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In cerca di Papa Giovanni

· Scelte e limiti dei tre film su Roncalli ·

La figura di Papa Giovanni XXIII è arrivata sul grande schermo finora soltanto una volta, con E venne un uomo di Ermanno Olmi nel 1965. Olmi firma un’opera sperimentale, in cui il montaggio liberissimo visto nel suo precedente I fidanzati (1963), viene messo al servizio di un flusso di coscienza in cui in pratica è lo stesso Papa Roncalli a raccontarsi, attraverso però la figura di un «mediatore» interpretato da Rod Steiger. Una sorta di alter ego, dunque, che si presta a svolgere le azioni del protagonista pur non vestendo mai gli abiti talari. Una scelta di straniamento che appare un po’ gratuita, e che non produce quindi l’effetto che brechtianamente si voleva ottenere, ovvero di un coinvolgimento ancora maggiore dello spettatore.

Non a caso la prima parte del film, quella in cui Steiger non appare, è la migliore. E racconta l’infanzia del piccolo Angelo in una comunità contadina di estrema semplicità. A differenza di come verrà rappresentata in seguito dai prodotti televisivi, la assai precoce vocazione religiosa non viene vissuta come qualcosa di perfettamente consapevole. Dunque vediamo il piccolo venire quasi strappato all’affetto dei familiari per andare in seminario. Ma questa immagine, assieme allo sguardo suggestivamente frammentato, impressionista, su un mondo primordiale quasi più vicino a quello che sarà il cinema di Herzog che non a ciò che vedremo in L’albero degli zoccoli, esprime benissimo il mistero della fede, fondendosi con l’atmosfera arcana di un mondo in cui i ritmi non vengono scanditi dagli uomini, ma da forze più grandi.

Eppure, se il film ci dice qualcosa di significativo su un percorso religioso, ci dice davvero poco invece su Papa Giovanni in particolare, sulla sua vita, sugli effetti del suo papato, se non in rapidi passaggi narrativi inevitabilmente didascalici e affrettati, che poco o niente hanno a che fare con il registro poetico del resto della pellicola.

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22 febbraio 2018

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