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In Spagna un voto di svolta

· Missione impossibile per i socialisti travolti dalla crisi ·

È giunto il momento in Spagna delle elezioni legislative anticipate. Domenica 20 novembre, i cittadini chiamati alle urne sanciranno con ogni probabilità uno scenario già definito dalle indagini demoscopiche, con i socialisti finora al potere destinati alla sconfitta.

In base a tutti i sondaggi della vigilia del voto, dove sono in palio 350 seggi della Camera e 208 dei 264 del Senato, il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe), guidato dal candidato Alfredo Pérez Rubalcaba, dovrebbe raccogliere infatti solo il 30,7 per cento dei consensi. Il leader del Partito popolare (Pp), Mariano Rajoy, attuale capo dell’opposizione, parte nettamente davanti. Secondo le intenzioni di voto degli spagnoli, il Pp si attesterebbe sul 45,5 per cento dei consensi. Alle ultime politiche (marzo del 2008), i socialisti guidati da Rodríguez Zapatero avevano ottenuto il 43,9 per cento delle preferenze, davanti al Pp con il 39,9 per cento. Dopo quasi otto anni di Governo dei socialisti, la vittoria dei popolari sembra, quindi, fuori discussione.

Il consenso per il Psoe e lo zapaterismo è evaporato giorno dopo giorno sotto il peso della crisi, con le cifre da record della disoccupazione, che a ottobre ha fatto segnare un nuovo aumento del 3,17 per cento rispetto al mese precedente, e con lo spread del debito di Madrid, schizzato venerdì sopra quota 500 punti base, ai massimi dai tempi della peseta. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, a fine settembre i senza lavoro in Spagna erano 4.978.000, pari al 21,52 per cento della popolazione attiva, il peggior dato in Europa e il tasso più alto dei Paesi industrializzati del mondo. I numeri, soprattutto per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, sono impietosi. Circa il 45 per cento dei ragazzi spagnoli non riesce a trovare un lavoro, quasi il doppio dei loro coetanei francesi e cinque volte di più dei tedeschi sotto i 25 anni. Inoltre, i crediti a rischio insolvenza delle banche spagnole hanno fatto segnare un nuovo livello record dal 1994, mentre a poche ore dal voto i titoli di Stato a dieci anni hanno raggiunto un tasso del 6,9 per cento, vicino ai limiti che hanno costretto Grecia, Irlanda e Portogallo a chiedere aiuto alla Ue e all’Fmi.

Per gli esperti di politica internazionale, i popolari dovrebbero riuscire a conquistare la maggioranza assoluta di 193 seggi nel Congresso dei deputati (la Camera bassa del Parlamento), contro i 117 del Psoe, il peggior risultato degli ultimi trentaquattro anni. La coalizione Sinistra Unita si conferma al terzo posto, con il 5,4 per cento (3,8 per cento tre anni fa), davanti ai nazionalisti moderati catalani di Convergenza e Unione al 3,5 per cento (3 per cento nel 2008). Attualmente, il Psoe detiene alla Camera 169 seggi, contro i 154 del Pp. I restanti ventisette seggi sono di liste locali.

Dal 1977, gli spagnoli si sono affidati sei volte ai socialisti e quattro ai conservatori, dapprima dell’Ucd e poi del Pp. Soltanto in tre occasioni (due volte il socialista González e una volta il popolare Aznár), il partito che ha vinto la consultazione elettorale ha potuto governare da solo. In cinque casi, infatti, si sono formati Esecutivi di coalizione con partiti regionali, mentre due Governi — tra cui quello uscente — sono stati minoritari in Parlamento. Gli osservatori e i sondaggi evidenziano come Pérez Rubalcaba — ex vicepremier del Governo a guida Psoe fino a luglio — non sia, dunque, riuscito a mobilitare l’elettorato tradizionale socialista, profondamente deluso dalla gestione della crisi economica da parte dell’Esecutivo di Rodríguez Zapatero, di cui l’attuale candidato ha fatto parte dal 2004. L’eredità del presidente del Governo uscente in campo economico ha inciso pesantemente su tutta la campagna elettorale. Dopo avere minimizzato per due anni la crisi, che si è sommata al crollo del settore immobiliare e alle pressioni sul debito sovrano, Rodríguez Zapatero — tuttora segretario generale del Psoe, ma ai minimi storici di popolarità — ha operato un drastico cambiamento di rotta nel 2010, sotto pressione dell’Ue e dell’Fmi. Ma la Spagna rimane in affanno, costantemente sotto la minaccia della speculazione e monitorata giorno dopo giorno dall’Unione europea.

Rajoy — ex ministro e portavoce nel Governo Aznár, battuto due volte da Rodríguez Zapatero nel 2004 e nel 2008 — si presenta alle urne con un programma di moderato cambiamento, garantendo all’Europa che rispetterà tutti gli impegni di riduzione del deficit e di riforme e promettendo incentivi per le piccole e medie imprese. Oltre al rifiuto del negoziato con i terroristi dell’Eta, il programma del Pp prevede incentivi fiscali a favore del risparmio, una riduzione dell’Irpef per chi compra la prima casa, per le famiglie e i risparmiatori e un alleggerimento della legge sul pagamento delle ipoteche per le famiglie insolventi a causa della crisi. Tra le priorità, il leader del Pp ha indicato la necessità di una riforma delle pensioni nel 2012. Per affrontare al meglio il problema della disoccupazione, il partito di Rajoy propone, inoltre, un contratto unico e una contrattazione collettiva semplificata. Durante uno degli ultimi comizi prima del voto, il leader popolare ha assicurato che il Pp riuscirà a rafforzare l’economia e a imprimere un deciso cambiamento politico.

Davanti ai suoi sostenitori, Rajoy ha detto che «esiste una generale sfiducia, meno gente che investe, credito più caro, ed è questo ciò su cui il Partito popolare agirà, cambiando le politiche, le squadre e i comportamenti». L’Esecutivo dei popolari, ha aggiunto, lavorerà per evitare che la Spagna si allontani dai livelli di benessere e di ricchezza degli europei. Per quanto riguarda la composizione del nuovo Governo, Rajoy non ha escluso la possibilità di scegliere dei ministri indipendenti. Molti giornali spagnoli indicano come futuro responsabile del dicastero dell’Economia José Manuel González-Páramo, dal 2004 rappresentante del comitato esecutivo della Banca centrale europea. A riguardo, come se già fosse l’inquilino della Moncloa, il candidato del Partito popolare ha dichiarato di avere contatti regolari sulla crisi del debito europeo con i Governi di Germania e Francia.

L’unica occasione di confronto tra i due candidati è stato il faccia a faccia trasmesso in diretta dalla televisione pubblica lo scorso 7 novembre e visto da oltre 12 milioni di persone. Durante il dibattito con Rajoy, il candidato socialista, nel tentativo di arginare l’avanzata dei popolari, ha virato ulteriormente a sinistra, sposando in qualche caso le tesi dei manifestanti antifinanza sulle banche e sulla riforma elettorale, oltre a criticare la strategia europea dei tagli. Per rilanciare crescita e occupazione ha poi chiesto un piano Marshall europeo di investimenti pubblici. Gli analisti politici prevedono, però, che l’unico obiettivo di Pérez Rubalcaba possa essere quello di impedire che Rajoy raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

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