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Imparare a pregare

· In un libro di Prospero Rivi ·

Una introduzione semplice e chiaramente argomentata alla preghiera personale nella forma dell’orazione mentale può essere di aiuto ai religiosi consacrati e a ogni cristiano che abbia coscienza di volere sperimentare ogni giorno la gioiosa libertà di figlio. Il razionalismo arido, il dubbio sistematico e l’eclettismo da una parte, la frantumazione dell’io dall’altra, che sembrano “informare” ogni ambito del pensiero nel nostro tempo, ostacolano un atteggiamento di attenzione ai segni che guidano a un percorso di vita autentica. Il primo di questi segni è la preghiera. Non solo cronologicamente nella storia dell’umanità — persino sotto l’aspetto della espressività artistica — ma antropologicamente, poiché esprime l’uomo nella sua interezza e rivela l’uomo a se stesso.

Albrecht Dürer «Preghiera» (1508)

Pregare però non è mai facile. Forse neanche per i religiosi consacrati, se Prospero Rivi nel suo libro Con tutto il cuore e con tutta l’anima. Una via francescana alla contemplazione (Assisi, Edizioni Porziuncola, 2018, pagine 154, euro 15) — inquadrato il periodo storico della sua formazione di novizio presso i frati Minori Cappuccini negli anni del Vaticano II, di studente a Roma nella effervescenza del rinnovamento postconciliare, di formatore poi — sente il bisogno di fare memoria, come premessa di quella che è stata una fase di disagio, dell tempo degli studi alla Gregoriana. «Avevo sempre amato e apprezzato la preghiera liturgica e anche quella vocale fatta in comune — scrive Rivi — ma da tempo non riuscivo più a pregare personalmente, a reggere da solo lo sguardo del Signore».

Interessante questa indiretta definizione di qualcosa che, come la poesia, sembra non definibile: la preghiera personale come spazio d’incontro, di sguardi incrociati, come tra innamorati. Come possibilità di un’esperienza non scontata, però, cui facilmente si frappongono ostacoli. La condizione di disagio che l’autore attribuisce a sé è in realtà collettivamente diffusa. Non è facile la preghiera personale, per quanto necessaria e vitale. «Una volta rientrato in Provincia e divenuto formatore dei candidati alla vita francescana, non ho più lasciato l’appuntamento quotidiano personale con il Signore e ho cercato di introdurre all’orazione mentale anche i giovani che di anno in anno mi venivano affidati, pur nel rispetto delle caratteristiche di ciascuno. Le note che qui ho cercato di riferire, andando anche incontro alla richiesta di numerosi frati, suore e laici a cui le proposi in ritiri e corsi di esercizi spirituali, sono in buona parte il frutto di questa lunga “scuola di preghiera”».

Prospero Rivi, francescano e studioso di francescanesimo, sa bene che solo la testimonianza dell’esperienza personale può confermare l’autenticità di un messaggio e che la preghiera è la consegna primaria, la più preziosa e la più urgente, per la vita consacrata ma anche per la vita di fede, semplicemente.

Così, seppure pensate per e proposte da un ambiente francescano, queste note possono offrire un respiro spirituale per tutti. Perché sempre meno — e tanto più in questo tempo — la preghiera può persuadere se non riempie il cuore in una forma contemplativa. Le nostre parole non possono più convincere neanche noi stessi; e le parole della tradizione orante della Chiesa con la Chiesa si radicano nella stanza del cuore se quella stanza si è fatta spazio accogliente. Non a caso nel libro, insieme ai richiami alle Costituzioni francescane, in particolare a quelle dell’Ordine dei Cappuccini cui appartiene padre Rivi, ricorrono tra un capitolo e l’altro citazioni della mistica del Carmelo, da Teresa d’Ávila a Edith Stein, insieme a quelle dei grandi maestri di preghiera della tradizione anche orientale, con i padri del deserto, la filocalìa, sino ai teologi e maestri di spiritualità del nostro tempo, tra i quali Karl Rahner, Romano Guardini, Divo Barsotti.

Strutturato in modo organico in quattro capitoli, il primo di questi, «Il volto di Dio è rivelato ai piccoli» rilegge l’“assurdo” della Croce (Silvano Fausti), capovolgendo l’interpretazione espiatoria che, da Anselmo d’Aosta, culminante nel Giansenismo del XVII secolo, ha dominato sino al recente passato la teologia occidentale. Sul presupposto dell’Amore che, vinto definitivamente il male «senza distruggere con esso la libertà che l’ha prodotto», essendo donazione totale non solo non muore ma attrae a sé, la preghiera cristiana «anche quando avviene nella solitudine, in realtà è sempre all’interno di quella “comunione dei santi” nella quale e con la quale si prega, tanto in forma pubblica e liturgica, quanto in forma privata» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcuni aspetti della meditazione cristiana. Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica, Roma, 15 ottobre 1989, n. 7).

Così — sottolineata la necessità di una più profonda conoscenza di Dio che si traduce in più profonda conoscenza di sé — l’autore apre un paragrafo più ampio e pedagogicamente fondamentale con le parole dell’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo: «Il santo è una persona dallo spirito orante (...), sono necessari dei momenti dedicati solo a Dio, in solitudine con Lui. Per santa Teresa d’Ávila la preghiera è “un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati” (...) Vorrei insistere sul fatto che questo non è solo per pochi privilegiati, ma per tutti, perché tutti abbiamo bisogno di questo silenzio carico di presenza adorata (...) Per ogni discepolo è indispensabile stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui, imparare sempre. Se non ascoltiamo, tutte le nostre parole saranno unicamente rumori che non servono a niente (...) Ricordiamo che è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità (...) e se davanti al volto di Gesù ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina» (Gaudete et exsultate, nn. 147-151).

«Il tipo di preghiera di cui stiamo parlando — scrive però padre Rivi — non può essere improvvisato, non può partire ed essere portato a caso, affidati alla buona stella. Non è proposta da fare a chi è principiante nella fede, ma è il punto di approdo (sempre un po’ incerto, peraltro!) di un’esperienza cristiana giunta ad una certa maturità: richiede (e presuppone) un retroterra teologico corretto, frutto di una seria frequentazione della Parola».

Si indicano dunque tre successive tappe di preparazione, necessarie a introdursi nella orazione mentale chiamata anche in ambito francescano orazione cordiale: come nella Lectio divina, prima si legge con attenzione il testo individuato (lectio), si esamina la propria vita alla luce della Parola ascoltata (meditatio), si prega per chiedere luce, coerenza, fedeltà alla Parola nella quotidianità (oratio). Nella contemplatione, infine, il silenzio interiore che libera la relazione con il Tu della preghiera ammette a considerare insieme come la Parola si inscriva nella propria storia personale a sua volta inscritta dentro la storia della salvezza.

Ora, per arrivare a interpretare secondo lo Spirito del Signore la nostra vicenda personale all’interno della storia della salvezza — a questo livello si vive la fede: a questo livello sta la differenza tra la religiosità e la fede vissuta — si rende indispensabile mettere a fondamento sempre la Parola. E del resto nel mistero dell’incarnazione la fede cristiana identifica il Volto del Padre, tenda di Dio in mezzo agli uomini, con la Parola: porsi in ascolto della Sacra Scrittura per il cristiano è realmente stare in ascolto del divino Maestro.

«La lettura orante della Parola di Dio, più dolce del miele (cfr. Salmi 119, 103) e “spada a doppio taglio” (Lettera agli Ebrei 4, 12) ci permette di rimanere in ascolto del Maestro affinché sia lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (Salmi 119, 105)» (Gaudete et exsultate, n. 156).

Con un andamento di continui ritorni ai punti fondamentali del percorso, l’autore riprende pazientemente una per una le quattro tappe, facendo memoria della Lectio nella tradizione monastica secondo la Scala Paradisi del certosino Guigo ii vissuto nel XII secolo. Si tratta della lettura in un’ottica trinitaria («Mosso dallo Spirito, cerco Cristo per contemplare il Padre»), della meditazione della propria vicenda personale alla luce della storia della salvezza rivelata dalla Sacra Scrittura («Anch’io come Israele sono chiamato dal Dio fedele ad una alleanza di amore»), dell’orazione nelle diverse forme della lode, del ringraziamento, della adorazione, della richiesta di perdono («è la mia risposta a Colui che mi interpella con la sua Parola [...] Mi offro a Lui perché faccia di me ciò che vuole»); della contemplazione.

Finalmente, «nella contemplazione è Lui che chiede di contemplare il mio volto e io sono ammesso a contemplare il suo. Il cuore dell’uomo è l’unica realtà che Dio non può ottenere con la sua onnipotenza, ed è ciò a cui Egli tiene più di ogni altra cosa (...) Anche se gli ho voltato le spalle (...) Lui non si arrende, ma continua ad amarmi come ha fatto con Israele: “Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Osea 2, 16)».

Ora, per preparare quella orazione mentale e cordiale che è contemplazione e partecipazione affettiva con tutto il proprio essere, una via semplice ed efficace può essere anche la preghiera del Nome della tradizione esicasta, e più propriamente la preghiera del Pellegrino russo che dispone alla preghiera continua facendo proprie le invocazioni dei sofferenti nei Vangeli, come il cieco di Gerico e il pubblicano al tempio. Nella tradizione francescana la Regola, le biografie del santo, le Costituzioni degli Ordini, i pronunciamenti degli scrittori spirituali raccomandano l’orazione mentale parlandone come di nutrimento, quiete, ristoro, ala (Tommaso da Olera), pensando forse non sempre alle medesime modalità, ma arrivando a spiegare l’orazione per via di metafore con la stessa ineffabilità di ogni esperienza mistica, di cui non si può dire se non che per via sensibile resta indicibile. Resta comunque la certezza che «imparare a pregare vuol dire lasciarsi amare». A tratti per una maggiore agilità di lettura sarebbe preferibile forse trovare nel corpo del testo le citazioni che si trovano invece riportate nelle note; queste comunque rimangono necessarie perché utili a integrare la bibliografia essenziale indicata in chiusura.

di Anna Maria Tamburini

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23 agosto 2019

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