Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Impedire che si cancelli l'umano

· ​Riflessioni sul nostro avvenire tecnologico ·

Il progresso tecnologico e l’aumento continuo di informazioni relative alla salute di ciascuno di noi ormai conservate in rete aprono nuovi problemi etici. Questi sono stati affrontati — per iniziativa del Cnb, il comitato nazionale italiano di bioetica — in un convegno europeo intitolato Tecnologie emergenti e big data che si è tenuto a Roma il 28 ottobre. Il presidente del comitato francese, Jean-Claude Ameisen, ha posto subito una questione base, così riassumibile: il modo in cui utilizziamo le tecniche dipende da come le immaginiamo e le temiamo, e da come pensiamo noi stessi e gli altri. Gli aspetti bioetici non riguardano quindi solo l’uso delle tecnologie emergenti ma anche come ne immaginiamo la possibile utilizzazione: in altre parole, anticipare scenari futuri implica un cambiamento nella nostra percezione del mondo.

Una scena del film «Tempi moderni» (1936)

Oggi, fondamentale per tutti è la possibilità di informarsi, condizione che rende possibile l’esercizio di un diritto universalmente condiviso, e cioè che il paziente possa scegliere, possa accedere al consenso libero e informato. Per arrivare a realizzare questo diritto è però indispensabile l’aiuto degli altri, soprattutto degli esperti e dei divulgatori delle informazioni scientifiche: si tratta quindi di un diritto basato sulla solidarietà.
Solo l’accesso alla conoscenza può infatti garantire la libertà, ma questo accesso è difficile perché bisogna essere consapevoli che spesso l’informazione si confonde con la pubblicità, mentre nel mondo scientifico l’acquisizione di informazioni importanti costa cara. Le tecnologie dovrebbero allora essere condivise, e non considerate proprietà di qualche multinazionale.
Il rapporto fra tecnologia e conoscenza è necessario soprattutto nei casi — e sono quasi tutti — in cui la crescita della ricerca può rovesciare le ipotesi di intervento iniziali. Ameisen ha spiegato che ormai da quattro anni si può intervenire per cambiare il Dna; in questo modo si pensava di scongiurare malattie genetiche. Recenti ricerche hanno invece fatto scoprire che vi sono alcune malattie che non sono collegate alle sequenze del Dna.
Ma non c’è soltanto questo problema. L’intervento sul Dna di esseri umani — ma anche di vegetali e di animali — cambia infatti l’equilibrio ecologico del mondo, e noi non ne siamo consapevoli sino in fondo.
Tutto questo fa capire come siano indispensabili sia l’aggiornamento continuo sia una certa prudenza nel proclamare come acquisiti risultati medici che solo con il tempo possono provare la loro validità. E dobbiamo anche continuamente rivedere i limiti che gli scienziati si devono porre nei loro interventi: ci sono accordi internazionali che proibiscono di cambiare il corredo genetico di un bambino, ma diversa e in continuo cambiamento è la tecnologia di modificazione genetica di gameti e embrioni. E ci sono poi questioni che vengono risolte in modo diverso a seconda che si pensi a ipotesi di intervento lontane nel tempo oppure a possibilità immediatamente realizzabili; per questo appare decisamente positivo l’esempio della Francia, dove le leggi bioetiche vengono ridiscusse ogni sette anni.
La raccolta di una quantità immensa di dati su supporti informatici, che permette studi statistici veloci e utili, produce però una nuova forma di veridicità: quella che secondo i dati numerici viene definita realtà è infatti spesso soltanto probabilità, mentre ciò che è spiegato come causalità può essere solo correlazione, sostiene il professor Peter Dabrock, presidente dell’organismo etico tedesco.
E c’è di più: questo cumulo di informazioni, letto attraverso il filtro statistico, può darci l’illusione di individualità, ma non lo è. L’identità di un essere umano non va ridotta a una massa di dati, ma è costituita da molti altri fattori, a cominciare dallo stile di vita e dal rapporto con gli altri. E naturalmente dall’interazione con l’ambiente in cui vive che può influire pesantemente sulla sua salute, così come dal suo reddito: identiche condizioni ambientali, infatti, come l’inquinamento, agiscono diversamente se la persona è benestante — e quindi si difende meglio — oppure povera, ovviamente più vulnerabile.
L’impressione è che i cosiddetti big data inducano una visione dell’essere umano pesantemente determinata dalla biologia, trascurando invece tutti gli altri fattori, come per esempio le differenze nelle condizioni di vita.
Oggi la nostra idea di privacy non funziona più, perché è stata spazzata via da questo enorme cumulo di informazioni, accessibili a poche grandi aziende che operano ormai come stati sovrani. La prima conseguenza sarà senza dubbio sul mercato assicurativo: le assicurazioni infatti stanno cercando di aggiudicarsi questi dati, che consentirebbero loro di proporre tariffe differenziate a seconda delle probabilità di salute e di vita dell’assicurato.
Il convegno romano, che ha sollevato questioni di grande interesse, ha fatto capire che dobbiamo seguire con attenzione le trasformazioni in campo tecno-scientifico, anche se queste sono difficili da capire e noi siamo poco aiutati da una informazione spesso alterata da interessi privati. Ma solo informandoci possiamo guardare consapevolmente al nostro futuro, e soprattutto possiamo impedire che si cancelli l’umano nell’uomo.


di Lucetta Scaraffia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE