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In Africa un popolo che cresce con la Chiesa

· Tra ricordi e nuove impressioni l’arcivescovo Giuseppe Bertello parla dell’esperienza vissuta accanto al Papa in Benin ·

L’Africa non si dimentica facilmente, «soprattutto se, come è capitato a me, si è vissuta un’esperienza spirituale e umana che ti segna nel profondo dell’anima». L’arcivescovo Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per lunghi anni nunzio apostolico in diversi Paesi del continente, racconta in questa intervista al nostro giornale le emozioni vissute seguendo il Papa nel viaggio in Benin, Paese nel quale egli ha svolto il suo primo incarico di nunzio dal 1987 al 1991.

Ritorno in Benin. Come ha trovato il Paese dopo tanti anni?

Intanto ho provato una sensazione strana. Non riconoscevo più Cotonou, dove sono stato tanti anni. Ho trovato una città completamente trasformata. Prima c’era solo qualche casupola attorno ai pochi palazzi con più piani adibiti a ministeri. C’è stato in questi anni un grande sviluppo di infrastrutture: ciò significa che è stata imboccata la strada del progresso. E la cosa non può che farmi piacere. Quello che non è cambiato è lo spirito del popolo beninese. Sempre aperto, sorridente, capace di esprimere l’affetto che prova per la gente. E poi ho trovato sempre vivo quello spirito religioso che lo caratterizza.

I rapporti fra Stato e Chiesa sono mutati?

Ho vissuto a Cotonou un periodo interessante. Era il momento della conferenza nazionale. Il Paese attraversava una crisi gravissima e rischiava la bancarotta, da un lato, e la guerra civile, dall’altro. I vescovi, con la loro azione pastorale e il loro impegno, contribuirono a rimettere la nazione in carreggiata. Ricordo la lettera pastorale Convertitevi e il Benin vivrà , che risale al 1999. Questa lettera divenne un po’ il vademecum della conferenza nazionale e in seguito fu un indispensabile strumento di riflessione, necessario a muovere i primi passi del nuovo sistema democratico.

In questo processo ha avuto un ruolo primario l’allora arcivescovo Isidore de Souza, sulla cui tomba il Papa ha pregato nella cattedrale di Cotonou.

La sua statura morale è indiscutibile. Monsignor de Souza era un grande sacerdote, di profonda vita spirituale. La Chiesa ha avuto il merito di aver preparato gran parte della classe intellettuale, sia quanti erano rimasti nel Paese sia quanti erano partiti all’estero. Fu dunque quasi naturale che nel momento della transizione essi chiedessero alla Chiesa di prendere la barra del timone per guidare la conferenza nazionale che avrebbe sancito la fine del regime e l’inizio di una nuova era di democrazia. Sapevano di vivere un momento decisivo per il loro futuro e si misero nelle mani di chi riscuoteva unanime riconoscimento in quanto autorità morale.

Ma in quegli anni l’arcivescovo di Cotonou era ancora monsignor Christophe Adimou, mentre monsignor de Souza era solo un parroco. Come mai si pensò a lui per un compito così importante e delicato?

Effettivamente in quegli anni monsignor de Souza era parroco a Santa Rita. Infatti, mentre il 19 novembre scorso ero con il Papa, proprio nella parrocchia di Santa Rita — dove si è svolto l’incontro con i bambini — non ho potuto fare a meno di pensare a lui con una certa nostalgia. I vescovi allora si trovarono di fronte a una grande responsabilità. Erano consapevoli del fatto che il Paese era profondamente diviso. Dunque per tenere tutti seduti intorno a un tavolo a discutere per il bene comune, ci voleva una forte personalità, conosciuta e stimata da tutti. Venne spontaneo pensare a quel parroco. Fu una scelta che si è rivelata provvidenziale.

C’è stato però chi ha avuto qualcosa da ridire su questa vicenda.

C’è sempre qualcuno che dice cose non proprio esatte e confonde le idee. Quando Giovanni Paolo II, nel 1993, andò in Benin, riconobbe il ruolo che aveva avuto in quella fase storica monsignor de Souza e il suo merito di aver portato la Chiesa cattolica in soccorso di quel Paese in un momento tanto difficile, contribuendo così al ristabilimento dell’armonia. Semmai il Papa, visto che de Souza era diventato arcivescovo di Cotonou e il Paese cominciava a camminare da solo, pensò che per il presule era giunto il momento di lasciare l’incarico nazionale. Ma io posso assicurare che monsignor de Souza lo avrebbe lasciato comunque, era già nel suo animo una simile decisione. La diocesi lo assorbiva troppo e intendeva ormai dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro pastorale. Dunque fu una decisione naturale. Era fuori strada chi volle vederci sotto qualcosa di diverso.

Cosa è cambiato in Benin dopo la conferenza nazionale?

Direi che sono cambiate molte cose. Ho trovato Cotonou completamente rinnovata. Il Paese è molto cresciuto anche a livello spirituale. Ci sono tante nuove vocazioni. Certo bisognerebbe andare all’interno del Paese per capire meglio. Ricordo che in certe zone la situazione era veramente drammatica.

Lei ha fatto riferimento alle vocazioni. È una realtà in crescita. Un segno in più di speranza per l’Africa?

È una realtà in crescita che lascia indubbiamente sperare. A me però è sembrata altrettanto importante, anche se forse è stato poco sottolineato, la crescita della cooperazione tra le Chiese del nord e quelle del sud del Paese, che sono tradizionalmente più ricche di vocazioni, non fosse altro perché si tratta di Chiese di più antica formazione. È indubbiamente un bel segno di collaborazione tra le Chiese.

Per concludere, quali emozioni ha provato nel tornare in queste terre?

Tanta nostalgia.

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16 ottobre 2019

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