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In difesa di Le Corbusier

Alcune grandi architetture sono nate nell’isolamento e da questa condizione traggono il loro carattere. È il caso della Madonna di San Biagio a Montefiascone, del santuario di San Luca a Bologna, della Casa sulla Cascata di Frank Lloyd Wright e di tanti altri edifici disseminati in tutto il mondo. Rompere questo distacco costruendo nelle vicinanze di un capolavoro nuovi volumi più o meno mimetizzati è sicuramente un danno per la percezione di questo isolamento di cui Le Corbusier, nel caso della cappella di Ronchamp, aveva capito tutto il valore quando si oppose a chi voleva «continuare» ciò che lui considerava definitivamente compiuto. «È folle! Lasciate Ronchamp così com’è. Non aprite la porta all’abominio» scriveva nel 1961, quando si affacciò l’ipotesi di costruire sulla collina e un anno dopo aggiungeva: «Non ristrutturate, vi supplico. Lasciate le cose in questo stato così emozionante».

Il convento e foresteria progettato da Renzo Piano sottoterra ai margini dell’altura su cui sorge la cappella è un ossequio alla moda della architettura che si nasconde per evitare l’impatto ambientale. L’intervento, realizzato per una comunità di monache, fa parte di un programma di «rispiritualizzazione» del sito che lascia perplessi.

La cappella infatti rappresenta uno dei momenti in cui la cultura moderna, allontanatasi consapevolmente dal messaggio cristiano, ne riconosce l’eternità e la forza. Sono note le polemiche che essa suscitò nel mondo laico. Argan pubblicò su «Casabella» un articolo di fuoco contro questa «conversione». Se Le Corbusier poté pensare questa architettura carica di furore creativo, in aperta contraddizione con i principi del razionalismo solennemente promulgati negli anni venti è perché riscopriva in sé una parte segreta e profonda di fede nel mistero della vita, la stessa che gli farà dichiarare, pochi mesi prima della sua morte: «Lontano dai rumori e dalla folla, nella mia tana (poiché sono uno spirito meditativo, mi sono paragonato da solo ad un asino, per convinzione), per cinquant’anni ho studiato il tipo “Uomo” e la sua donna (moglie) e i suoi bambini. Una preoccupazione mi muoveva, imperativamente: introdurre nella casa il senso del sacro; fare della casa il tempio della famiglia. Da questo momento, tutto diviene differente. Un centimetro cubo di abitazione vale oro, rappresenta la possibile felicità. Con una tale idea della dimensione e della funzione potete fare, oggi, un tempio a misura della famiglia, in aggiunta alle cattedrali che furono costruite... in altra epoca. Lo potete fare perché vi metterete tutto di voi stessi».

L’avvicinamento alla fede di uno degli eroi della modernità può essere «spiritualizzato»? Non direi. A me sembra che sottratto alla solitudine e all’isolamento, accostato a una struttura istituzionale perde non solo di forza persuasiva ma perde il suo valore simbolico e profetico che ci parla di un mondo che deve «voltare pagina».

«A Bogotà, nel 1950, avevo avuto la sensazione di una pagina da girare: la fine di un mondo, immanente, imminente. Non resta altro da conoscere che la durata in ore, umane, dei secondi o dei minuti di questa... catastrofe? No, amici, di questa liberazione. Una circostanza priva di enfasi e per nulla solenne: un viaggio di affari a Bogotà mi ha riempito le mani in soli cinque giorni di una quantità di fatti e di prove di ordine generale e di ordine personale capaci di affermare senza angoscia, ma, anzi nella gioia del domani, che la pagina va girata, una grande pagina della storia umana; la storia della vita degli uomini prima della macchina; della vita che questa ha interrotto, frantumato, polverizzato. Per esempio in Usa, a New York quindici milioni di abitanti, l’orrore di una Società del benessere senza né scopo né ragioni». Che dire del convento di Piano. L’architetto ha fatto del suo meglio minimizzando, occupandosi della vita della piccola comunità, ma ha dovuto progettare anche un piccolo santuario e lì il confronto è diventato imbarazzante. Meglio per lui sarebbe stato se il progetto, difficile da inquadrare nella sua opera così smagliante e sicura di sé, fosse rimasto sulla carta e le suore non avessero abbandonato la casa di Besançon in cui vivevano dal XIII secolo.

Ronchamp nel suo isolamento, lambita ma non conquistata dai clamori dei media, è lì a testimoniare che tra modernità e cristianesimo ci può essere una convergenza che però, forse, non consiste nella resa della Chiesa alla civiltà dei numeri e dell’informatica e nella sua presenza «in tutti gli ingranaggi della rete» ma nel suo contribuire, senza rifiutare l’oggi, ma nella «gioia del domani», a «voltare pagina». Dispiace che oggi Piano nonostante le sue chiese e i suoi sotterranei dorati si sia allontanato da quel «sacro» di cui parla Le Corbusier al quale si era fruttuosamente avvicinato al tempo del suo «cantiere aperto» quando girava per Otranto o per Burano per aiutare gli abitanti a riparare le loro case.

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16 dicembre 2019

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