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Immerso
nel fiume della vita

· Sessant’anni fa moriva don Mazzolari ·

«Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso»: così papa Francesco il 20 giugno 2017 a Bozzolo, in visita alla tomba del “parroco d’Italia”.

Il fiume nella vita di don Primo è insieme luogo e metafora della vita. È luogo identificativo della sua vicenda umana. Nasce a Boschetto, presso Cremona, a pochi chilometri dal fiume Po; si trasferisce a Verolanuova, non distante dall’Oglio; è parroco a Cicognara sotto l’argine di Po nel viadanese e, infine, rimane parroco di Bozzolo per ventisette anni, nella bassa mantovana, sull’Oglio. La sua vita si snoda tra questi corsi d’acqua. Il fiume fa da confine, separa, è soglia, rappresenta un luogo di passaggio. In una bella pagina letteraria dedicata al Po don Primo scrive l’8 agosto 1922 a Cicognara: «Siamo nati sul Po: abbiamo la casa a pochi metri di esso, allo stesso livello. Se l’argine non ci dividesse potremmo dire che dormiamo sullo stesso letto. Il Po fu il nostro primo orizzonte, il nostro primo sogno, il nostro primo acre desiderio: quello di tuffarci, durante le giornate senz’aria, nelle sue acque, così fresche e trasparenti sullo sfondo argenteo delle sabbie. Fu anche la prima nostra paura, quando, nei giorni di piena, lo guardavamo dall’argine che pareva diventato fragile come una diga qualunque, le dighe che costruiscono i fanciulli quando giocano con l’acqua piovana».

Il fiume è vita: porta acqua che rigenera. Intorno a esso si muovono le persone, prendono il largo i commerci, rinverdiscono gli alberi, respira la creazione e si organizzano le città. Don Primo ha vissuto riconoscendo la ricchezza portata dai fiumi. Amava passeggiare sull’argine, organizzava attività educative estive per bambini negli ampi spiaggioni di Po, sapeva contemplarne la bellezza e la varietà dei colori a seconda delle ore del giorno o dei cambiamenti atmosferici. Eppure il fiume presenta anche un lato b, quello drammatico. Il fiume mette paura, ha bisogno di argini robusti che lo contengano, genera alluvioni e talvolta sfugge di mano all’uomo.

Alla luce di queste osservazioni, il fiume in Mazzolari prende il valore della metafora. L’anima poetica del parroco di Bozzolo ne sa cogliere le sfumature. Pensando alla figura missionaria di san Francesco Saverio nel iv centenario dalla morte (3 dicembre 1952), don Primo descrive così il tempo della Chiesa: «Le ore della Chiesa sono come le ore della mia terra padana: oggi sereno, domani nuvolo, poi vengono queste giornate di nebbia e poi piove e ti senti casa, cuore, chiesa, volti tutti chiusi; poi una folata di vento e il cielo si scopre e c’è qualche cosa che si allarga e l’argine diventa un promontorio e il Po diventa il mio oceano».

La metafora offre punti luce sull’intera esistenza sacerdotale di don Mazzolari. Potremmo descriverla intorno a tre immagini. La prima è il fiume in piena: «non vi sono confini ove l’amore assale come un fiume straripante. Le dighe, costruite dalla nostra insipienza senza umanità, cedono sotto l’impeto delle acque inondanti». È la rappresentazione più realistica del cuore e della passione evangelica di don Primo. Lo testimonia il suo percorso di riflessione sulla pace: dall’interventismo del 1915 al Tu non uccidere del 1952 passando per la crisi della prima guerra mondiale, la proposta dell’obiezione di coscienza, la resistenza nel secondo conflitto, la battaglia per la messa al bando della bomba atomica. Mai fermo su posizioni rassicuranti e sempre in prima linea nel promuovere un rinnovamento di pensiero e di azione cristiana, è giunto a mettere in discussione il teorema della guerra giusta.

Non meno provocatorio è stato il suo amore alla Chiesa. Come fiume in piena, l’ha servita con dedizione, ha sofferto per lei un’obbedienza «in piedi», l’ha vissuta come «casa di carità», l’ha desiderata aperta ai lontani, l’ha pensata in dialogo con i fratelli delle altre Chiese cristiane e ne ha sognato un rinnovamento grazie alla presenza dei laici, capaci di incarnare il vangelo nei luoghi di vita. Poteva scrivere nel testamento spirituale: «Nei tempi difficili in cui ebbi la ventura di vivere, un’appassionata ricerca sui metodi dell’apostolato è sempre una testimonianza d’amore, anche quando le esperienze non entrano nell’ordine prudenziale e pare non convengano agli interessi immediati della Chiesa. Sono malcontento di avere fatto involontariamente soffrire, non lo sono d’aver sofferto».

Mazzolari è stato un fiume in piena anche nel suo impegno sociale. Un «impegno con Cristo», appunto, ma radicato nella storia e attento all’ascolto dei poveri, delle loro più profonde aspirazioni. La sua rivoluzione cristiana è un altro modo per dire la giustizia sociale. E la condizione per poterla affermare è la libertà: la contrapposizione al fascismo è la logica conseguenza di un amore appassionato per l’umanità strumentalizzata, violentata dai fautori delle leggi razziali e da un paganesimo tinteggiato di religione. Si è speso per l’affermazione della Democrazia cristiana senza trascurare le critiche verso politiche democristiane poco coraggiose in favore della dignità degli ultimi.

Non poteva che essere straripante il suo amore per i poveri. Dare loro la parola è stato un programma di vita. Il povero scomoda e inquieta le coscienze. Per questo è facile la tentazione di volgere lo sguardo altrove. «Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri: chi non ha nessuna carità non vede nessuno» (La via crucis del povero). È in gioco il discernimento dello sguardo. La novità sta nel «vedere l’uomo nel povero», non il compagno o l’appartenente alla stessa religione, nazione, categoria, lingua.

La seconda immagine è quella dell’argine, che ha il compito di contenere il fiume nel suo corso. Una vita a fare da argine di fronte alle ingiustizie che rischiano sempre di tracimare e di devastare le coscienze. In un’omelia del venerdì santo a Reggio Emilia (4 aprile 1958) Mazzolari affermava: «Il sacerdote è anche l’argine che protegge la povera gente. Se l’argine salta, è l’alluvione, il flagello inondante. Senza il sacerdote, non c’è più il popolo, ma il gregge, la massa». Così pensava al compito dei preti nella società: accompagnare la gente a rifiutare le strade del male, a superare le difficoltà, a non allinearsi dietro a ideologie di massa, a uscire da situazioni in cui la dignità è calpestata. In La più bella avventura «fare da argine» è riconosciuto come l’atteggiamento adeguato di ogni cristiano: esso trova spazio però dove si vivono le stesse fragilità. Chi condivide la povertà umana dell’altro sa che deve proteggerlo nella sua debolezza. Riconoscersi peccatori porta a farsi solidali: «Bisogna sentirsi colpevoli per amare e redimere. Ma noi siamo dei galantuomini e la nostra preghiera, se pur ci degniamo di pregare, è quella del Fariseo. Per questo passiamo davanti alle carceri senza tremare: godiamo l’attimo della prostituta senza rabbrividire dell’infamia che sconsacra una povera creatura: passiamo accanto alla gioventù, che si perde, lavandoci le mani in luogo di allargare le braccia per far argine».

La terza immagine è quella del fiume che scorre. L’antica saggezza greca espressa da Eraclito nel panta rei non è vissuta da don Primo in senso pessimistico, per cui tutto semplicemente passa e non torna più indietro. In realtà, il fiume che scorre non si identifica né con la sorgente né con la foce. L’invito che ne deriva è quello di abitare gli spazi intermedi, il “tra” come luogo di passaggio, di conversione, di evoluzione, di trasformazione. I cammini delle persone non procedono sempre lineari: talora, come il fiume, conoscono anse, rientranze, curve, diramazioni, intoppi, dighe. Ciò fa scrivere a don Mazzolari: «La gente della mia terra è climaterica ed estrosa come il loro fiume: non si sa mai di preciso quando tiene sul serio. Mi correggo: fa sempre sul serio, ma non procede alla maniera della gente seria, che, infilata una strada, tira sempre diritto». Le conversioni nascono all’interno di questi percorsi e ciò richiede una capacità di stare accanto per cogliere il tempo propizio della grazia. La fede cristiana abita gli interstizi, frequenta le vie intermedie, incrocia le curve pericolose dell’esistenza, a ricordarci che «la realtà è superiore all’idea». Si tratta di riconoscere il valore e la dignità di ogni vita umana, amata agli occhi di Dio. Riflette il parroco di Bozzolo nel libro Della tolleranza: «Grande è l’uomo che sopporta il confronto e si dispone a riconoscere il valore di chiunque, a far luce ove c’è appena un barlume, ad aiutare gli altri ad essere quello che devono essere: il granello a divenire una spiga, la stella una costellazione, il pensiero un poema, il palpito un’amicizia».

A sessant’anni dalla morte di don Mazzolari ci troviamo a fare i conti con un’eredità liberante: il suo messaggio è fiume in piena, capace di alimentare i rivoli che danno freschezza a un cristianesimo stanco e rassegnato; la sua profezia continua a fare da argine contro i ritorni a una società disumana e violenta; la sua parola incoraggia a incontrare le persone là dove si trovano nei loro concreti percorsi di vita. Viene in mente la sapienza del Cantico dei cantici: «Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo» (8, 7).

di Bruno Bignami

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