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Immenso
capitale sociale

· Il sinodo e una lettera di Maritain ·

A volte il discorso pubblico sulla famiglia sembra essere un po’ offuscato da stereotipi che non aiutano a comprenderne appieno la bellezza. A un ritratto retorico e superficiale, che per anni è stato proposto nelle pubblicità e nelle copertine patinate delle riviste, si sono affiancate nel tempo una serie di interpretazioni strumentali e ideologiche della famiglia che ne hanno messo in dubbio perfino l’essenza e il significato più profondo.

La pubblicazione dell’Instrumentum laboris della quattordicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi ci permette, invece, di poter guardare con sobrietà e lucidità — seppur non senza preoccupazione — a questa magnifica realtà sociale che rimane, senza alcun dubbio, il «pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale». La famiglia, come ha detto il Papa a Torino, è prima di tutto una «ricchezza» inesauribile per la società. Una ricchezza in cui i figli sono la «forza» per il futuro e i nonni la «memoria».

Fonte di speranza, la famiglia è però anche una realtà ferita. Ma qual è la ferita? L’Instrumentum laboris, tra le molte sollecitazioni che suggerisce, fa luce su un aspetto fondamentale. Questa ferita della famiglia è prima di tutto il prodotto di una mentalità individualistica che sembra essersi incistata all’interno del corpo della società e la sta corrodendo da dentro. È una mentalità che da un lato ha marginalizzato la dimensione del “noi” a unico vantaggio di un “io” sempre più totalizzante, e dall’altro ha eretto il dio denaro come unica bussola della propria vita e come metro di giudizio di quelle degli altri.

Attualmente — e lo dico da pastore — il primo gigantesco ostacolo che incontrano le giovani coppie risiede nella difficoltà esistenziale di pensarsi e di essere una famiglia. D’altronde, intere generazioni di donne e uomini sono cresciute in una società dove tutto corre veloce, senza soste e senza momenti di raccoglimento, in cui ogni bene materiale pare destinato a essere consumato avidamente e in fretta, e dove perfino le relazioni umane sembrano essere destinate a una sorta di scadenza prefissata come se fossero cibi in scatola. Oggi, infatti, la velocità con cui si vivono le relazioni tra le persone assomiglia troppo spesso al tempo di una festa: una grande aspettativa iniziale, un euforico intrattenimento, uno stanco commiato.

Questa mentalità individualista è inoltre, al tempo stesso, causa ed effetto di un’economia che non mette al centro la dignità della persona. E infatti milioni di famiglie vivono in un contesto paradossale: da un lato, coloro che vivono come se fossero «nomadi produttivi», risucchiati completamente nel vortice di un lavoro che occupa tutta la giornata; dall’altro, coloro che vivono da precari, senza alcuna certezza per il futuro. Entrambe le condizioni minano la dignità dei coniugi, incrinano ogni forma di relazione e sono fonte di problemi nella crescita dei figli.

Proprio a causa di queste ferite, occorre compiere ogni sforzo per difendere e valorizzare quel capitale sociale immenso di cui la famiglia è titolare e che rappresenta il futuro della società. Jacques Maritain, nel lontano 1965, in una lettera indirizzata a Paolo VI, scriveva che nel futuro saranno proprio le famiglie «con la loro vita» a «rendere presente il Vangelo» nel mondo contemporaneo. Come un tempo era toccato «ai monasteri in un mondo ostile e imbarbarito, domani saranno le famiglie e le piccole comunità di laici cristiani a costruire una costellazione di focolari per mantenere viva la fiamma della fede e della preghiera. Nel migliore dei casi — concludeva — questi focolari di luce spirituale dispersi nel mondo diverranno un giorno come il fermento che farà lievitare tutta la pasta. Nel peggiore dei casi costituiranno una diaspora più o meno perseguitata, grazie alla quale la presenza di Gesù e del suo amore dimorerà, malgrado tutto, in un mondo apostata».

di Gualtiero Bassetti

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26 febbraio 2020

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