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Incarnazione e inculturazione

· Fra i popoli originari dell’Amazzonia ·

«Ciò che non è assunto non è redento»: questo principio missionologico di sant’Ireneo costituisce un sostrato imprescindibile quando parliamo di incarnazione e inculturazione del Vangelo. Espressamente citato nell’Instrumentum laboris del sinodo per l’Amazzonia, è un faro che illumina i primi tre capitoli della parte terza, dove vengono sviluppati, in modo esteso e approfondito, questi due pilastri per una pastorale dialogante con la cosmovisione amazzonica.

Dopo un processo di riflessione congiunta tra la Fondazione Amerindia e la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), a cui hanno partecipato ventotto teologi e pastoralisti, soprattutto dell’America latina e dei Caraibi, ha visto la luce un prezioso volume: Hacia el Sínodo Panamazónico – Desafíos y aportes desde América Latina y el Caribe (Montevideo, Fundación Amerindia, prima edizione, giugno 2019, pagine 134). Il libro, che ritengo un punto di riferimento imprescindibile, dedica un’intera parte all’approfondimento dei due concetti: incarnazione e inculturazione. A rischio di peccare di riduzionismo, nel mio articolo riporto alcuni concetti centrali di quella parte, ribadendo il mio umile suggerimento di leggere e studiare il libro nella sua totalità.

I brani selezionati sono citati testualmente di seguito.

«Le grandi distanze e diversità dell’Amazzonia fanno presagire il pericolo di un neocolonialismo culturale, della centralizzazione amministrativa e di una visione unilaterale del pensiero umano [...] Queste hanno prodotto anche grandi distanze pastorali».

«Una Chiesa dal volto indigeno sarà una Chiesa postcoloniale, plurale e vicina alle rispettive culture locali, tenendo conto che non solo l’Amazzonia ma il mondo intero è una realtà plurietnica, pluriculturale e plurireligiosa».

«I grandi sforzi pastorali compiuti dalla Chiesa post-conciliare in Amazzonia non hanno portato a superare pienamente il suo passato coloniale nelle sue strutture, celebrazioni e teologie, né a costruire Chiese più vicine, decentralizzate e con volto amazzonico. Il mistero dell’incarnazione, la pratica dell’inculturazione, la decentralizzazione e la politica sociale della solidarietà come parti integranti di una “ecologia integrale” (Laudato si’, nn. 87) possono guidare verso il superamento reale di queste distanze e promuovere, seguendo la proposta del sinodo, i “nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”».

«Gesù, seguendo la sua natura umana, nacque a Betlemme e crebbe a Nazareth, dove condusse un’esistenza sociale (si inculturò) nella cultura dei suoi genitori. Fin lì non ci fu inculturazione in una cultura estranea. Sin dall’infanzia apprese la propria cultura, come facciamo noi. Come persona divina, tuttavia, per analogia possiamo dire che uscì dalla sua “patria divina” e si inculturò nella sua “patria umana”. La sua “patria divina” non era solo un altro paese o continente, bensì un’altra realtà, concepita nella nostra fede come una realtà totalmente diversa, dove fu “generato, non creato” (genitum non factum)».

«In un contesto pluriculturale o di egemonia culturale, l’assunzione della propria alterità è essenziale. I popoli amazzonici, indigeni e non indigeni, devono continuamente resistere a qualsiasi tentativo di distruggere la loro identità/alterità per assimilarli e integrarli nei modelli culturali dominanti, viziati dalla prospettiva di lucro, crescita e accelerazione. A livello culturale, la riduzione della diversità dei popoli indigeni, l’integrazione nel progetto egemonico e l’imitazione della cultura dominante furono le esigenze della logica coloniale. Molti popoli non accettarono di fondare la loro vita sulla triade riduzione-integrazione-imitazione e furono massacrati, altri assunsero il cristianesimo come “religione strategica” per relazionarsi diplomaticamente con la società dominante. Attraverso l’incarnazione, come prototipo analogo di inculturazione, Dio ha ristabilito l’interrelazione spezzata tra il Creatore e la creatura, ha redento l’umanità, la natura, il pianeta Terra e l’intero cosmo. “Redimere” vuol dire mettersi in comunicazione, rendere nuovamente l’umanità e la natura “vicine”. La vicinanza fa sì che tutto e tutti siano al servizio gli uni degli altri all’interno di una “ecologia integrale” (Laudato si’, n. 137 e seguenti). E ciò “esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo. Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso” (ibidem, n. 138), persino “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta” (ibidem, n. 16) [...] La diversità culturale punta verso un’inculturazione o incarnazione più reali, in concreto per l’accettazione dei modi di vita e delle culture nella loro diversità».

«La “incarnazione” e la “inculturazione” ristabiliranno una prossimità di comunicazione, di amore e di servizio tra Dio, l’umanità e la cultura».

di Marcelo Figueroa

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21 ottobre 2019

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