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In casa di Manoel José e Maria Luisa

Ha scelto uno degli angoli più dimenticati del mondo per esortare i potenti della terra alla solidarietà e alla giustizia sociale, una di quelle periferie verso le quali sta conducendo l’attenzione della Chiesa sin dall’inizio del suo pontificato. Nella mattina di giovedì 25 luglio, quarto giorno del suo viaggio in Brasile, Papa Francesco si è recato nella favela di Varginha, incontrando gli abitanti, pregando nella loro chiesa, visitando una famiglia e parlando nel campo di calcio dove una vecchia gloria del football brasiliano, Jairzinho, allena una settantina di bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni — sia maschi, sia femmine, come recita il manifesto della «Fabrica de talento» affisso all’ingresso — per sottrarli ai pericoli della strada.

Sono state poche ore trascorse in un clima di grande allegria, nonostante la pioggia caduta incessantemente: lo aveva preceduto Giovanni Paolo ii che nel 1980 visitò la favela di Vidigal; ma lo stesso Jorge Mario Bergoglio ha sempre vissuto accanto agli ultimi delle villas miserias di Buenos Aires.

Giunto in papamobile nel quartiere di Manguinhos,  dove ci sono diverse favelas oggi “pacificate” a seguito di operazioni militari e di promozione sociale, il Santo Padre ha scelto di recarsi nella più piccola. A Varginha vivono tra le mille e le tremila persone: è infatti impossibile tenere la contabilità aggiornata degli abitanti di questo insieme di case molto povere, spesso costruite con materiale di scarto, sorte come funghi e in continua espansione. Tanto che oggi sono circa 700 le bidonvilles della metropoli carioca, nelle quali risiede un quinto dell’intera popolazione.

Ammassi di lamiere e di mattoni venuti su senza fogne, né strade asfaltate, né energia elettrica. Anche Varginha è nata così, dal giorno alla notte, negli anni Quaranta del Novecento, quando nell’area di un’ex discarica incastrata fra un’arteria  trafficatissima e un’ex raffineria, immigranti o sfollati provenienti da tutto il Brasile si sono costruiti le loro “palafitte”. In passato questa  zona a nord di Rio era ribattezzata con il nome di «Striscia di Gaza», tristemente famosa per i conflitti, anche armati, tra gruppi di spacciatori e consumatori di droga. Oggi la situazione è abbastanza tranquilla, ma chiunque abbia a che fare con queste realtà avverte un senso di segregazione, di emarginazione, di isolamento sociale dei residenti, nonostante il forte spirito di mutua assistenza che li caratterizza.

Al suo arrivo, il Papa è stato accolto da don Márcio Queiroz, responsabile della locale cappella San Girolamo Emiliani (che dipende dalla parrocchia di Nossa Senhora do Bonsucesso de Inhaúma) e direttore delle comunicazioni della Giornata mondiale della gioventù. Loquace per carattere e per il compito istituzionale che gli è stato assegnato dall’arcivescovo, padre Márcio — come lo chiamano tutti da queste parti — era particolarmente emozionato e silenzioso. Con lui la superiora delle missionarie della Carità, che qui lavorano da quando Varginha fu visitata da madre Teresa nel 1972. La religiosa con il sari bianco bordato d’azzurro  ha messo al collo del Pontefice una ghirlanda di fiori, secondo la tradizione indiana che le eredi della beata di Calcutta fanno rivivere in tutte le comunità in cui svolgono la loro missione.

A piedi il Papa si è poi diretto verso la piccola chiesa costruita quarant’anni fa dai padri somaschi e intitolata al loro fondatore san Gerolamo Emiliani: una cappellina sobria, senza orpelli, intonacata di fresco e con un  mosaico sulla parete principale, come unica concessione all’arte. Rimasto in preghiera per alcuni istanti, il Pontefice ha benedetto il nuovo altare ligneo e lasciato in dono un calice, mentre le note struggenti di un violino e i canti allegri di bambini hanno accompagnato la breve cerimonia.

Percorso a piedi un breve tratto tra le pozzanghere di acqua e fango, è entrato nella  casa di Manoel José e Maria Luisa da Penha, al numero civico 81. L’edificio tingeggiato di giallo era stato addobbato con palloncini colorati e una foto dell’illustre ospite. Ma scritte più antiche testimoniano la fede semplice della famiglia proprietaria, capace di fare posto anche a parenti e amici presentatisi all’improvviso, quando hanno saputo che sarebbe venuto il Papa. E lui non li ha delusi: è rimasto per una decina di minuti con loro, in un ambiente molto ristretto di non più di venti metri quadrati, intrattenendosi con ciascuno dei presenti, prendendo in braccio i più piccoli e benedicendoli, posando per una foto ricordo e infine recitando il Padre Nostro e l’Ave Maria.

Poi sempre a piedi si è recato verso il vicino campo di calcio dove lo attendevano gli abitanti dello slum, molti dei quali seguaci della locale chiesa evangelica pentecostale. Non prima di aver fatto una nuova sosta di preghiera davanti all’edicola mariana dov’è venerata una statuina della Madonna di Aparecida. Quindi è salito sul palco, a un lato del quale giganteggiava un poster con il volto di Oscar Arnulfo Romero, il vescovo salvadoregno ucciso il 24 marzo 1980 sull’altare mentre celebrava la messa. Dopo il saluto di una coppia di coniugi, Papa Francesco ha pronunciato il suo discorso, arricchendolo con aggiunte improvvisate, tutte sottolineate da fragorosi applausi: ha parlato nella loro lingua, usando espressioni semplici, persino proverbi locali. Ma i suoi richiami alla giustizia, perché nessuno può restare insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo, sono un’altra perla preziosa di questo pontificato. Specie quando si è rivolto ai giovani, che hanno una «particolare sensibilità verso le ingiustizie», esortandoli a non scoraggiarsi mai, a non perdere la fiducia, a non lasciare che si spenga la speranza.

Arrampicati sulle impalcature e sui tralicci, un gruppo di bambini scalzi e malmessi, ma con la sguardo vispo di chi la sa lunga, lo ascoltano a bocca aperta; e l’anziano guardiano del campo di calcio ha il suo bel da fare per richiamarli all’ordine. Ma loro non possono sentirlo, hanno orecchie solo per quell’uomo vestito di bianco, che prima di andarsene a bordo di un’utilitaria, parla di cafezinho e di cachaça, la forte acquavite che i brasiliani si fanno in casa; di «aggiungere più acqua ai fagioli»; e soprattutto di «lotta contro la fame e la miseria». Quella che loro sono costretti a combattere ogni giorno.

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