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In risposta ai teorici della disperazione

· La Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio ·

«Non si nasce perché vocati alla morte, ma perché vocati alla vita» scriveva Hannah Arendt che sembra però smentita da un dato sconcertante: il dilagare del suicidio, uno ogni 15 minuti negli Stati Uniti, più morti di omicidi e guerre attualmente in atto sommati insieme, secondo la Associazione mondiale per la prevenzione del suicidio (Iasp). L’11 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, una giornata contro la solitudine, contro un mondo che non è in grado di accompagnare chi è solo o di curare chi è depresso.

L’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) ha preso sul serio questa emergenza fino a promulgare nel 2008 delle linee-guida per i giornalisti per la prevenzione del suicidio, ove si legge: «Evitare un linguaggio che sensazionalizza o fa sembrare normale il suicidio o lo presenta come la soluzione ai problemi». E raccomanda di evitare eccessive descrizioni delle scene dei suicidi e in particolare di quelli di persone famose. Non sembra che queste raccomandazioni siano poi tanto seguite, e questo è un guaio, perché il suicidio è «contagioso» — come ben spiega l’ultimo numero della rivista dell’Associazione medica canadese — e per l’Oms è un male da combattere.

Ma è possibile che esista un male contro cui ci si arma per tutelare il singolo e la società, e al tempo stesso ci si adatti a dire che in fondo «è un atto nobile», «è un gesto libero»? Quando qualcuno reclama il suicidio come un diritto, la lotta a questo male subisce una terribile frenata. E allora si assiste al paradosso di chi nega che il suicidio sia un male sociale e una vittoria della solitudine per promuovere la legalizzazione del suicidio assistito, come se il primo interesse dei malati fosse morire e non essere curati meglio anche nel fine vita. E i paladini della legalizzazione del suicidio assistito arrivano a spiegare che esiste un suicidio “di serie a”, che sono pronti ad autorizzare, e uno di “serie b” che invece sarebbe da prevenire. L’unica differenza tra i due è che nel primo caso le decisioni del suicida sono passate al vaglio di una commissione di esperti, mentre nel secondo si tratta di un atto isolato. Distinzione surrettizia, perché contraddice paradossalmente l’assunto dell’autodeterminazione che loro stessi mettono alla base della scelta suicida: perché il malato di tumore dovrebbe essere autorizzato a suicidarsi e l’imprenditore che ha perso tutto no? La logica che avanzano porta o a fare dei distinguo arbitrari o a permettere a tutti il suicidio, con l’unica clausola di averne sottoscritto l’atto di decisione.

Ma anche chi reclama il suicidio come diritto all’autodeterminazione, non riesce fino in fondo a sostenere che una reazione di fuga sia davvero un gesto libero: oggi il suicidio è una patologia sociale in una società basata sul catastrofismo, che vede come unica via di uscita la censura e la fuga, mai l’affrontare il problema. Si è infatti diffuso a livello sociale quel ragionamento irrazionale («se questo accade, la vita non ha più senso», oppure, «se questo accade, tutti mi odiano») che Albert Ellis, psicologo statunitense (1913-2007) poneva alla base di tante patologie mentali. Ma quello che era patologia del singolo ora è patologia sociale: viviamo in una società malata, la malattia è la disperazione e quando tutto appare nero le scelte non sono più libere. D’altronde nella storia la teorizzazione del suicidio è quasi sempre legata a una visione nera della vita; questa può essere talora ammantata di nobiltà (basti pensare alla filosofia cinica) o addirittura di purezza religiosa (vedi il suicidio rituale degli eretici catari, che veniva predicato per sottrarsi alle incombenze della creazione considerata in toto negativa e malvagia), ma resta una visione buia. E non stupisce che in un momento di perdita di valori e di solitudine eretta a ideale, il suicidio torni a essere teorizzato. Dagli studi di Sigmund Freud fino alle recenti ricerche sulla depressione — vedi l’ultimo numero della rivista Depression and Anxiety — emerge il peso della malattia mentale o della solitudine sulle scelte suicide. Ed emerge anche come l’obbligo della società sia di prevenire, come richiede l’Oms, e non di aprire le porte, abbassare le braccia, e autorizzare il suicidio.

Si resta delusi quando sullo stesso giornale si legge in una pagina l’eroismo di chi salva un suicida che sta annegando e nell’altra la teorizzazione del suicidio come diritto. Si potrebbe giungere all’estremo paradosso di ritenere che il salvatore abbia preso una cantonata rischiando la vita per sottrarre il suicida alla morte.

La lotta al suicidio come viene richiesta dall’Oms trova un ostacolo quando questo gesto viene addirittura teorizzato come diritto da far entrare nella legislazione. Una richiesta che, anche se ammantata di alti ideali, è dettata solo dalla profonda contraddizione di una società malata, che non sa essere compagnia alle solitudini delle periferie esistenziali.

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