Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

In eredità agli amanti del cinema

· Tecnologia d’avanguardia per una storia dal sapore antico in «Hugo Cabret» di Martin Scorsese ·

Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo Hugo Cabret , l’ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un Viaggio nella Luna , abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3d, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l’effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo.

Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un’opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se Hugo Cabret , in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l’opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c’è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell’amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte.

In Hugo Cabret si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema.

In tal senso l’ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, è molto più che l’avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest’ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico. È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi.

Ed è ciò che Hugo — il protagonista della storia, un orfano con un talento per la meccanica che si occupa con lo zio ubriacone della manutenzione degli orologi della maestosa stazione di Gare Montparnasse, dove vive di nascosto — accetta di fare, all’inizio con un po’ di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po’ di iniziale fatica, non c’è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti.

Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario che dà la caccia a ladruncoli e vagabondi nella stazione per consegnarli all’orfanotrofio, Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel.

Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage The Artist di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico Hugo Cabret di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest’anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti — la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3d per celebrare addirittura i pionieri — il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE