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Immigrazione e razzismo

· Documento dei «curas villeros» di Buenos Aires ·

Buenos Aires, 11. «Nessun popolo è criminale o narcotrafficante o violento. “Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione”»: citano Papa Francesco, e in particolare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (59), i sacerdoti che operano nelle periferie di Buenos Aires, i quali, in un documento intitolato «L’immigrazione e il razzismo», esprimono la loro preoccupazione per la decisione delle istituzioni nazionali di rendere più severe le leggi sull’immigrazione e la cittadinanza. 

Una decisione che potrebbe avere «conseguenze discriminatorie» e incentivare il razzismo e la xenofobia, scrivono. Ma «il nostro popolo ha scorte morali che ci invitano alla solidarietà e all’ospitalità. Preferiamo una legislazione che non si concentri tanto sulle punizioni ma cerchi invece di convogliare il potenziale dei migranti per il bene comune della nazione».

Nel testo — firmato tra gli altri da José María “Pepe” Di Paola — viene condannata l’associazione migrante-reato, la sua stigmatizzazione: lo straniero «non può essere ritenuto responsabile del problema della droga, dell’insicurezza e di tutti gli aspetti negativi della società. Il problema non è l’immigrazione ma il crimine. Siamo convinti che lo sfruttamento sofferto spesso dai migranti sia causato dai muri invisibili della discriminazione, che ci separano da essi come dagli altri, rendendoci insensibili e creando in noi la difesa immaginaria da una paura giustificata solo dal pregiudizio». Per i curas villeros, le misure che rafforzano il controllo migratorio in Argentina (prese a fine a gennaio) rischiano dunque di aggravare la frammentazione e le divisioni, «distruggendo il nostro sogno nazionale di popolo».

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