Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Per imparare
a vivere insieme

· Libertà e islam nei libri del domenicano Adrien Candiard ·

Giovane, brillante, coltissimo. Un abito bianco da domenicano per uno dei più autorevoli studiosi dell’islam, dell’Istituto di studi orientali del Cairo: la città che l’ha accolto dopo Parigi, dove Adrien Candiard, oggi frère Adrien, ha lasciato le ricerche a Sciences-Po, una carriera avviatissima in politica, nello staff di Dominique Strauss-Kahn quando si candidava alla carica di primo ministro. Ma anche quando faceva politica si sapeva che era un tipo particolare, impegnato con la fede, sempre pronto a parlare di Dio, la cosa che davvero l’interessava. Adesso il suo abito lo aiuta, gli apre l’attenzione e il cuore di tanti, che lo sentono vicino, lo cercano, in mezzo ai musulmani o ai laicissimi concittadini francesi.

È illuminante e amabile un libro che uscirà a breve per la sua casa editrice italiana, la Emi, un commento sulla lettera più breve di Paolo, quella a Filemone, ma così rilevante per il tema della libertà. L’apostolo rimanda all’amico Filemone il suo schiavo: non più come servo, ma come fratello, fattosi cristiano. In poche righe, salta i problemi teologici, sociali, e arriva alla fraternità, alla concretezza dell’amore, che supera tutte le regole. Da leggere, oggi che siamo tanto attivi a liberarci dalle ingiunzioni morali, religiose, rimpiazzandole con comandamenti anche più imperiosi, igienisti, ambientalisti e sovente di altre morali.

Il tema della libertà ha ben a che fare con il saggio breve, appena edito in Italia, Comprendere l’islam. O meglio, perché non ci capiamo niente. Titolo non solo provocatorio, realista. Perché viviamo con i musulmani e, se anche la comprensione non ci interessasse, se il dialogo non fosse tra le nostre priorità, non potremmo farne a meno. Il problema — e i problemi sono tali perché non di facile soluzione — è che non c’è un solo islam, questo già lo sappiamo. Ma non ce ne sono neppure due, o tre. Lo stesso libro sacro dell’islam, il Corano, ha diverse interpretazioni e ci risulta ambiguo. Gli hadith, la seconda fonte dell’islam, sono un oceano di testi, di aneddoti, riportati dal profeta. Sono decine di migliaia di frasi riferite nel tempo, alcune importantissime: per esempio il Corano dice che bisogna pregare, non dice come e quante volte. La sharia, che tanto ci preoccupa, significa legge divina, ma non c’è un testo che la contenga, la riporti. È una legge intima, di elevazione dell’animo, o significa mani amputate ai ladri e lapidazioni per le adultere? E il fondamentalismo non è una corrente, come sbrigativamente abbiamo finito col credere. I fanatici ci sono e quasi tutti provengono dalla matrice del salafismo. Un movimento relativamente recente, nella storia dell’islam, e dunque il rovesciamento di una posizione culturale per noi abituale: il passato ci risulta duro, opprimente, oscuro, integralista, il presente sempre più aperto, inclusivo e progressista. Nell’islam non è così: il periodo imperiale, il più antico, è stato capace di confronto e convivenza con popoli e religioni, non le presunte rivoluzioni culturali che si rifanno a una purezza atavica del messaggio, e che considerano infedeli o tiepidi i meno radicali.

Il terrorismo però è un problema, afferma senza irenismi facili Candiard, e non è solo l’effetto della miseria sociale, della colonizzazione dell’Occidente. Possiamo fare due errori: pensare che le religioni non spieghino nulla e pensare che spieghino tutto. I problemi sono sociali, culturali, religiosi, insieme, e tocca tenere presente tutto. Tuttavia siamo sul limitare drammatico di una possibile guerra, tra pulsioni interne al sunnismo e agli sciiti. Le une e le altre sono rappresentate da due grandi potenze, l’Iran e l’Arabia Saudita, implicate economicamente con altre grandi potenze mondiali. La religione viene usata per rivendicare un’identità, più che per questioni teologiche. Il dialogo allora è necessario, e noi occidentali, noi cattolici, ne conosciamo i tracciati. Il concilio ci ha educato. Abbiamo testi che ci aiutano a pensarlo. Ma nell’islam una teologia del dialogo non esiste, esiste solo la buona volontà.

Da qui l’importanza dell’incontro tra Papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb: che si siano trovati a scrivere e firmare un testo insieme significa una possibilità concreta, esperienziale. Un passo che lascerà il segno sulla via non della tolleranza (nella tolleranza cova l’indifferenza). L’esistenza di qualcuno si tollera o si ama. Cerchiamo il rispetto, che non significa essere d’accordo ma imparare a vivere insieme.

di Monica Mondo

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE