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Impronte di un cammino secolare

· Propaganda Fide e il convegno dell’Associazione archivistica ecclesiastica ·

Dal 13 al 16 settembre si svolge all’Istituto Il Carmelo di Sassone (Roma), il ventiquattresimo convegno dell’Associazione archivistica ecclesiastica intitolato «Archivi ed evangelizzazione». Pubblichiamo ampi stralci del messaggio inviato per l’occasione dall’arcivescovo prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e, sotto, un articolo del direttore dell’Archivio storico della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

La Chiesa peregrinante, come afferma il decreto Ad gentes del concilio Vaticano II, è per sua natura missionaria, ma nell’auto-coscienza del suo essere e della sua missione c’è stata una crescita, guidata dallo Spirito Santo. Un momento importante di questa «crescita» è stato la fondazione della Congregazione «de Propaganda Fide». La Chiesa, a partire dal suo vertice si rende conto della sua inalienabile chiamata ad annunciare Cristo, unico Salvatore del mondo e di dover perciò guidare, stimolare, e organizzare tutte le forze a disposizione in modo che questo annuncio salvifico arrivi a tutte le genti.

Monsignor Francesco Ingoli, primo segretario del dicastero (1622-1649), si preoccupò dall’inizio dell’attività della Congregazione di raccogliere, rivolgendosi ai nunzi, ai superiori generali dei diversi ordini religiosi e ai singoli missionari, le necessarie informazioni sulla situazione ecclesiale e missionaria nell’ambito dei loro territori di missione. Si può dire che, già allora, Propaganda Fide era il dicastero maggiormente informato della Curia Romana sulle questioni del mondo. Ritenendo inoltre che questa documentazione sarebbe diventata importante per la Congregazione, non soltanto per sviluppare un preciso programma di lavoro e un’attività efficace, ma anche più tardi per la storiografia, Monsignor Ingoli raccoglieva meticolosamente, inoltre, tutti i documenti riguardanti l’attività della Congregazione stessa — rapporti, lettere, suppliche dei missionari, verbali delle riunioni dei membri e del personale del Dicastero, registri e copie delle sue lettere, istruzioni, circolari, decreti — ponendo in questo modo le basi per l’archivio missionario della Congregazione il cui primo archivista fu lui stesso.

L’Archivio Storico della Congregazione è un vero santuario della memoria, un luogo privilegiato per accennare a una storia della Chiesa che faccia vedere non soltanto l’aspetto umano, a volte troppo umano, dei suoi membri, ma anche la sua santità, che diventa brillante testimonianza in alcuni dei suoi figli.

Di questa santità è testimone l’Archivio Storico del dicastero. Qui si ritrovano la vita quotidiana, le gioie e i dolori di uomini e donne che lungo i secoli hanno condiviso una medesima passione: far arrivare la persona e il messaggio di Cristo Salvatore, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, a quelli che vivevano nell’ombra di morte. Hanno solcato mari e oceani, attraversato a piedi interi continenti, rischiato e non poche volte perso la vita, tradotto lingue, inventato alfabeti, escogitato nuovi modi perché Cristo potesse arrivare a cuori in angoscia. Tra questi, vorrei soltanto accennare ad alcuni di loro: Oliver Plunkett (1629–1681), Daniele Comboni (1831-1881), Giustino de Jacobis (1800-1860), Gabriele Perboyre (1802-1840), Francesca Cabrini (1850-1917), il cardinale John Henry Newman (1801-1890), Teresa di Calcutta (1910-1997). Le loro testimonianze scritte sono gelosamente custodite nel nostro archivio.

Auguro che questo incontro sia proficuo, non soltanto dal punto di vista scientifico, ma anche nel senso che ognuno di voi possa uscire da questo incontro con la chiara consapevolezza che, l’amorevole cura con cui custodite le carte della memoria che la Chiesa vi ha affidato, non è soltanto un compito burocratico, ma una vera missione.

Tramite un’accoglienza benevola, e un servizio altamente qualificato, voi siete veri missionari, facendo sì che i vostri archivi diventino luoghi di cultura, dialogo ed evangelizzazione per i più lontani. In una società secolarizzata come la nostra, i documenti conservati presso i nostri Archivi sono spesse volte, testimoni irrefutabili di tutto il bene e l’elevazione umana e morale che l’annunzio del Vangelo ha portato nei diversi luoghi e culture.

Vorrei, infine, concludere questo mio saluto, citando le illuminate parole che il servo di Dio, Papa Paolo VI, aveva rivolto alla vostra associazione in una sua allocuzione il 26 settembre 1963: «È il Cristo che opera nel tempo e che scrive, proprio Lui, la sua storia, sì che i nostri brani di carta sono echi e vestigia di questo passaggio della Chiesa, anzi del passaggio del Signore Gesù nel mondo. Ed ecco che, allora, l’avere il culto di queste carte, dei documenti, degli archivi, vuol dire, di riflesso, avere il culto di Cristo, avere il senso della Chiesa, dare a noi stessi e dare a chi verrà la storia del passaggio di questa fase del transitus Domini nel mondo».

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18 settembre 2019

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