’esempio di Gesù che ci ha amati fino alla fine, senza misura, come il fuoco che nel roveto non si consumava, segno della presenza di Dio che mai viene meno. Una presenza, una vicinanza che dobbiamo fare nostra costruendo una fraternità universale che è frutto sempre possibile della Pasqua, e non certo svilimento della unicità cristiana come qualche incauto commentatore afferma.

Infatti purtroppo ci sono anche altri fuochi. Gli apostoli Giacomo e Giovanni, volevano far scendere un fuoco sulla Samaria perché i samaritani non volevano accogliere Gesù: «“Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò» (Luca 9, 54-55). Ancora oggi i fondamentalismi religiosi e laici, incendiari delle speranze dei più poveri, sono una terribile sciagura che disonora Dio e umilia l’uomo. Noi cristiani non siamo nel mondo per giudicare il mondo e condannarlo con un fuoco che distrugge, ma per essere strumenti di salvezza con un fuoco che riscalda e illumina.

Il battesimo di fuoco poi divide. È una divisione opportuna perché fa emergere la fede, ricorda San Paolo: «È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi» (I Corinzi 11, 19)

L’unità, della Chiesa, della società, della famiglia, quando degenera in uniformità o nella prevaricazione del più potente, allora produce vittime, non più fedeli ma sudditi, non più cittadini ma schiavi, non più figli ma servi. Gesù Cristo rompe l’uniformità dove i forti schiacciano i deboli, e ricostruisce l’unità originaria.

Scriveva padre Ernesto Balducci (1922 – 1992): «La croce di Gesù Cristo è di assumersi dentro un ordine soddisfatto di sé, la difesa delle vittime di quest’ordine in modo che l’ordine si ripercuota su di Lui crocifiggendolo. Questa è la dinamica, in essenza, della croce di Gesù Cristo. E chi non prende la sua croce non è degno di Lui, cioè non si dica cristiano».

Percorriamo anche noi, ciascuno nella propria storia personale, la strada tracciata dal Signore, guardiamo oltre le difficoltà e le incomprensioni, uniti in Lui, con la ricchezza delle diversità: «Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Ebrei 12, 1-2).

di Francesco Pesce

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15 novembre 2019

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