Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

In gioco a Washington il futuro del Medio Oriente

· Israeliani e palestinesi attesi alla Casa Bianca ·

Clima teso, ma la speranza è d'obbligo. Domani, mercoledì, le delegazioni israeliana e palestinese arriveranno a Washington per far ripartire un dialogo fermo da venti mesi. I commentatori parlano di due leader deboli. Da una parte, Netanyahu, costretto a fronteggiare le frange più estremiste del suo Governo contrarie al congelamento degli insediamenti, dall'altra, Abu Mazen, alle prese con le minacce dei gruppi più radicali della galassia della Jihad islamica.

Incontrando ieri i membri del suo partito, il Likud, Netanyahu ha ribadito che una pace con i palestinesi dovrà non solo riconoscere Israele come Stato ebraico, ma anche includere effettive disposizioni per la sua sicurezza. Nel suo discorso Netanyahu ha insistito sul tema della sicurezza, dichiarando che «non ci accontenteremo di carte e di promesse e non permetteremo di nuovo il fuoco di migliaia di razzi dal territorio dell’Autorità palestinese (Ap) su Israele, come è invece successo dopo che ci siamo ritirati fino all’ultimo centimetro di territorio dalla Striscia di Gaza e dal sud Libano». Noi vogliamo vere misure sul terreno — ha insistito Netanyahu — «tali da garantire la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini». Netanyahu, pur nella consapevolezza delle difficoltà, ha detto di ritenere che «sia possibile arrivare a un accordo che assicuri la pace, la sicurezza e la prosperità a noi, ai nostri vicini e se possibile a altre parti del mondo arabo».

Il primo ministro non ha fatto alcun riferimento alla questione del congelamento dei progetti edilizi negli insediamenti ebraici, la cui moratoria scade il 26 settembre prossimo. Una questione che preoccupa i coloni e i membri del suo partito che si oppongono alla moratoria. I palestinesi esigono invece che la moratoria venga prorogata, minacciando altrimenti di ritirarsi dal tavolo delle trattative. Ieri Netanyahu ha solo apparentemente alluso alla questione. «Vedo qui amici preoccupati — ha detto — e a loro io dico “non avete motivi di preoccuparvi”; nessuno mi potrà dare lezioni su cosa sia l’amore per la terra di Israele, la politica è fusione tra ideali e realtà».

Dall'Ap, intanto, arrivano le prime critiche. «Che tipo di Stato il primo ministro israeliano ha in mente quando dice Stato palestinese?», si chiede il primo ministro dell'Autorità palestinese, Salam Fayyad, nel corso di un incontro con la stampa. «Credo che questa sia la questione chiave», ha detto Fayyad, illustrando i passi che il suo Governo intende compiere nei prossimi dodici mesi per portare a termine il suo piano biennale per la creazione di uno Stato palestinese.

Lo scorso anno, il primo ministro dell’Autorità palestinese aveva accusato Netanyahu di volere uno Stato palestinese molto, troppo debole. «Non c’è tempo da perdere — ha detto ieri Fayyad — perché fatti avversi rendono la soluzione a due Stati sempre più difficile da mettere in pratica». Per i prossimi dodici mesi Fayyad prevede di mettere in atto progetti destinati a rafforzare la separazione dei poteri, la trasparenza e il rafforzamento dello Stato di diritto, nonché la lotta contro la corruzione, e si ripromette di ridurre la dipendenza palestinese dagli aiuti dei donatori stranieri. Nella conferenza stampa di ieri, il primo ministro ha anche rivolto un appello a tutti gli abitanti dei Territori in Cisgiordania affinché sostengano il suo progetto che dovrebbe portare alla nascita di uno Stato palestinese entro due anni, anche a prescindere da un accordo di pace con Israele.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 giugno 2019

NOTIZIE CORRELATE